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lunedì 6 novembre 2023

Citazioni Cinematografiche n.536


Alekseij: L'ho sempre detto che somigli a mia madre.
Natal'ja: Forse è per questo che ci siamo separati. E noto con terrore che Ignat ti somiglia sempre di più.
Alekseij: Sì. E perché con terrore?
Natal'ja: Vedi, Alekseij, noi non siamo mai riusciti a parlarci da persone normali.
Alekseij: Anche quando ricordo la mia infanzia e mia madre, mamma - chissà perché - ha sempre le tue sembianze. Già, però in fondo lo so perché mi fate pena allo stesso modo, tu e lei.

(Alekseij/Ignat Danil'cev e Natal'ja/Margarita Terechova in “Lo Specchio”, di Andrej Tarkovskij - 1975)




venerdì 18 febbraio 2022

Incipit 60/100

Alle diciannove, ora di bordo, passai in mezzo ai meccanici, fermi accanto al pozzo di lancio, e per la scaletta a mano scesi nella capsula. Ci stava giusto un uomo, con lo spazio appena sufficiente per muovere i gomiti. Una volta avvitata sulla paratia la bocchetta del mio sistema pneumatico antiaccelerazione, la tuta si gonfiò e da quell'istante non potei più fare neanche il minimo movimento. In posizione eretta, anzi, direi sospeso in un cuscino d'aria, ero tutt'uno con lo scafo.”

(Solaris, di Stanislaw Lem – trad. Eva Bolzoni)





venerdì 28 gennaio 2022

Incipit 57/100

“L'uomo in grigio decise che avrebbe rubato i famosi diamanti Glen a mezzanotte. Purché fossero ancora nella cassaforte e l'appartamento fosse deserto. Questo doveva assolutamente saperlo con certezza. Perciò spiava e attendeva. Alle sette e mezzo la sua pazienza fu ricompensata.”

(Il Quarto Protocollo, di Frederick Forsyth – trad. Roberta Rambelli)


 


lunedì 8 novembre 2021

Citazioni Cinematografiche n.432

Dimitrij: Sergej Petrowitsch voi sapete meglio di me che vi sono stato costretto.
Sergej Petrowitsch Kotov: Oh, da chi? Chi ti ha costretto? Dimmi? Mio candido angelo. Io non ti conoscevo nemmeno nel '23, non avevo mai sentito parlare di te. Ti hanno comprato, come una puttana, in franchi ti hanno comprato.
Dimitrij: Io non vi consento di parlarmi così. Io volevo soltanto una cosa: tornare in questa casa. Ci avevo creduto, me l'avevano promesso, i vostri amici me l'avevano promesso: "fallo" mi dissero "e noi ti faremo tornare". Ma mi hanno ingannato e mi hanno preso tutto. Tutto! La vita, il mio lavoro, l'amore, Marusia, la fede, la patria, tutto mi hai preso!
Sergej Petrowitsch Kotov: Ah, ecco ora capisco perché sei tornato, per godere, per gioire delle tue offese, per assaporarle goccia a goccia, per sorseggiarle. E dopo, paf!: "cittadino Kotov siete in arresto".
Dimitrij: Sì, devo riconoscere che un reato grave io l'ho commesso, sono venuto ad avvisarvi.
Sergej Petrowitsch Kotov: Menti, continui a mentire. Ti comporti come una puttana, come l'ultima delle puttane, hai mentito di qua e di là, perché dopo ne tenessi conto. Lo sai come andrà a finire questa storia? Chi oserà toccarmi? Chi oserà toccarmi? L'eroe della rivoluzione, il leggendario Colonnello, chi? Chi oserà toccare Kotov?
Dimitrij: Ti ricorderò tutto questo. Sì, ti voglio vedere tra cinque giorni, voglio proprio vedere, quando ti ritroverai ricoperto di merda fino al collo! Quando scriverai di tuo pugno la confessione che dal 1920 hai fatto la spia per i tedeschi e dal 1923 anche per i giapponesi. Quando confesserai che sei un terrorista e che hai organizzato un attentato alla vita del compagno Stalin, e se non vorrai firmare, lurida carogna, ci faremo carico di ricordarti che hai una moglie e una figlia!

(Dimitrij/Oleg Menshikov e Sergej Petrowitsch Kotov/Nikita Michalkov in "Sole ingannatore", di Nikita Michalkov - 1994)



 

 

venerdì 18 ottobre 2019

Nella casa del pianista, di Jan Brokken

Titolo: Nella casa del pianista
Autore: Jan Brokken
Traduttore: Claudia Di Palermo
Editore: Iperborea - 2011


La storia di un uomo, quella di un artista, il racconto di un'amicizia, di amici e amanti, il ritratto di un'epoca e di un periodo, un viaggio attraverso i sentimenti, i pensieri, i dolori e le felicità di uomini e donne che hanno vissuto, conquistato qualcosa e perduto altro.
Tutto questo e probabilmente altro ancora il lettore scopre in “Nella casa del pianista” dell'olandese Jan Brokken, edito da Iperborea.
Lo scrittore si basa su ciò che ha vissuto in prima persona, su ciò che il pianista sovietico Youri Egorov, fuggito prima in Italia e poi giunto ad Amsterdam nella seconda metà degli anni 70, gli ha raccontato, confidato e trasmesso sotto ogni aspetto, attraverso la loro amicizia e le loro arti, lo scrivere, il narrare e la musica. Brokken è un grande conoscitore ed appassionato di musica che, tra l'altro, ha spesso affrontato il tratteggio e la descrizione di figure di primo piano in ambito letterario e artistico (come in Bagliori a San Pietroburgo ad esempio). Questo gli ha consentito di arricchire il proprio lavoro, rendendolo appassionante, intimo, coinvolgente, con qualche elemento cinematografico che rende ancora più viva l'esperienza della lettura.


Chi legge scopre Egorov sotto il profilo umano ed artistico, con i suoi pregi e le sue doti di grande esecutore ed interprete, ma viene posto di fronte anche ai suoi difetti, alle sue debolezze, ai suoi tratti peggiori. Empatia e rabbia, comprensione e repulsione si alternano nell'animo del lettore, che legge e “vive” le esperienze del pianista morto di AIDS nel 1988. Inoltre si viene a conoscenza di alcuni meccanismi e retroscena relativi al mondo dell'industria discografica, a come si organizzano festival musicali, al rapporto fra artisti ed impresari e fra gli artisti stessi.

La prosa è fluida e mai banale, rallenta e accelera il ritmo con intelligenza e rispetto verso i personaggi ritratti e chi legge. Si gode della sua ricchezza e solidità, che sa di precisione e cura dei dettagli, con pagine liriche che riescono a non perdere quella freschezza espressiva che invita a leggere e leggere ancora. Non si tema di trovarsi di fronte ad una “semplice” trasposizione, magari un po’ infiocchettata, di una storia vera, perché Egorov e Brokken ci offrono qualcosa che si fa forte non solo della sua autenticità, ma anche del rispetto ed affetto di un amico, nel suo voler essere omaggio, tributo ed emozionante lascito.

La sera del 30 gennaio 1980 Youri Egorov, astro nascente del pianoforte, dà uno dei suoi primi, memorabili concerti nell’Europa occidentale, interpretando gli studi di Chopin. Per Jan Brokken è una folgorazione e l’inizio di un legame profondo: dalle prime battute riconosce in lui il talento che ogni giorno sente esercitarsi nella casa vicina. Dalla nativa Kazan, dopo l’inizio di una promettente carriera, Youri Egorov aveva deciso, come Rudolf Nureyev, di fuggire, approdando finalmente ad Amsterdam dopo un rocambolesco rifugio in Italia. Al grande danzatore russo lo unisce anche l’omosessualità, tenuta segreta in Unione Sovietica, che ora può vivere liberamente in Olanda, dove non corre più il rischio di essere internato. In Occidente il successo non si fa attendere, così come le grandi tournée internazionali, le registrazioni, la consacrazione accanto ai più acclamati cantanti e direttori d’orchestra. Ma sotto il talento prodigioso cova la fragilità dell’uomo, esacerbata dalla perenne insoddisfazione e dall’amore disperato per la Madre Russia. Youri si aggrappa alla stretta cerchia di amici che orbita intorno alla sua casa di Amsterdam, una nuova calorosa «famiglia»: l’architetto Brouwer, suo compagno di vita, la «principessa» Tatjana e il gruppo di hippy, musicisti e creativi che lo sentiranno suonare le ultime tragiche note, prima della prematura morte per aids, a soli trentatré anni. (da iperborea.com)

venerdì 5 ottobre 2018

1968 - Praga


Il 2018 si avvia alle sue ultime settimane. Radio, televisione, giornali ed editoria hanno ricordato, trattato, analizzato i 50 anni dal "mitico" 1968. Fra i tanti avvenimenti scelgo quanto successo a Praga. 
Sono decine le canzoni che ricordano quegli avvenimenti. Francesco Guccini, Patti Smith, tra gli altri hanno dedicato versi e musica alla Primavera di Praga ed ai suoi protagonisti, hanno voluto che quegli uomini e quelle donne non fossero dimenticati, artefici e vittime della storia.

Propongo due canzoni, una dedicata ad una donna in particolare, l'altra a tutte le ragazze di Praga.

Buon Ascolto, se lo volete!




Natalya Gorbanewskaya è una poetessa russa nata nel 1936. Nel 1968 scrisse una poesia in cui prendeva posizione contro l'invasione della Cecoslovacchia. Il governo sovietico la rinchiuse in un ospedale psichiatrico (nonostante avesse appena dato alla luce un figlio da cui fui separata), dove rimase ben tre anni fino al 1972. Joan Baez incise la canzone Natalia nel 1976. Nell'introduzione arriva a dichiarare "E' grazie a persone come Natalya che io e voi siamo ancora vivi e camminiamo sulla faccia della terra".


 
Where is the earth
Where is the sky
Where is the light
You long for
What hope of you
Where you are now
Natalia Gorbanevskaja

Inside the ward
Naked and cruel
Where life is stolen
From those who try
To stay alive
And not be broken
Where are the friends
Where are the men
Who among them
Can defend you
Where is the child
You'll never see
Natalia Gorbanevskaja

What else there lives
Behind the door
That never opens
Are you insane
As they say you are
Or just forsaken
Are you still there
Do you still care
Or are you lost forever
I know this song
You'll never hear
Natalia Gorbanevskaja







Le ragazze di Praga sono fate coi capelli nel vento
hanno vite segnate dalla fatica e qualche brutto momento
ma quando andiamo a dormire, poi, ci fanno addormentare al loro ricordo

Le ragazze di Praga hanno i capelli come grano d'agosto
se le guardi negli occhi rischi di perderti in un mare più vasto
profondità che ci spaventa un po’, ha l'odore forte della libertà

Le fate danzano intorno a Jan
E quelle fate cantano insieme a Jan
le nostre fate pregano insieme a Jan
Ian è un segno che non passerà, Jan ha il profumo della primavera...

Le ragazze di Praga hanno vent'anni ma le han parlato dei carri
nelle piazze e nelle strade che non fanno camminare in avanti
e quando andiamo a dormire noi ci addormentiamo insieme ad un loro volto
 
 
 

martedì 4 settembre 2018

Marx: Economia e Politica


Quanti abbiano avuto la pazienza, il tempo, una corretta predisposizione alla lettura ed all'interpretazione, nonché una certa dose di “onestà” critico-storiografica, sono consapevoli che Karl Marx e Friedrich Engels abbiano affermato, nei loro scritti, la necessità che l'Economia fosse predominante rispetto alla Politica.
Fu una loro geniale intuizione, probabilmente la maggiore scoperta da loro operata. Il primato dell'Economia rispetto alla Politica.
Messa così sembra un gran favore, un inconsapevole assist ai capitalisti, ai padroni, alle multinazionali.
Non è proprio così, Economia e Politica avrebbero dovuto dialogare (il materialismo dialettico non è solo questo ovviamente), ma vi prego di farmi scrivere ancora qualcosa su Marx, Engels e quelle che si sono dichiarate incarnazioni politiche e pratiche del loro pensiero, per poi tornare al punto di cui sopra.

Ebbene, partendo da Lenin (immagino non ci sia bisogno di presentarlo), si è assistito e si è vissuta l'autonomizzazione della Politica rispetto all'Economia, operata essenzialmente dai comunisti/socialisti, forse per troppa fretta, forse per una non del tutto corretta interpretazione degli scritti marxiani. La Politica considerata autonoma e superiore all'Economia. Pertanto i comunisti/socialisti, definitesi marxisti, rinunciarono a servirsi di quella che probabilmente fu la più geniale scoperta di Marx.
Quello che nei loro scritti il buon Marx ed il suo sodale Engels prefiguravano, sognavano, era un Eden laico, punto di arrivo del massimo livello di sviluppo economico possibile del capitalismo. Il prodotto di una società ricca, economicamente progredita e stabile, che nel comunismo avrebbe dovuto trovare il mezzo per diventarlo ancora di più, dove il benessere e l'agiatezza sarebbero stati a portata di tutti. Una società egualitaria, giusta, ma anche opulenta, dato che Marx mai auspicò l'eguaglianza nella povertà e nell'indigenza, tanto meno teorizzava una società repressiva, violenta o liberticida. Ruolo centrale aveva ed avrebbe dovuto avere l'Economia, in un contesto più giusto ed equo. Ovvero “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni”.
Come si arrivò, invece, nella storia del '900, a società e stati comunisti ove i concetti vennero ribaltati e traditi, è appassionante materia, almeno, ma non solo, storiografica.

Dalla Rivoluzione d'Ottobre con il movimento comunista, nello specifico seguendo il pensiero marxista-leninista, l'Economia fu messa in secondo piano rispetto alla Politica. Si potrebbe dire che in Lenin prevalse l'ambizione di essere un costruttore di Storia, giungendo così a forzare i tempi di un percorso invece lungo, con un parto prematuro, quindi la costruzione del Socialismo in un Paese economicamente e socialmente arretrato, come lo era la Russia zarista. Medesimo errore fu poi commesso da altri, ragione per cui fu legittimo e lo è tuttora, considerare Lenin traditore del pensiero marxiano ed engelsiano, in quanto affidò alla Politica anche i compiti che sarebbero toccati all'Economia. Una sorta di comunismo “asiatico”, che tragicamente aprì la strada a Stalin ed ai suoi epigoni.
Marx ed Engels mai avrebbero voluto la supremazia della Politica rispetto all'Economia, ma neanche che quest'ultima fosse totalmente libera e priva del supporto e dell'opera di verifica da parte della prima. Come detto la Rivoluzione Russa fu il trionfo della Politica sull'Economia, tutta la successiva costruzione del comunismo fu colpevolmente fondata sulla prima che si appropriò dei compiti specifici della seconda, nella aberrante forma della dittatura. Tale costruzione andò incontro alla disfatta, con il movimento comunista mondiale che cercava l'egemonia essenzialmente attraverso la forza, mentre i paesi capitalistici la ottennero sul terreno dell'economia. Vi dice qualcosa il “Piano Marshall”? Gli Stati Uniti se ne servirono per consolidare (alcuni dicono creare) il loro predominio, operando con maggiore forza e convinzione in Europa, arrivando a vincere il confronto planetario con l'Unione Sovietica grazie alla loro superiorità economica, costringendo lo storico avversario ad abdicare (non sconfiggendolo, sia chiaro). Insomma riuscivano a produrre maggiore ricchezza, al di là di come e dove fosse distribuita.
I cari Marx ed Engels, un secolo prima, avevano già capito il problema. Per poter rappresentare una fondamentale (definitiva?) tappa nel cammino dell'umanità sulla strada del progresso, era necessario che il modello di produzione “comunistico” si rivelasse in grado di produrre più benessere rispetto a quello capitalistico.
Quindi non condizioni di vita uguali ma misere, bensì “ricchezza” collettiva, risultato della fatica dell'uomo e base di ogni progresso sociale ed economico, grazie alla quale l'uomo stesso sarebbe divenuto veramente libero.

Ora, per non farla troppo lunga, tuttora si rischia di dover pagare l'errore, commesso anche da parte dei partiti comunisti occidentali, che hanno dimostrato di aver letto e vissuto Marx attraverso l'interpretazione leninista, pur con qualche opportuno aggiustamento e in virtù delle vicende storiche vissute. Va da sé che il Piano Marshall era essenziale per ricostruire un'economia ed un Paese, giacché come marxianamente se ne rese conto Palmiro Togliatti in Italia, per risollevare il Paese era necessario evitare la catastrofe di una bancarotta di Stato, che forse avrebbe portato ad una non proprio auspicabile rivoluzione, pericolosa da gestire e quasi sicuramente destinata a fallire e portare ulteriori lutti e sciagure. In Italia quindi, ma il resto dell'Europa occidentale non se ne differenziò troppo, opportunamente i partiti marxisti scelsero di spingere per una politica di lavoro, quindi di creazione di ricchezza, evitando una strategia di sussidi. Allo stesso tempo, però, a sinistra si è continuato a credere nella possibilità della Politica di riuscire ad esercitare ugualmente l'egemonia sull'Economia, lasciata in toto all'iniziativa capitalistica. Ovvero i partiti e le organizzazioni di sinistra, un tempo comuniste-socialiste, giacché non giunsero ad instaurare la nota “dittatura del proletariato” tanto meno si trovarono ad operare in Stati assolutistici e tirannici, bensì compiute democrazie rappresentative, riversarono forze, energie e risorse intellettuali nella sfera politica ed in quello culturale come creazione e diffusione di cultura, lasciando che gli strumenti della “creazione di ricchezza” rimanessero nella mani dei capitalisti. Capitalisti che, per definizione, puntano e pensano solo alla creazione di capitale, prevalentemente per sé stessi, solo per sé, fregandosene di eventuali regole che non siano a loro esclusivo e totale vantaggio. Quando il Capitale ha dialogato con la Politica lo ha fatto per corromperla a proprio vantaggio, con il Partito Socialista craxiano fulgido esempio di tale manifestazione.

Esiste un capitalismo responsabile? Un capitalismo illuminato? No, solo Adriano Olivetti e chi a lui ha guardato, ha potuto ipotizzare e realizzare il concetto che il profitto aziendale debba essere reinvestito a beneficio della comunità. Le multinazionali, il privato imprenditore ed altri elementi del genere non lo hanno fatto, non lo fanno e mai lo faranno.
La Sinistra, la Politica sociale in generale sta sempre più perdendo il confronto. Avendo creduto nel primato della Politica sull'Economia, illudendosi che la prima potesse disgiungersi dalla seconda, lasciata totalmente in mano al Capitale, ha favorito la vittoria di quest'ultimo. Il Capitalismo, l'economia che esso incarna, aberrazione stessa del più sano concetto di Economia quale sistema di interazioni per soddisfare i bisogni individuali e collettivi, nel rispetto degli elementi che tale sistema vanno a comporre, è nemico della collettività.
La Politica ora dovrebbe riguadagnare terreno, nell'ottica di reale interazione con l'Economia, non per annullarne il primato, poiché in un sistema globalizzato tale prospettiva è irrealizzabile, ma bensì per contenerne e indirizzarne le energie e le inevitabili derive.
A livello di singoli stati ciò è difficile, ma in un'ottica di politica europea è francamente non solo auspicabile, ma imprescindibile, giacché Marx stesso ebbe a scrivere che “tutta la storia dell'industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a un livello di profonda degradazione”.


venerdì 2 marzo 2018

La Neve di Stalingrado - Editoriale Cosmo


“Un Eroe Una Battaglia” è una breve serie della Editoriale Cosmo, ne avevo già parlato a proposito della Battaglia di Caporetto, torno a farlo ora con “La Neve di Stalingrado”.

Le considerazioni possono essere ridotte a due, di differente tipologia. La prima è più tecnica, la seconda storico-narrativa e un po' di natura evocativa.
In merito all'aspetto tecnico-artistico lo stile scelto è semplice ed efficace, i disegni di Valerio Befani sono un elemento positivo di questo albo, soprattutto nelle tavole in cui l'autore si sofferma con cura sui dettagli e grazie ad una inchiostrazione pastosa riesce a donare pathos ad una serie di disegni e scene che nella loro struttura tendono ad essere poco dinamiche, non solo a causa del formato un po' sacrificato, omaggio e recupero del fumetto bellico anni 60 (a cui la serie si è evidentemente ispirata). La sceneggiatura di Davide La Rosa è efficace e riesce a tenere ben in asse la narrazione storica, con realismo e fedeltà ai fatti, ed elementi romanzati e ricostruzione libera degli avvenimenti, nonostante qualche concessione a determinati cliché tipici dei film di guerra e qualche dialogo un po' troppo moralista e consolatorio. Che la guerra sia brutta e faccia schifo, tiri fuori il peggio e a volte il meglio dagli uomini e dalle donne è ormai ampiamente stato rappresentato, al cinema, nei romanzi, nel fumetto e nelle canzoni, per cui una maggiore originalità e un po' più di rigore sarebbe stato preferibile, ma bisogna cercare di raggiungere il pubblico, per cui va bene così.

Per quanto riguarda l'aspetto di ricostruzione e di narrazione storica, si nota un buon lavoro di ricerca e preparazione. L'azione si svolge nel contesto dei combattimenti della Seconda guerra mondiale che tra l’estate del 1942 e il 2 febbraio 1943 videro i soldati dell’Armata Rossa opporsi all'offensiva delle truppe tedesche, italiane, rumene e ungheresi, per il controllo della regione fra il Don e il Volga, e in particolare della città di Stalingrado (attuale Volgograd), allora centro politico ed economico di importanza strategica.
Siamo nel pieno dell’Operazione Barbarossa, ritenuta dagli storici la più vasta operazione militare terrestre di tutti i tempi, sul fronte orientale della seconda guerra mondiale La battaglia di Stalingrado ebbe inizio con l’avanzata delle truppe dell’Asse fino al Don e al Volga, e terminò con l’annientamento della 6ª Armata tedesca rimasta circondata, segnando la prima grande sconfitta politico-militare della Germania nazista, nonché l'inizio dell’avanzata sovietica verso ovest, che sarebbe poi terminata con la battaglia di Berlino e il suicidio di Hitler.

All'interno dell'albo un ruolo centrale lo riveste la cosiddetta “Casa di Pavlov”, che ha assunto negli anni una valenza fortemente simbolica per i Sovietici, come segnale dell’ostinata resistenza dell’URSS durante la battaglia di Stalingrado e la Grande Guerra Patriottica più in generale. Qui il lettore fa la conoscenza di Irina, personaggio allo stesso tempo inventato e rappresentativo di un popolo e di una nazione, che, pur mostrandosi come un’eroina impavida al limite della sfrontatezza, simbolo di una femminilità forte e fiera, non soverchia per importanza il ruolo focale che la Storia ha in questo fumetto, né appare come una presenza eccessivamente ingombrante, venendo lasciato ampio spazio ai personaggi storicamente vissuti, come il generale tedesco, poi feldmaresciallo, Friedrich Paulus. Il ruolo di Irina, in modo funzionalmente strategico a livello di sceneggiatura e narrativo, diviene quello di offrire al lettore un personaggio nel quale identificarsi, in grado di accompagnarlo nella Storia e di condurlo verso un finale aperto quanto amaro. La guerra non finirà dopo l'assedio di Stalingrado, simbolo di molto e di più nel bilancio di una guerra e della Storia europea e mondiale, giustamente utilizzato per rappresentare, ricordare, omaggiare e anche fare propaganda, poiché i Sovietici invasi in fondo loro stessi avevano invaso (gli stati baltici ad esempio).

Comunque, ricordando il testo di una canzone degli Stormy Six, da quel momento “sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa d'ora in poi troverà Stalingrado in ogni città”.


lunedì 15 gennaio 2018

Citazioni Cinematografiche n.233

Henri Berton: Vorrebbe distruggere quel che ancora non siamo in grado di comprendere? Non sono un sostenitore della conoscenza a qualunque costo: la conoscenza è autentica solo quando è sostenuta dalla morale.  
Kris Kelvin: È l'uomo a rendere immorale la scienza, ricordi Hiroshima.
Henri Berton: E allora non rendete immorale la scienza!

(Henri Berton/Vladislav Dvoržeckij e Kris Kelvin/Donatas Banionis in "Solaris", di Andrej Arsen’evic Tarkovskij - 1972)






sabato 14 gennaio 2017

La Morte di Stalin - Mondadori Comics


Pubblicato all'interno della bella ed interessante collana Historica di Mondadori Comics, "La Morte di Stalin" è una lettura che mi ha intrigato e catturato.

Il lavoro di Fabien Nuy alla sceneggiatura e testi e di Thierry Robin ai disegni si occupa di uno dei personaggi cruciali della storia del Novecento, Iosif Vissarionovič Džugašvili, ovvero Stalin, ovvero il prototipo del dittatore, l’uomo che regnò indisturbato su tutte le Russie nel segno della Rivoluzione Socialista.

L'albo si concentra sul periodo immediatamente successivo alla sua morte. Sebbene il tiranno esca quasi subito di scena, però, è comunque onnipresente: nei discorsi dei seguaci e negli incubi e nei pensieri dei cittadini russi. 
Stalin è il "convitato di pietra" di un serio ed approfondito lavoro di ricostruzione e di narrazione di un periodo e di una fase storica, tanto terribile quanto affascinante.
Il ritmo narrativo risulta avvincente, mai si concede spazio ad eccessi didascalici, quasi come se si stesse leggendo una matura opera narrativa, seria nei toni e ben calibrata, come se si trattasse di un romanzo di spionaggio.
La scomparsa del dittatore, sulla cui dinamica ci si sofferma per illustrare il clima che si viveva in Unione Sovietica all'epoca, dà il via a una sequela di avvenimenti drammatici, provoca il caos tra i componenti del Comitato Centrale, ufficialmente composto da strenui sostenitori del comunismo staliniano, in realtà uomini meschini avidi di potere.
L’obiettivo è uno solo: prendere il posto di Stalin e assumere il comando della Russia. Questo scatena una feroce e sfibrante lotta interna al Comitato, depositario delle sorti e del destino di una Nazione dei suoi popoli.
Ogni membro viene magistralmente presentato e caratterizzato, nelle proprie ambizioni e paure, nei propri desideri e fini da perseguire.
Una lotta di tutti contro tutti, dove si creano alleanze temporanee e tregue che potranno durare quanto occorre.
A voler essere un po' schematici, due personaggi su tutti assumono il ruolo di capifazione, ovvero Lavrentij Pavlovič Berija, capo della polizia segreta, e Nikita Sergeevič Chruščëv.
La profondità dell'opera non si risolve, come ad una lettura superficiale potrebbe risultare, in una condanna del Comunismo, dell'URSS e delle aberrazioni e tragedie che ne sono nate, bensì presenta una attenta analisi di un periodo storico, ma soprattutto dei meccanismi del potere e della sua mancanza di scrupoli, che non esita a schiacciare deboli e indifesi, giustificando l’ingiustificabile con i falsi miti dell’ideologia.
I testi sono profondi e intensi, con dialoghi vivaci ed efficaci. I disegni di Thierry Robin non sono realistici, risultano anzi caricaturali. Risulta una scelta azzeccata, poiché i tratti grotteschi dei personaggi evocano la natura contorta delle loro anime e le pulsioni animalesche che li ossessionano.
La Morte di Stalin è una lettura intrigante e stuzzicante per chi ama la Storia e l'analisi delle dinamiche che l'hanno fatta e la fanno.

 

giovedì 19 maggio 2016

Questa mano



All’incirca lo slogan su questo manifesto d’epoca recita così: “Sii orgoglioso cittadino sovietico! Hai aperto la strada dalla Terra alle stelle”.

Anche se forse c’è scritto “’Sta mano po esse razzo e po esse piuma”.




giovedì 12 maggio 2016

Dampyr #194 - La Città Abbandonata


Quest’anno ricorre il trentennale dell’incidente avvenuto a Chernobyl, nell’allora Unione Sovietica.
Anche l’albo numero 194 di Dampyr, “La Città Abbandonata”, propone un ricordo del tragico evento.


Lo fa con la sceneggiatura di Luigi Mignacco e la buona prova ai disegni di Andrea del Campo per quanto riguarda la rappresentazione di orrore e mostri, efficaci anche più della componente realistica.
La trama ripropone la saga, il filone dei “Grandi Antichi”, oscure entità che già più volte hanno incontrato il cammino di Harlan, Tesla e Kurjak, ma quello che maggiormente colpisce e centra l’obiettivo di coinvolgere il lettore è la componente realistica della vicenda, fra passato (anni 80) e presente.

Il malcapitato Fyodor, che da bambino viveva a Pripjat distante appena 3 chilometri dalla centrale nucleare e città dove gran parte dei tecnici che vi lavoravano e delle loro famiglie risiedevano, ora fa la guida clandestina per gruppi di “turisti dell’orrore”, tema quanto mai attuale. Lui stesso, subendo un’orribile mutazione, si rende protagonista di un viaggio nella memoria, dove i ricordi si mescolano con la tragicità della sua condizione. 

È questa la parte migliore dell’albo, all’interno del quale il ruolo del Dampyr risulta fin troppo “di maniera”, senza un vero motivo ed intreccio, al di fuori della necessità di dare continuità alla già citata tematica (si veda anche il recente albo n.188 “Il Marchio Giallo di Carcosa”).


A trent’anni di distanza dal disastro nucleare di Chernobyl, una comitiva di turisti si addentra clandestinamente a Pripyat, la città spopolata dove vivevano gli operai della centrale… Una sinistra presenza risveglia un orrore latente, che mette radici nel corpo di Fyodor, la guida del gruppo. Ricoverato in un ospedale segreto, Fyodor sente il richiamo dei Grandi Antichi. Arriveranno in tempo Harlan, Tesla e Kurjak per fermare la mostruosa minaccia che incombe sulla Terra? (da sergiobonelli.it)