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lunedì 2 marzo 2026

Citazioni Cinematografiche n.657

 

Rapporto finale della nave Prometheus: la nave è distrutta, tutto l'equipaggio è morto. Se ricevete questo messaggio, non tentate di raggiungere il luogo da cui proviene. Qui c'è solo morte adesso. E io sto per lasciare questo pianeta. È il primo giorno dell'anno, l'anno del Signore 2094. Io mi chiamo Elizabeth Shaw, sono l'unico superstite del Prometheus e sto ancora cercando.

(Elizabeth Shaw/Noomi Rapace in “Prometheus”, di Ridley Scott – 2012)





lunedì 17 gennaio 2022

Citazioni Cinematografiche n.442

Mikael: Che cosa ti hanno fatto per diventare così? Tu conosci tutto di me, di te invece non so niente, non so niente...

Lisbeth: Infatti non sai niente.

(Mikael Blomkvist/Michael Nyqvist e Lisbeth Salander/Noomi Rapace in “Uomini che odiano le donne”, di Niels Arden Oplev - 2009)



 


martedì 10 febbraio 2015

Babycall (2011)


Noomi Rapace non è solo la Lisbeth Salander della Millenium Trilogy, dove peraltro fa la sua bella figura risultando, di fatto, l’unica vera protagonista. È un’attrice vera, anche se un po’ segnata da una certa aura di problematica inquietudine legata ai personaggi interpretati.

Non fa eccezione questo “Babycall”, thriller psicologico probabilmente non completamente riuscito, dove la svedese mette in campo una prestazione degna di nota, tanto da farle meritare il premio come miglior attrice al Festival Internazionale del Film di Roma nel 2011.


La sua interpretazione ben si adatta ad una sceneggiatura di buon ritmo, con momenti dosati di tensione accompagnati da una fotografia che gioca sull’alternanza di chiaro e scuro, luce e buio. La storia tende a perdere forza nel corso della narrazione, esaurendo un bel slancio iniziale, ma è proprio la Rapace a caricarsi il film sulle spalle e renderlo godibile e credibile.

Ci sono vari temi che vengono affrontati: il rapporto madre-figlio; l’ossessione del controllo; la violenza domestica; il problematico confronto fra individui in una società segnata dal sospetto e da un pervasivo grigiore e altro ancora. Proprio questo insieme di temi e tematiche, seppur amalgamate con una certa capacità dal regista Pal Sletaune, rischia di pregiudicare la buona riuscita del film, che risente di una freddezza che ne penalizza fin troppo la visione, anche da parte dello spettatore più avvezzo al genere. Tensione e inquadrature ben riuscite accompagnano fino alla conclusione, dove, coerentemente con il resto del film, è Noomi Rapace a salvarci da eccessive implicazioni psicologiche.

il regista Pal Sletaune


sabato 23 marzo 2013

Lisbeth nella società degli uomini




Come parecchie decine di migliaia di lettori italiani, qualche anno fa ho letto la Millenium Trilogy di Stieg Larsson. Mi ha impegnato un discreto numero di ore e fatto perdere porzioni non indifferenti di sonno, ma nel complesso mi sono divertito. Forse un giorno ci scriverò un post dedicato. Ma per il momento propongo una riflessione ed un parallelo, parziale, su un aspetto della trilogia, meglio ancora su uno dei protagonisti. Forse l’unica vera protagonista: Lisbeth Salander.

Stieg Larsson
Nella sua trilogia, Larsson descrive abbastanza accuratamente e con studiato “mestiere” operazioni compiute dai servizi segreti, traffici di prostituzione, le ombre della società svedese ed europea in generale, mette in luce intrighi tra magistrati, politici e medici e, di romanzo in romanzo, racconta sempre più dettagliatamente la realtà.

Lisbeth viene maltrattata dal padre e da Peter Teleborian, psichiatra della clinica in cui viene internata da bambina, da adulta viene ad essere emarginata dalle istituzioni, che la ritengono incapace di intendere e di volere e le assegnano un tutore, Holger Palmgren, l’unico che pare interessarsi alle sorti della ragazza. Purtroppo a questo tutore, ridotto in fin di vita da un ictus, ne subentra un secondo, Nils Bjurman, che le userà una terribile violenza e di fatto la ricatterà, comunque scatenando la sua vendetta. Lisbeth è una giovane donna arrabbiata, chiusa in se stessa, ferita dagli uomini con cui è entrata in contatto, prova risentimento e rancore e non lo nasconde.

Nel primo romanzo, “Uomini che odiano le donne”, lei accetta di affiancare il giornalista Mikael Blomkvist in un’indagine: il potente industriale Henrik Vanger vuole scoprire se la nipote Harriet, scomparsa quarant’anni prima, sia ancora viva. E così nell’arco della narrazione non solo i due scopriranno verità davvero inquietanti, ma il loro legame si consoliderà, fino a trasformarsi in una singolare amicizia. Mikael è l’unica persona che riesce a fare allentare le difese a Lisbeth, è l’unico che merita la sua fiducia. Nonostante quindi l’atroce episodio di violenza che subisce da Bjurman e nonostante i soprusi passati, la protagonista comincia a capire che tra uomo e uomo c’è differenza. Non si chiude nuovamente in se stessa, non rinuncia al rapporto con Mikael, ma vi si lega sempre di più. Perché Lisbeth accetta di coadiuvare Blomkvist nell’indagine? Perché nella sua mente suona un campanello d’allarme: un’altra donna è stata vittima di violenza, una donna che non è in grado di difendersi. Lisbeth è determinata a scoprire se i carnefici di Harriet siano ancora in vita e di quale crimine si siano macchiati esattamente, per poterli “giustiziare”. Ne fa una questione personale. Di fatto si promuove paladina di donne impotenti e maltrattate, che è decisa a tutelare. Per questo vuole scoprire a tutti i costi se Harriet sia ancora in vita: per darle eventualmente la chance di rifarsi una vita, quella chance che nessuno ha mai dato a lei. Lisbeth, vittima dello stato, si immedesima in Harriet, probabilmente vittima invece della famiglia, e la vuole riscattare.

L’astuzia, il “mestiere” di hacker e la determinazione nel punire i colpevoli sono le armi con cui Lisbeth attacca gli Uomini che odiano le donne.
Lisbeth Salander/Noomi Rapace
“Uomini che odiano le donne” racconta innanzi tutta la violenza che gli uomini, esseri di potere, esercitano sulle donne, esseri oggetto di offesa. Dietro il parallelismo delle storie di Harriet e Lisbeth si nasconde l’amara presa di coscienza di quanto facilmente le donne diventino vittime non solo della famiglia, che invece dovrebbe essere garante della loro incolumità, ma anche della società.

Dopo qualche tempo la lettura del romanzo, e la visione del discreto film trattone (quello svedese con Noomi Rapace), mi è tornato alla mente un altro film uscito sul finire degli anni 90: “Nella Società degli Uomini”.

In quel film due amici e colleghi vivono un momento difficile e problematico, sia sul lavoro che nella vita privata, dove sono stati lasciati dalle fidanzate o mogli che siano. Decidono allora di prendersi una rivincita e fanno un piano d'azione: individuare una ragazza un po' sprovveduta e vulnerabile da corteggiare e sedurre, a poco a poco, da parte di tutti e due, per poi lasciarla improvvisamente. Dopo qualche tempo, individuano la loro vittima: una ragazza che lavora per la loro stessa azienda, riservata e solitaria. Dopo aver scoperto che è sorda il loro divertimento cresce, anche se uno dei due ha qualche scrupolo. Il più deciso dei due amici persegue l'obiettivo prefisso, seduce la ragazza, e, di punto in bianco le dice che deve lasciarla. L’altro le rivela l’inganno ed il gioco di cui è caduta vittima, provando invece affetto per lei. Ma la ragazza non capisce, o non vuole capire e lo allontana, ferita ed umiliata. Nonostante un po’ di piattezza drammaturgica ed una non eccelsa confezione e recitazione, il film mostra uomini che odiano le donne, che si vendicano del mondo mirando al cuore delle donne, ma odiando in realtà tutto il genere umano, cominciando probabilmente da loro stessi, anche se mai lo ammetterebbero, impegnati come sono a proporsi e “vendersi” con abiti, orologi e gadget da migliaia di euro.