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venerdì 7 maggio 2021

Incipit 19/100

“Sul finire dell'estate di quell'anno eravamo in una casa in un villaggio che di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume c'erano sassi e ciottoli, asciutti e bianchi sotto il sole, e l'acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali. Davanti alla casa passavano truppe e scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi degli alberi erano polverosi e le foglie caddero presto quell'anno e si vedevano le truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano e poi la strada nuda e bianca se non per le foglie.”

(Addio alle armi, di Ernest Hemingway – trad. Fernanda Pivano)



 

venerdì 26 febbraio 2021

Incipit 9/100

“Alla fine maggio 1916, la mia brigata – reggimenti 399° e 400° - stava ancora sul Carso. Sin dall'inizio della guerra, essa aveva combattuto solo su quel fronte. Per noi, era ormai diventato insopportabile. Ogni palmo di terra ci ricordava un combattimento o la tomba di un compagno caduto. Non avevamo fatto altro che conquistare trincee, trincee e trincee. Dopo quella dei 'gatti rossi', era venuta quella dei 'gatti neri', poi quella dei 'gatti verdi'. Ma la situazione era sempre la stessa. Presa una trincea, bisognava conquistarne un'altra. Trieste era sempre là, di fronte al golfo, alla stessa distanza, stanca. La nostra artiglieria non vi aveva voluto tirare un sol colpo. Il duca d'Aosta, nostro comandante d'armata, la citava ogni volta, negli ordini del giorno e nei discorsi, per animare i combattenti.”

(Un anno sull'altipiano, di Emilio Lussu)



 

 

mercoledì 15 aprile 2020

Petra Chérie, di Attilio Micheluzzi



Il personaggio più noto e riuscito fra quelli creati da Attilio Micheluzzi è certamente Petra Chérie, la nobile ed affascinante Petra De Karlowitz, “bella, elegante…poliglotta, pilota esperta di aerei…una donna d’affari” . Il maestro istriano la creò nel 1977, decidendo di offrire una figura femminile che andasse decisamente controcorrente, ovvero “la mia risposta personale a un tipo femminile che andava allora di moda, sguaiato, violento, spesso poco pulito, innamorato dei “collettivi“ che credeva di realizzarsi solo dicendo “cazzo” ad ogni istante e ti sbatteva sulla faccia le dita unite a forma di vagina, “gestendo la propria sessualità” etc… etc. Insomma, una montagna di luoghi comuni codificati in modo talmente pesante da non poterla sopportare”.
Consapevole della sua indole conservatrice, al limite del reazionario, Micheluzzi riversò cura e profondo amore in un personaggio molto distante e differente dal suo carattere. Il lettore perciò si ritrova a scoprire, con dovizia di particolari e attente ricostruzioni storiche, l'amore di un autore verso un personaggio distante e antagonista del suo modo di pensare. Una donna audace, coraggiosa, temeraria, nobile ma vicina a principi ed ideali che stavano imponendosi in quegli anni, che contribuisce a tratteggiare il ritratto di un’epoca decisiva tra la fine della Belle Époque e i sanguinari eventi della Rivoluzione d’Ottobre.

Nel bel volume antologico edito qualche anno fa da Comma 22, tutte le storie in cui Petra Chérie fa la sua comparsa sono ambientate nel 1917, anno cruciale per la Storia e per il '900 in particolare.
Alla guida di un aereo dall’Istria in Montenegro e dall’Italia alla Francia, a bordo di un automobile dal Bosforo a Costantinopoli e dall’Austria all’Olanda, in sella ad un cammello in Siria, Petra ci coinvolgerà nei suoi mille viaggi spericolati tra gli orrori della guerra che sembra non avere mai fine e mai pietà. Maestro del bianco e nero e delle ombre, Micheluzzi ci offre una rappresentazione estremamente dettagliata degli spazi e dei caratteri, nonostante qualche staticità che al giorno d'oggi ci sembra eccessiva. Notevoli sono i fondali e gli interni, molto ricchi di particolari, così come le onomatopee che vengono usate con molta sapienza e si integrano perfettamente all’interno delle vignette, queste ultime tanto ben articolate e ben posizionate da offrire una narrazione scorrevole, sebbene, seguendo l'uso in auge più di 40 anni fa, in alcuni casi i balloon ora ci risultano un po’ eccessivi e prolissi. 
 
Questo non toglie magia e fascino alle tavole proposte, anzi forse quel tocco di “antico” ce le rende ancora più “care” e ci invoglia ad un tipo di lettura e di rapporto con la narrazione per e con le immagini che tendiamo a smarrire. Ovvero l'invito è a prendersela con maggiore calma, a utilizzare meditazione e lentezza nel leggere le storie di questo personaggio con le fattezze della diva del cinema muto Louise Brooks. Dedicarsi e dedicarle tempo, proprio quello che risulta quasi sospeso nelle pagine a lei dedicate. Un po' come se il tempo fosse un fattore non determinante, dal momento che l'autore stesso sembra procedere senza fretta, dosando ogni scena e parola. Vengono ben descritti i luoghi e gli ambienti, in una rappresentazione che probabilmente vuole sottolineare sensazioni, stati d'animo, azioni e attese, momenti concitati e passaggi di riflessione. In questo senso la nostra eroina e Micheluzzi stesso sospendono il tempo, lo rallentano per darci la possibilità di considerare, valutare e soppesare quanto leggiamo e osserviamo, non ultimo il lascito di abbandono, solitudine, desolazione e distruzione che un conflitto porta con sé.

In conclusione merita di essere sottolineata la originale modalità, posta ad inizio volume e ad inizio della sua avventura editoriale, niente affatto comune a metà degli anni 70 in un fumetto con queste caratteristiche, con cui l’autore sceglie di presentarci il suo personaggio. Petra parla, a malincuore e solo in quanto obbligata dal suo creatore, in prima persona, posta di fronte direttamente al lettore, come in un’intervista che viene sostenuta dall’autore stesso. Una scena in qualche modo spiazzante, che ritroviamo anche in altre storie in cui Petra parla direttamente con il lettore, coinvolgendolo non solo come osservatore ma introducendolo come parte stessa del racconto.




sabato 8 febbraio 2020

1917 (2019) di Sam Mendes



Ho visto il film e, secondo il mio gusto e la mia idea di Cinema, sono rimasto un po' perplesso. A mio parere manca, o quantomeno è carente l'elemento narrativo nell'opera. Cosa alquanto bizzarra, se non paradossale dal momento che l'intero film è stato ispirato dai racconti del nonno del regista. 
Devo dire che la componente circolare è apprezzabile, con le inquadrature iniziale e finale che si specchiano l'una nell'altra, dove il giovane caporale protagonista è appoggiato ad un albero sullo sfondo di un prato. Ma appunto questa circolarità rischia di essere solo estetica se per le due ore circa che separano l'inquadratura iniziale da quella finale manca una vera narrazione

Lontano da molti suoi illustri predecessori, Mendes sembra andare incontro all'immaginario estetico ed allo scarso interesse verso la narrativa proprio di buona parte degli spettatori odierni, piuttosto che allo slancio creativo e alla complessità tipica di Kubrick (Orizzonti di Gloria) o Milestone (All'ovest niente di nuovo), oppure Weir (Gli anni spezzati) per dire. In questo lui è figlio del suo tempo, o ci si adegua, e la sua opera si avvicina alla retorica, più visiva che appunto narrativa, delle attuali grosse produzioni hollywoodiane e dei film Marvel, ben poco inclini alla profondità e al “difficile”, maggiormente interessati a semplificare, annacquare e rendere alla portata di tutti ogni vicenda. Scegliendo questo orientamento e strategia di analisi diviene perciò quasi consequenziale cogliere i pochi lati positivi, ma purtroppo anche i limiti, di un’opera ambiziosa, grandiosa per spesa e impiego di tecnica, ma anche non pienamente convincente come "1917".



Candidato e dato per vincente in diverse categorie degli Oscar (nonché pluripremiato ai BAFTA), concordo con il positivo giudizio sulla fotografia, mirabile e in alcuni momenti sublime ed emozionante, meno sulla regia, che a mente fredda sembra risolversi in poco più di abilità, maestria e ardimento tecnico piuttosto che in reale padronanza dell'opera nel suo complesso e complessità. Si potrebbe forse dire che i molti premi ricevuti e quelli possibili costituiscono più un limite che una possibilità, dal momento che si caricano le aspettative e, di fatto, se ne rimane delusi. A cavallo fra cinema classico e sguardo verso il futuro Mendes perde su entrambi i fronti. Non si nota slancio e gusto per lo "scomodo", si perde il senso di un cinema che coinvolga e conquisti e non si riesce a rilevare la voglia di aprirsi a nuovi orizzonti e metodiche spettacolari e narrative (il giocare con i concetti di spazio e tempo di Dunkirk ad esempio). Alla fine dei conti sembra di avere di fronte un "bignami" del war movie, con tutti i cliché estetici e logistici, dialogici e caratteriali già ampiamente visti e utilizzati. Il che di base non sarebbe poi sbagliato, poiché come si dice dopo Omero e Shakespeare non si inventa più nulla, ma si sceglie come rappresentare il già scritto e come scrivere il già rappresentato. Il problema è che i dettagli, elementi, caratteri e appunto i già citati cliché qui sono mal utilizzati, come per svolgere un compito e via, si semplifica tutto e troppo e si perde molto del potenziale gusto che avrebbe potuto esserci.


Ho letto diversi paragoni con altri film (un po' l'ho appena fatto io), che non sempre fa bene compiere e qualche volta sono anche fuori luogo, ma quello che mi sembra più fuorviante è il volerci trovare una rappresentazione antimilitarista. Diversi film, anche di gran lunga migliori di questo, sono stati girati e offerti al pubblico con una evidente e ben rappresentata chiave “contro la guerra e ciò che rappresenta”, ma in questo caso mi sembra non ci sia. Dovremmo vedere il film per ciò che, in fondo, sembra essere più di tutto il resto, ovvero il racconto di un episodio personale e collettivo, nelle sue componenti e sfumature, una narrazione, una storia. A questo proposito “1917” ai miei occhi ed al mio gusto non convince totalmente. Forse non convince e basta.

martedì 20 novembre 2018

La Grande Guerra # 17

LA PROPAGANDA


Durante durante la “Grande Guerra” importante ruolo rivestì la propaganda.
Per quanto riguarda il Regno d'Italia essa si rivolse, specialmente durante le ultime fasi del conflitto, alla gran massa di combattenti. L'opera di propaganda, di natura essenzialmente ideologica, venne affidata ad un apposito servizio dell'esercito. Numerosi furono gli uomini di penna e di teatro, i letterati e gli artisti chiamati a collaborare all'opera di sensibilizzazione e proselitismo fra le truppe. Si fece ricorso ad ogni mezzo: dai giornali di trincea ai manifesti, dalle conferenze agli spettacoli, nei rari momenti di ritrovo collettivo, nei brevi intervalli fra una battaglia e l'altra.




















Ma, al di là di qualsiasi espediente ed appello propagandistico, ruolo particolare rivestì una canzone. “La Leggenda del Piave” si impose fra i combattenti e la gente comune (il fronte interno) con un'eccezionale forza di suggestione. Composta da E. Alberto Mario e lanciata a pochi mesi dalla fine della guerra, ma quando ancora la sua sorte rimaneva incerta, essa seppe far vibrare le corde dell'emozione collettiva e del sentimento nazionale. Al punto che finì per imprimere nella memoria degli italiani il Mito della Grande Guerra come emblema dell'unione fra popolo e nazione, fra esercito ed istituzioni.
Prova della sua forza e della sua longevità se ne ha anche in una scena di un popolare film ispirato alle opere di Giovannino Guareschi, dove negli immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale il sindaco comunista di Brescello, Peppone, non riesce a rimanere insensibile alle note della “Leggenda del Piave” che il parroco del paese, il rivale fraterno Don Camillo, fa risuonare durante un suo comizio.



Proposta sotto altre forme, l'azione di propaganda si rivelò essenziale per rafforzare lo spirito pubblico a favore della guerra per tenere unito il fronte interno. Si trattava di allineare la stampa alle direttive del governo, di mettere a tacere ogni voce di dissenso, in modo tale che la censura divenne uno strumento di intervento permanente, al fine di rendere sempre più intensa la mobilitazione civile per assicurare nuovi mezzi alle crescenti necessità materiali del conflitto. A cominciare dalle risorse finanziarie occorrenti per alimentare la macchina bellica, che vennero raccolte mediante una serie di prestiti nazionali emessi a ripetizione.




giovedì 23 novembre 2017

La Grande Guerra # 16

VERDUN e CAPORETTO


 
La Editoriale Cosmo ricorda la Prima Guerra Mondiale con due albi giunti in edicola a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro.
Verdun” è un prodotto francese uscito oltralpe in due parti fra il 2016 ed il 2017, che la casa editrice emiliana propone in un'unica uscita a colori, mentre “Le Nebbie di Caporetto” è una sua produzione, inserita nella collana “Un Eroe Una Battaglia” di cui costituisce la prima uscita all'interno degli albi della serie Cosmo Noir.

I titoli richiamano due episodi chiave della Grande Guerra, in sostanza nomi emblematici di una serie di battaglie e scontri, momenti storici fondamentali e fondanti per due nazioni, sul fronte occidentale per la Francia, sul fronte alpino per l'Italia. I due albi sono accomunati anche dalla tragicità contabile in fatto di uomini coinvolti e di morti sul campo di battaglia.


La Battaglia di Verdun, una delle più violente e sanguinose battaglie di tutto il conflitto, ebbe inizio il 21 febbraio 1916 e terminò il 19 dicembre dello stesso anno, vedendo contrapposti l'esercito tedesco, guidato dal capo di stato maggiore, generale Erich von Falkenhayn, e l'esercito francese, guidato dal comandante supremo Joseph Joffre, sostituito al termine del 1916 con il generale Robert Georges Nivelle. Verdun costituì un punto di svolta cruciale della guerra in quanto segnò il momento in cui il peso principale delle operazioni nel fronte occidentale passò dalla Francia all'Impero Britannico, fece di fatto svanire le ancora concrete possibilità della Germania di vincere la guerra e si ritiene essere uno degli eventi che contribuì all'entrata in guerra degli Stati Uniti d'America nel conflitto. 

 
La Battaglia di Caporetto, anche detta dodicesima battaglia dell'Isonzo cominciò alle ore 2:00 del 24 ottobre 1917, rappresentando la più grave disfatta nella storia dell'esercito italiano, tanto che, a torto o a ragione, ancora oggi il termine Caporetto viene utilizzato come sinonimo di sconfitta disastrosa. Con la crisi della Russia zarista dovuta alla rivoluzione, Austria-Ungheria e Germania poterono trasferire consistenti truppe dal fronte orientale a quelli occidentale e italiano. Forti di questi rinforzi, gli austro-ungarici, con l'apporto di reparti d'élite tedeschi, sfondarono le linee tenute dalle truppe italiane che, impreparate a una guerra difensiva e duramente provate dalle precedenti undici battaglie dell'Isonzo, non ressero all'urto e dovettero ritirarsi fino al fiume Piave. La sconfitta portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna con Armando Diaz. Le unità italiane nei mesi successivi, complici i problemi di approvvigionamento e trasporto degli Imperi Centrali, si riorganizzarono abbastanza velocemente e fermarono le truppe austro-ungariche e tedesche nella successiva prima battaglia del Piave, riuscendo a difendere a oltranza la nuova linea difensiva su cui aveva fatto ripiegare Cadorna.




Il dato che ad un secolo di distanza escano albi a fumetti dedicati a sciagurate battaglie stimola una riflessione su come, ancora oggi, ci si ponga di fronte ai due eventi raccontati. “Verdun” sceglie di ricostruire, con precisione, attenzione ai dettagli e rigore unito a serietà narrativa, gli errori dell'alto comando francese, rappresentato impietosamente ma con onestà storico-culturale, compresi nomi e cognomi, contrapposto al valore ed all'umanità dei soldati e dei loro diretti superiori. Non mancano i dettagli e qualche frecciata, dura ancorché storicamente fondata, in riferimento all'esercito tedesco del Kaiser Guglielmo II.


Le Nebbie di Caporetto” percorre un'altra via. Pur non mancando precisione nella ricostruzione dei fatti e del contesto in cui si svolsero, sceneggiatura e disegni mettono in primo piano un'esperienza totalmente “inventata”, con protagonisti di fantasia, seppur molto simili ai soldati che combatterono realmente all'interno del Regio Esercito Italiano su quel fronte. Si pone l'accento sull'eroismo degli anonimi, eroi quasi per caso, un po' ricordando Alberto Sordi e Vittorio Gassman del film di Mario Monicelli “La Grande Guerra”.


Per decenni Caporetto è stata vista come una “morte della Patria”, quasi come l'8 settembre 1943, con la destra, fascista quella di allora come quella attuale, a disegnare e propagandare l'immagine di un esercito italiano, composto da popolani divenuti fanti e artiglieri, traditore dei principi e dei valori nazionali, traditore degli ufficiali che li comandava, come Cadorna ripeteva ad oltranza. Verdun, viceversa, fin da subito fu considerata in Francia un simbolo “positivo” della nazione, esempio di come pur da errori tragici, da immani tragedie, si possa cogliere occasione di unità nazionale e unione nel ricordo.


Negli ultimi anni si sta guadagnando spazio, nel nostro Paese, una differente considerazione su Caporetto. L'idea è che quella che fu, oggettivamente, una pesante sconfitta militare, si pose come un nuovo inizio, l'opportunità di una reale svolta, in termini non solo strategico-militari, ma anche sotto il profilo di una fondazione e creazione di un popolo, quello italiano, che a distanza di più di 50 anni dalla proclamazione del Regno d'Italia, ancora non era tale, diviso e distante al suo interno. La fermata dell'invasore sul Piave, che magari non mormorò, come nella patriottica canzone, ma si pose come linea estrema e non oltrepassabile, i ragazzi del '99, la riorganizzazione dell'esercito secondo una visione al medesimo tempo più umana e maggiormente moderna, un senso di unione e di fratellanza che non era ancora stato raggiunto ed altro ancora sono legati a Caporetto.

Notazione personale: fra i miei ricordi più belli ci sono la visita al Museo ed al Sacrario Militare di Kobarid, attuale nome di Caporetto in Slovenia, ed una serie di passeggiate ed escursioni sulle Alpi Giulie, fra resti di trincee, fortificazioni e testimonianze degli scontri avvenuti su quei monti. 

 

venerdì 3 novembre 2017

La Grande Guerra # 15

I PROTAGONISTI
MANFRED VON RICHTHOFEN

Nato nel 1892 da una famiglia dell'aristocrazia prussiana, Manfred Albrecht von Richthofen diviene ufficiale degli ulani, soldati di cavalleria armati di lancia, nel 1911. In Belgio ed in Francia la guerra gli mostra il suo vero volto: i cavalli arrancano nel fango, la mitragliatrice spazza via uomini a decine aprendo vuoti paurosi, gli ulani sono appiedati o ridotti a compiti di ricognizione e collegamento.
L'aereo è la nuova arma in grado di restituire nobiltà al cavaliere, che si distingue prima in Russia come osservatore, poi in Francia come pilota da caccia. Proprio sui cieli francesi von Richthofen incontra l'aereo che lo renderà famoso, il piccolo Fokker che guasconamente dipinge di rosso, diventando così “il Barone Rosso”.

Intorno a lui si stringe il Circo Volante, una squadriglia dai colori vivaci, temuta dai piloti alleati. Prima di cadere nei cieli di Amiens, il 21 aprile 1918 uscendo dalla storia per entrare nella leggenda, von Richthofen ha conseguito 81 vittorie riconosciute, sebbene possano essere più di 90 quelle effettive. Comunque i successi non bastano a spiegare la fama del Barone Rosso e perché sia lui ad incarnare la guerra aerea 1914-1918. Il fatto è che nella figura di von Richthofen si fondono alcuni elementi tipici, tratti peculiari del mito, ovvero la contrapposizione tra modernità (l'aereo, la Grande Guerra) e passato (l'aristocrazia, la cavalleria), l'inconfondibile sagoma del suo triplano, l'ammirazione dei commilitoni ed il rispetto degli avversari, la figura dell'asso nemico dotato di senso dell'onore.

Come e più di ogni altro cavaliere dell'aria, il mito del Barone Rosso tiene viva, negli anni delle inutili carneficine, l'illusione che la guerra sia ancora un grande gioco in cui chi muore giovane è caro agli dei, continuando a vivere nella leggenda dopo la morte.



La sua figura per decenni ed a distanza di un secolo ha influenzato anche le arti e la cultura popolare, dal cinema alla letteratura ed alla musica. Un esempio che mi piace riportare? Barone Rosso è il nemico contro cui combatte Snoopy nelle strisce a fumetti dei Peanuts quando immagina di essere un aviatore della Prima Guerra Mondiale.

 


venerdì 28 aprile 2017

La Grande Guerra # 14

TORNERANNO I PRATI (Ermanno Olmi - 2014)

Probabilmente fra i migliori film sulla “Grande Guerra”, nonostante una certa artificiosità dovuta alla scelta di far pronunciare ai protagonisti una serie di battute rivolte direttamente alla cinepresa, cosa che procura un certo straniamento nello spettatore, specie se non propriamente avvezzo ad un certo Cinema.

Quello che maggiormente conquista di “Torneranno i prati” di Ermanno Olmi è lo spazio che, magistralmente, viene assegnato più ai soldati semplici, alle loro angosce, paure e riflessioni, che ai graduati. Elemento non da poco, poiché nel cinema italiano con l'obiettivo di colpire le classi agiate degli ufficiali, che la guerra vollero e condussero sulla pelle della classe contadina ed operaia, proprio quest'ultima finiva per rimanere sullo sfondo, come ad esempio in “Uomini contro” di Francesco Rosi, oppure rischiava di limitarsi ad elemento buffo, da contraltare, nel pur imprescindibile “La Grande Guerra” di Mario Monicelli.

Dal punto di vista tecnico e poetico è un film che cattura e non lascia più lo spettatore, che rimane estasiato di fronte al bianco e nero che sa di metafisico, generato dal chiarore lunare e dalla neve caduta, per un'opera in bilico fra l'astratto di una narrazione onirica ed elementi espressionisti.

Il messaggio, fin dal titolo, è chiaro: il sacrificio di quanti sono morti, stanno morendo e moriranno fra queste montagne, caduti sull'abbondante neve, verrà dimenticato appena questa si scioglierà e ritorneranno i prati, ovvero quando tornerà la pace, proprio come dice un soldato: "di quel che c'è stato qui non si vedrà più niente, e quello che abbiamo patito non sembrerà più vero".
Ma a chi guarda rimane la voglia di pensare che i prati torneranno perché comunque la natura, gli animali e gli uomini ricominceranno a vivere, nonostante l'insensatezza, la stupidità di un conflitto ed il dolore.

Siamo sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani. Nel film il racconto si svolge nel tempo di una sola nottata. Gli accadimenti si susseguono sempre imprevedibili: a volte sono lunghe attese dove la paura ti fa contare, attimo dopo attimo, fino al momento che toccherà anche a te. Tanto che la pace della montagna diventa un luogo dove si muore. Tutto ciò che si narra in questo film è realmente accaduto.(da cinematografo.it)

giovedì 22 dicembre 2016

La Grande Guerra # 13

Con l’avvicinarsi delle festività natalizie propongo all’interno della serie “La Grande Guerra” un film del 2005, “Joyeux Noël - Una verità dimenticata dalla storia”, del regista Christian Carion.
Ispirato ad un fatto realmente accaduto, il film narra quella che potremmo definire una vera e propria "favola di Natale". Sul fronte della Prima Guerra Mondiale nella notte di Natale del 1914, i soldati accampati dietro le trincee francesi, scozzesi e tedesche, decidono di deporre le armi e di scambiarsi auguri, sigarette, cioccolata e calorose strette di mano.


L’insolito ed inusuale avvenimento segnerà le vite dei principali personaggi.

Il film inizia bene, con caratterizzazione dei luoghi e dei personaggi, un discreto ritmo e le adeguate premesse per un’opera antimilitarista, sul solco di illustri precedenti, fra tutti “Orizzonti di Gloria” di Kubrick ed il monicelliano “La Grande Guerra”.

Fra tragedia, morte, paura, sudore, sangue e fango il messaggio morale arriva allo spettatore, nonostante una non eccelsa estetica ed una trama purtroppo esile, ma che avrebbe potuto svilupparsi meglio. Peccato per il doppiaggio che annulla il profondo “gioco” sulla comunicazione fra uomini e soldati di tre lingue e, particolare non secondario, di tre religioni. Buoni attori in qualche passaggio non al meglio utilizzati, ma che comunque offrono il proprio contributo e sanno dosare concessioni allo spettatore e interpretazione rispettosa della Storia e dello stile.

In sostanza da vedere e far vedere con attenzione ad una certa nobiltà morale e per ricordare ed in qualche modo nobilitare una pagina pressoché unica della storia europea.

giovedì 28 luglio 2016

Le Storie #46 - Illusioni


Da un po’ troppo tempo non mi soffermo a commentare gli albi de “Le Storie”, una collana che a mio parere merita sempre attenzione e con storie che molto spesso meritano di essere lette e gustate.

Torno a parlarne in occasione dell’uscita del numero 46 “Illusioni”, ottimamente sceneggiato da Fabrizio Accatino, dove faccio la conoscenza dei disegni di Giampiero Wallnofer.

Una storia di formazione ed una storia d’amore, senza spingere troppo su quest’ultimo aspetto, che ci fa vivere le vicende di quello che viene ricordato come uno dei più grandi illusionisti visti all’opera in Europa. Dalla Praga degli albori del novecento alla Londra che sta per assistere gli orrori della Prima Guerra Mondiale, ci viene presentata la vicenda umana, la storia di vita e professionale di Janek Bělka, prima giovane orfano boemo e poi grande e apprezzato artista che viene addirittura chiamato ad esibirsi alla corte inglese, alla presenza di re Giorgio V.



La sceneggiatura è ben scandita in parti, perfettamente godibili nella loro semplicità ma profonda efficacia e dall’ottimo risultato narrativo ed espositivo. Un piccolo romanzo di formazione che gode della buona rappresentazione degli scenari cittadini e degli interni rappresentati da Wallnofer, che fa uso di tratti marcati e netti, i quali però mi sembrano un po’ meno efficaci quando si tratta di disegnare i volti ed i corpi dei protagonisti, che Accatino descrive e connota con grande maestria, fin dalla loro prima entrata in scena. Di contro l’uso dello spazio delle tavole e la scelta fatta in tema di “gabbie” mi piace.
I tempi drammaturgici sono pressoché perfetti ed i due principali colpi di scena, entrambi fondamentali per la storia, sono veramente tali ed hanno il pregio di chiamare il lettore al dipanarsi della trama. Quello centrale è la chiave di una vicenda che deve svilupparsi in una emozionante e coinvolgente seconda parte che si chiude con l’ultimo, avvincente e sorprendente numero di illusionismo che si risolve nel colpo di scena risolutivo e conclusivo.

Una gran bella lettura in questo periodo in cui le notizie dal mondo e le ben più trascurabili miserie personali occupano la mente ed i cuori.
Potrei quasi consigliare l’acquisto di questo “Illusioni”, numero 46 della collana “Le Storie”, anche solo per una lettura vacanziera.


Praga, 1901. Per l’orfano Janek Bělka, divenire illusionista è la sola via d’uscita, il grande sogno che può portarlo via dalla povertà, via dalle strade nebbiose di quella città… È un’ambizione che lo sospingerà lontano, sui palcoscenici del mondo, a stupire un pubblico di nobili e re, fin quando il passato non tornerà a bussare alla sua porta, con rimpianti e domande che chiedono una risposta. Per trovarla, Janek dovrà oltrepassare il confine segreto della sua arte, quello che separa il semplice trucco… dalla vera magia! (da sergiobonelli.it)

mercoledì 28 ottobre 2015

La Grande Guerra # 12

I PROTAGONISTI

ARMANDO DIAZ


"Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12

La guerra contro l'
Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.
La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una czeco slovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita.
La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.
Nella pianura,
 S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.
L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni.
I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.
Il capo di stato maggiore dell'esercito, il generale Diaz ".


Nasce a Napoli da una famiglia di militari e magistrati. Compie gli studi all’Accademia Militare di Torino e fa rapidamente carriera nell’esercito. Dopo l’esperienza della guerra in Libia, dove è comandante di un reggimento, diviene segretario prima del generale Pollio, capo si stato maggiore dell’esercito e successivamente di Cadorna, subentrato a Pollio.
Nel 1915 è al comando del XXIII corpo d’armata sul Carso, distinguendosi per perizia e intelligenza di direzione. Dimostra notevoli capacità professionali e costante impegno ad ottenere il massimo dei risultati con il minimo delle perdite. Pone particolare attenzione per le esigenze dei soldati, convinto che si debba comandare più con il cuore che con la forza.
In seguito a queste sue convinzioni ed attitudini, dopo la sconfitta di Caporetto sostituisce Cadorna nel comando supremo e si rivela l’uomo giusto al posto giusto nella fase finale della guerra. Prudente e sereno, alla inflessibile volontà offensiva del predecessore sostituisce umana comprensione per gli orrori della guerra, attenzione per i soldati e capacità di collaborare con le forze politiche. Elementi, questi, che lo condurranno alla vittoria e lo renderanno una figura molto popolare.



sabato 20 giugno 2015

La Grande Guerra # 11

I PROTAGONISTI

NICOLA II DI RUSSIA 


Figlio di Alessandro III, nasce nel 1868, per divenire zar nel 1894. Essenzialmente di carattere mite, schivo ed influenzabile, Nicola II di Russia non si dimostrò capace di sostenere una politica repressiva simile a quella messa in atto dal padre. Il suo desiderio probabilmente era poter divenire un vero “padre del popolo”, titolo che usavano assumere gli Zar al potere, ma si rivelò del tutto incapace di tale compito.

La sua vita familiare è segnata dalla malattia dell’erede Aleksej, emofiliaco, motivo anche della scelta della moglie Alice di affidarsi alle presunte virtù taumaturgiche del monaco Rasputin.

Venne spinto verso un governo autocratico, senza averne l’energia e lo spirito per affermarlo, affossando, in tema di politica interna, ogni vero tentativo di riforma ed entrando più volte in contrasto con la Duma, il Parlamento.


In politica estera tentò di mantenere gli equilibri: nel 1907 completa la Triplice Intesa, ma la questione balcanica ed il sostegno alla Serbia minano i rapporti con l’Austria-Ungheria. Allo scoppio delle ostilità la decisione di assumere la guida personale dell’esercito si rivela un tragico errore. Da quel momento la monarchia viene identificata con la guerra e la sconfitta militare. Dopo l’insurrezione del marzo 1917 Nicola II abdica per sé e per il figlio in favore del fratello Michele.

Confinato a Tsarkoe Selo, viene trasferito in Siberia ed infine a Ekaterinburg dai bolscevichi, dove nella notte fra il 16 e 17 luglio 1918 viene fucilato, insieme alla famiglia.

venerdì 5 giugno 2015

La Grande Guerra # 10


I PROTAGONISTI

PAUL L. VON HINDERBURG


Nato nel cuore della Prussia, a Posen, nel 1846, da una famiglia le cui origini militari risalgono al XIII secolo. Nel 1866 si guadagna l’Ordine dell’Aquila Rossa a Königgrätz (Sadowa), contro gli austriaci, e nel 1870 la Croce di ferro a Saint-Privat contro i francesi. Nonostante tali riconoscimenti la sua carriera militare non decolla, probabilmente perché non abbastanza ricco e privo dei giusti appoggi a corte, dove comunque non gode di particolari simpatie.

Nel 1911 decide di ritirarsi dall’esercito, ma l’Impero ha bisogno di lui nel 1914, anno in cui assume la guida della VIII armata sul fronte orientale. Le vittorie di Tannenberg e dei laghi Masuri sono la nuova occasione: nominato feldmaresciallo ottiene il comando di tutto il fronte orientale, per poi, nel 1916, divenirne il comandante supremo.


Il capo di stato maggiore è Erich Ludendorff, considerato dai soldati e dalla nazione un eroe, ma, di fatto, è von Hinderburg a tracciare i piani d’azione e a condurre la guerra. Essenziale è il suo contributo a consolidare il fronte occidentale, grazie alla costruzione di un vasto complesso di fortificazioni (linea Hinderburg appunto), che permette brillanti offensive.

Nel 1918, comunque, non può evitare la sconfitta per la Germania, accollandosi, inoltre, l’onere dell’armistizio, poiché Ludendorff nel frattempo si era dimesso dall’esercito.


La Germania di Weimar si affiderà a lui, l’eroe di Tannenberg, affidandogli nel 1925 la presidenza della fragile Repubblica, nel vano tentativo di neutralizzare il Nazismo.