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lunedì 29 maggio 2023

Citazioni Cinematografiche n.513

 

Billy Covington: Scusami, quello è un Uzi?
Gene Ryack: Ehi, potrebbe essere un ottimo spot per la televisione! Non trovi? –Mi scusi tanto, quello è un Uzi? – Ma certo che lo è. Ehi, la legittima difesa non è roba da ridere, per questo quando voglio il meglio sul mercato io scelgo un Uzi, non accetto imitazioni.

(Billy Covington/Robert Downey Jr. e Gene Ryack/Mel Gibson in “Air America”, di Roger Spottiwoode - 1990)




lunedì 28 marzo 2022

Citazioni cinematografiche n.452

Be', io vi dico che non è come nei film e se io ci sono andato è perché non avevo scelta. Quando avevo la vostra età... io mi sono ritrovato davanti a un tizio che parlava da un palco e che raccontava un sacco di stronzate e io ci ho creduto, io andavo forte allora, ero capitano della squadra di baseball e volevo essere un eroe di guerra, io volevo andare a uccidere per il mio paese.

E ora sono qui per dirvi che ho ucciso per il mio paese o quello che era. E non ne sono affatto fiero. Perché non ci sono ragioni per farlo. Per sentire che una persona ti muore tra le mani o per vedere il tuo migliore amico falciato via. Io sono qui per dirvi che è una cosa vergognosa, ragazzi. Non c'è nessuna ragione per farlo. Ci sono un sacco di stronzate che ho fatto laggiù... e con quei ricordi dentro è difficile vivere. E non vorrei vedere giovani come voi che tornano a casa e devono portarsi dietro quello schifo per tutta la vita. Ecco qui, è tutto qui. Non è che mi sto compiangendo, adesso capisco molte più cose di quando sono partito. E vi dico solo una cosa. È una scelta, che si deve fare.

(Luke Martin/Jon Voight in “Tornando a casa”, di Hal Ashby – 1978)




venerdì 8 febbraio 2019

Mister No Revolution


La Sergio Bonelli Editore si sta dando molto da fare per rinnovare e diversificare la sua offerta, persino le serie storiche sono oggetto di un ripensamento e di qualche “aggiustamento”, sia dal punto di vista tecnico-grafico che di contenuti e proposizione di temi e storie.

Non si sottraggono a questa operazione anche i western, da Tex fino alle nuove collane brevi, come anche i “personaggi totem”. Tra questi vorrei spendere qualche parola su Mister No. Non è cosa comune, tanto meno da prendere alla leggera mettere mano alla creatura figlia del grande Sergio, che lo ha creato e curato fino alla fine della serie e della sua vita terrena. Ma la casa editrice milanese, con coraggio ma anche estrema professionalità e cura, da qualche mese ci sta proponendo una versione alternativa di Jerry Drake, alias Mister No.

Non un “semplice” reboot, ma qualcosa di molto vicino ad un “what if” che solo idealmente richiama quelli di casa Marvel. Quindi nella recente miniserie della collana Audace, che appunto si prefigge di reinventare il personaggio, uno dei primi antieroi del fumetto popolare italiano, la domanda da cui tutto origina è: cosa sarebbe successo se Jerry Drake fosse nato 25 anni dopo rispetto alla sua biografia ufficiale?

Mister No Revolution, come si chiama la serie, è per ora giunta al terzo numero, per cui ancora parecchio ci rimane da leggere e gustare, ma giunti a circa la metà della sua vita editoriale è lecito comporre qualche riflessione. Gli albi viaggiano su due linee temporali parallele, quasi due fronti di battaglia, nei primi due guerra in Vietnam ed i mesi newyorkesi precedenti alla partenza di Jerry, nel terzo il ritorno del protagonista e i suoi anni adolescenziali, in fuga da una famiglia violenta e disfunzionale (come la definiremmo oggi).
Quindi questo Mister No quanto assomiglia a quello delle storie della serie classica? La domanda è suggestiva ed intrigante, ma probabilmente solo per vecchi lettori e qualche giovane con passioni filologiche e di interpretazione. Quello che invece mi piace sottolineare è come in questa serie il (molto) buono della storia bonelliana si incontri con le novità, di scrittura e di tratto e colorazione dei nuovi autori e disegnatori, che si accompagnano a quelli maggiormente esperti.


Il gioco di rimandi e contrapposizioni fra reduce della Seconda Guerra Mondiale (serie classica) e reduce della Guerra in Vietnam (attuale mini serie) mi piace, per quanto risulti essere in gran parte solo nella testa del lettore, poiché quello che attrae è per lo più il modo di raccontarne la vita e le gesta, senza risparmiare crudezze e scene forti, con un linguaggio ed una rappresentazione anche grafica che ne marca lo stile e giunge forte a chi legge.



Affascinante è perciò la scrittura come anche il comparto visivo, con disegnatori e coloristi di grande talento e persino coraggio. Da segnalare le citazioni visive (musicali e letterarie soprattutto), utili sia per contestualizzare e creare un clima, così che il lettore possa “vivere al meglio” l'ambiente ed uno spirito, che per veicolare la narrazione ed il vissuto dei protagonisti, senza necessariamente affidarsi al testo scritto. Sottolineato quanto sia di grande qualità la parte grafica, a partire dalle splendide copertine, ritengo non sia fuori luogo definire Mister No Revolution uno degli attuali migliori prodotti della Bonelli, una proposta editoriale da non perdere e che possiede le carte giuste per farsi apprezzare anche da lettori esigenti e magari un po' prevenuti nei confronti della casa editrice meneghina.





venerdì 1 febbraio 2019

La scansione della narrazione ne "Il Cacciatore"


Riguardo a “Il Cacciatore” di Michael Cimino moltissimo è stato scritto, pertanto non ho la pretesa di trattare qualcosa di nuovo od insolito riguardo a quello che rimane, a quarant'anni di distanza, un grande film. Mi piace comunque, seguendo la mia personale idea di cinema, sottolineare la forza narrativa dell'opera, che risiede anche, ma forse soprattutto, nella scansione dei capitoli temporali e nel ferreo rigore che sublima, superandolo per certi versi ma allo stesso tempo esaltandolo, la componente maggiormente narrativa del film, così da portare in evidenza la portata romanzesca del racconto stesso.



Il Cacciatore” ha quello che si potrebbe definire un prologo, una presentazione, pare incredibile che sia della durata di un terzo dell'intero film, ma che tale rimane in tutto e per tutto. Con rapidi, potremmo definirli rapinosi movimenti di macchina, fluidi e spesso discendenti dall’alto, l’autore sceglie di costringere lo spettatore ad immergersi completamente in un luogo, in una realtà, che è assolutamente già data, per nulla “spiegata” e che scorre come un flusso continuo sotto i suoi occhi, un flusso che poi continua per l'intera durata, idealmente iniziato prima e finito dopo il film. Esemplare in tal senso è la presentazione dei protagonisti, cinque operai della cittadina di Clairton in Pennsylvania: Michael (Robert De Niro), Nick (Christopher Walken), Steve (John Savage), Stan (John Cazale) e Axel (Chuck Aspegren), colti nell’incipit del film al lavoro nella locale acciaieria. Seguono i caratteri e gli accadimenti che orbitano intorno a loro, ma a cui loro stessi orbitano attorno, in uno scambio di ruoli e funzioni che hanno il pregio di farci vedere tutto, senza bisogno di dialoghi o voci fuori campo che ci illustrino quanto osserviamo, che ci spieghino qualcosa. Il dopo lavoro al bar, la caccia in montagna, i preparativi per il matrimonio ed il matrimonio stesso, dove c'è una delle scene maggiormente significative e bella da vedere, ci raccontano di una realtà e di una serie di personaggi, uomini e donne (tra cui una ancora giovane e relativamente poco conosciuta Meryl Streep).



Ebbene, dopo quello che sembra quasi un film a sé stante, la cui lunghezza (più di un'ora) si rivela poi necessaria nel corso della visione del film e dell'intera narrazione, ancora di più una volta giunti all’epilogo, si passa ai successivi ideali capitoli. Cinque capitoli quindi, che hanno la peculiarità di una durata decrescente e di una contrazione del numero dei personaggi: la città di Clairton con i cinque amici, il Vietnam con solo tre di loro, il rientro a Clairton di Mike (da qui in avanti unico protagonista del film), il suo viaggio in Vietnam per cercare Nick, infine il ritorno a casa. Tutto si contrae progressivamente in Il Cacciatore: il tempo, i personaggi, i loro sogni. 

 

Non procedo oltre, anche solo per questa caratteristica il film dovrebbe essere visto. Poi ci sono i temi della perdita, della sconfitta personale e collettiva, del destino di ogni individuo e di una Nazione, della morte e del dolore, delle radici e dell'identità. Inoltre il film è un romanzo di formazione, di passaggio di età, di scoperta e ricerca di un'appartenenza, un messaggio al pubblico “di casa” ed un invito a quello “di fuori”. Ma sono altre storie, altre questioni, che ogni spettatore, vecchio o nuovo, merita di gustare totalmente.


martedì 21 maggio 2013

Vietnam, Horror, Giallo e Soprannaturale per “Le Storie”



La collana di Sergio Bonelli Editore, “Le Storie”, sta offrendo delle buonissime proposte.
Alcune uscite sono veramente ottime, con vicende efficacemente sceneggiate, trame spesso  ben costruite, sempre apprezzabili, disegni, di vari autori, validi e degni di essere gustati.

Gli ultimi due albi sono accomunati dall’utilizzo dell’elemento “soprannaturale”, per presentare due distinte vicende e temi che in realtà sono ordinari, quasi quotidiani nella loro valenza e che vengono calati in situazioni per così dire “estreme”.

La Guerra in Vietnam in “La Pattuglia” ed un caso di omicidio, odioso in particolare perché la vittima è un bambino, in “Amore Nero”.

La Pattuglia
Soggetto e sceneggiatura: Fabrizio Accatino
Disegni: Giampiero Casertano
Copertina: Aldo Di Gennaro


Vietnam, 1967. Il capitano Artz ha rimediato una brutta rogna dal suo superiore diretto: infilarsi nella giungla indocinese – nel bel mezzo di quella guerra assurda – per andare a recuperare una pattuglia scomparsa nel nulla un anno prima. Un pugno di soldati per cercarne un altro; spediti verso l’ignoto, in balìa della morte in agguato e delle proprie paure… (trama da sergiobonellieditore.it)

Testi e disegni di buon livello, per una storia dalle molte sfaccettature e dai molteplici risvolti, che cattura i lettori, prima accompagnandoli in un incipit che in poche pagine “svela” riferimenti letterari e cinematografici ben riconoscibili e poi si rende capace di tenerli col fiato sospeso, sorprenderli e anche un po’ disorientarli. Dall’orrore della guerra all’horror vero e proprio, il salto è già stato tentato in passato, ma sarebbe comunque un rischio, e qui ne è valsa la pena perchè il risultato è valido

Sceneggiatore e disegnatore sono in ottima forma (Casertano ha comunque fatto anche meglio, nella stessa collana, in “Il boia di Parigi”) e ci regalano un’opera capace di passare dal documentario all’horror, dallo psicologico al giallo, sempre con “misura” e capacità di intrattenere, informare, illustrare e toccare molte corde della sensibilità ed animo umano. Citazioni, anche “illustri” (Mohammed Alì tra gli altri), che arricchiscono una trama e tavole coinvolgenti e di grande valore, trattando il tema della guerra, e di quella guerra in particolare senza schematismi o sufficienza. Quel poco che è concesso al “già visto” è funzionale ad accogliere il lettore e metterlo di fronte, in bilico tra realismo e grottesco, al tema della lotta con i propri demoni, del nemico che è in ognuno di noi, del confronto fra ciò che è esterno a noi e quello che invece è dentro ogni uomo. Non a caso, qui, il nemico è pressoché assente, si vede solo in poche scene e mai a lungo, se ne parla, lo si “sente”, lo si evoca ma quello vero ha la stessa divisa dei soldati.


Amore nero
Soggetto e sceneggiatura: Gigi Simeoni
Disegni: Gigi Simeoni
Copertina: Aldo Di Gennaro
Il commissario de Vitalis, deve indagare sul brutale assassinio di Francesco, giovane fratello della moglie Ada. Il caso, però, è destinato a complicarsi quando a infrangere le regole dell'investigazione scientifica si profila uno scenario da incubo, e dal mondo delle tenebre un'anima nera si affaccia ringhiando... (trama da sergiobonellieditore.it)


Questa è l’occasione per esprimere chiaramente la mia personale gratitudine a Gigi Simeoni, che in passato ci ha donato, sempre tramite edizioni bonelliane, due assoluti capolavori, ovvero  “Stria”, ma soprattutto “Gli Occhi e il Buio”, di cui “Amore Nero” si può considerare l’ideale seguito. “Amore Nero” è comunque apprezzabile per suo conto ed assolutamente indipendente ed autonomo nella lettura (non ci sono rimandi imprescindibili alla precedente opera e dunque il lettore se le può godere entrambe senza vincoli di temporalità).

I disegni sono eccezionali: riescono a spaziare dal “reale” all’onirico ed all’inconoscibile, dai ricordi alla cruda realtà, con facilità e notevole maestria. Tutto ciò supporta una trama che, pur non offrendo colpi di scena a ripetizione, non concedendosi allo spettacolo puro e non cercando la creazione di pathos a tutti i costi, si dispiega coerente e metodica in una strada tortuosa, quella di un’indagine poliziesca, che si trova a dover far convivere la razionalità della scienza investigativa (siamo nella Milano del 1912) e l’irrazionalità, il mistero, l’elemento soprannaturale.

Crudezza e realismo si affiancano ad elementi di fantasia per un ottimo incontro di stili e temi. A farla da padrone è l’opposizione tra razionale e irrazionale, dove gioca la sua parte il dissidio del protagonista, ultimo baluardo della ragione e della logica in un mondo che, di fatto, deve fare i conti con l’esistenza di fantasmi ed episodi inspiegabili. E proprio l’intimo dissidio, gli stati d’animo, i tormenti fisici e psicologici che si trovano a vivere i personaggi sono un punto di forza di “Amore nero”, dato che l’autore è riuscito a tradurli ottimamente in testi ed immagini.

Entrambe le opere sono forse penalizzate dal limitato numero di pagine a disposizione. Una foliazione più ampia avrebbe magari permesso un maggior approfondimento di alcuni “caratteri”, qualche ritocco nei dialoghi (alcuni lo richiederebbero) ed un maggior sviluppo delle trame, specialmente i finali, le conclusioni. Ma come si dice è “voler trovare il pelo nell’uovo”, dato che siamo di fronte a due lavori di buonissima fattura, che si inseriscono a pieno merito in una collana, “Le Storie”, nettamente al di sopra della media delle proposte editoriali da edicola, a costo contenuto (valore aggiunto, dati i tempi) e con firme che sono veramente una garanzia, quando sono libere da serialità o dettami legati a personaggi un po’ stretti nelle loro dinamiche e caratteristiche (non solo in casa Bonelli).

lunedì 11 marzo 2013

Film di Guerra. 3 di 4



Terzo appuntamento con i film di guerra che ho scelto!
Si arriva al Vietnam…

GUERRA DEL VIETNAM

Una ferita rimasta aperta per anni nella cuore della cultura e del patriottismo statunitense. La disfatta in sud-est asiatico ha rappresentato per anni l’occasione di portare al cinema l’assurdità di tale conflitto e della guerra in generale, momento di annientamento di qualsiasi umanità. I film sul Vietnam sono di due tipi: quelli prettamente bellici, con azioni di guerra in mezzo all’inospitale giungla, e quelli più di denuncia che oltre alla battaglia, o anche tralasciandola, mostrano il ritorno dei soldati e il lascito della guerra. Dopo il Vietnam cambia, infatti, la visione della guerra sul grande schermo, luogo non più adibito tanto alla rappresentazione realista dei combattimenti, ma quanto alla narrazione delle vicende umane e delle reazioni dei protagonisti. Io ho scelto quest’ultima via, ed ulteriori elementi di mio gusto, con quello che di seguito propongo.

Urla del silenzio (1984) di Roland Joffé.
Cruda e toccante rievocazione dei giorni che vissero le popolazioni della Cambogia dopo l'evacuazione degli statunitensi del 1975. Film eccezionale per il coraggio dei temi trattati con intelligenza e sensibilità, la maestria tecnica e recitativa che non indulgono su sentimentalismi ma espongono lucidamente la crudeltà e gli opportunismi di quegli anni.

Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola.
Cosa si può aggiungere a quanto già scritto e detto, a proposito di una delle opere più imponenti che il cinema abbia mai prodotto? Da tutti i punti di vista un capolavoro, inciso nell’immaginario collettivo (musiche, immagini, riprese, citazioni) e che viene tuttora preso come metro di giudizio per il genere bellico. Preziosa, anche se notevolmente più lunga, la visione della versione Redux.


Il cacciatore (1978) di Michael Cimino.
Un film in tre parti, prima/durante e dopo la guerra e le conseguenze su chi è partito ed è tornato a casa, su chi non è tornato e su chi è rimasto ad aspettare. Non si racconta la guerra, esperienza incomprensibile per chi non l’ha vissuta e incomunicabile per chi ha combattuto, ma ci viene proposto il ritratto di una sconfitta collettiva, e al tempo stesso la rappresentazione non ideologica del vitalismo di un popolo e di una cultura, quella statunitense della provincia composta da immigrati di seconda generazione. Un film che parlava all’opinione pubblica interna e che trasmette ancora un messaggio forte e diretto.

Full Metal Jacket (1987) di Stanley Kubrick.
Divisa in due parti (addestramento e fronte), l’opera di Kubrick va al di là del Vietnam, presentato in forma nettamente diversa dall’iconografia classica (città invece della giungla), per prendere a bersaglio l'atrocità del secolo, l’aspetto sporco della Storia. Prosa asciutta, quasi sciatta, di una secchezza fertile, tagliente umor nero sulla violenza dell'istituzione militare e sulla disumanizzazione di chi ne viene a contatto.

Rambo (1982) di Ted Kotcheff.
Dramma del ritorno, dell’impossibilità di una vita normale. La guerra è evocata, ricordata attraverso il dolore e l’incredibile vicenda di un reduce. Un film d’azione che non è solo questo, un uomo solo contro tutti che, suo malgrado, si fa portatore di un messaggio di denuncia contro l’ostilità ed i pregiudizi di chi non capisce le ferite intime e psicologiche di chi ha vissuto l’orrore, alfiere di un chiaro senso dell’onore e della lealtà. Probabilmente il suo iniziale successo è dovuto ad altro, ma a distanza di tempo rimane la sensazione di un lavoro che propone significati più profondi ed importanti.
Martin Sheen in Apocalypse Now
 Fra tre giorni la quarta ed ultima parte! Non perdetela!

Leggi anche le altre parti:
1,
2,
4