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lunedì 29 dicembre 2025

Citazioni Cinematografiche n.648

 

La solitudine diventa uno stile di vita, una regola, capisci? D'accordo, vivi per un sacco di tempo da sola, non hai più rapporti di nessun genere con gli uomini, con nessuno... È devastante, ma nel contempo riesci a... a serbare in te stessa una certa... purezza, per così dire, perché così non... non disperdi quel poco di energia che hai dentro, cioè... continui a sognare, ad aspettare, ma è meglio vivere sognando un ideale che... che... che adattarsi a una mediocre realtà, capisci?, e perdere ogni speranza.

(Delphine/Marie Rivière in “Il raggio verde”, di Eric Rohmer - 1986)






lunedì 22 dicembre 2025

Citazioni Cinematografiche n.647

 

"Il male lo trasformo in bello, più è violento dentro di me, più si manifesta in bello!"

(Marie-Claire Muller Polonski/Isabelle Huppert in “Grazie per la cioccolata”, di Claude Chabrol - 2000)







domenica 4 giugno 2023

Les voici

 

Emmanuelle Seigner in "Luna di fiele", di Roman Polanski - 1992

Juliette Binoche in "L'insostenibile leggerezza dell'essere", di Milos Forman - 1988

Melanie Laurent in "Treno di notte per Lisbona", di Bille August - 2013

Emmanuelle Beart in "Pranzo di Natale", di Daniele Thompson - 1999



Marine Vacth in "Giova e e bella", di Francois Ozon - 2013

sabato 25 dicembre 2021

giovedì 22 ottobre 2020

Ritratto della giovane in fiamme (2019)


Si ha ancora bisogno di opere cinematografiche o letterarie che ci illustrino quanto fosse precluso alle donne un tempo, che ci invitino a riflettere su quanta strada sia tuttora necessario percorrere per una effettiva e concreta parità di genere in molti campi e situazioni, che evidenzino in modo serio l'urgenza di operare perché non vi siano discriminazioni in tema di orientamento ed abitudini sessuali?

Dopo aver visto “Ritratto della giovane in fiamme” la risposta sembra essere sì, in ogni caso. Altrimenti perché scrivere e girare un film come quello? Una storia d'amore senza la classica colonna sonora dei film d'amore. Un film in costume che non si risolve in una sfilata di moda del 700. Un'opera cinematografica che sembra fare a meno degli esterni, ridotti all'essenziale ed utilizzati con una rara sensibilità pittorica e grande attenzione alle luci ed ai colori. Una storia di sole donne, dove le uniche figure maschili, presenti o non presenti che siano, sono marginali e pressoché trascurabili.


Le due brave protagoniste mettono in scena una naturale sensualità, che non scade nell'esposizione triviale tanto meno nel volgare, mostrando con i loro volti, le loro espressioni ed i gesti un amore negato tra due donne, ma non solo. Vi sono anche la difficoltà e spesso l’impossibilità di essere artiste, creative, o anche semplicemente studiose e intellettuali.


Dal punto di vista prettamente cinematografico un bel po' del film assume i contorni del programmatico, con qualche sequenza per così dire “telefonata”, ma vi sono anche una sceneggiatura indovinata, felici intuizioni registiche e attenzione alla luce e a come questa incontra i volti, le mani e le emozioni delle protagoniste.

Una certa compostezza impedisce di vivere appieno le emozioni, che nello spettatore rimangono compresse, ma la regista Céline Sciamma ha così scelto, permettendo, d'altro canto, di godere di ciò che maggiormente funziona. Ovvero la teorica e pratica sovrapposizione degli sguardi della pittrice Marianne, della Sciamma stessa e della macchina da presa, con l’amoroso soffermarsi sugli occhi, sul volto, sulle mani della giovane promessa sposa Haenel/Héloïse.


In questo senso, dunque, “Ritratto della giovane in fiamme” si presenta e vale come dichiarazione d’amore, come testimonianza di quello che un tempo era negato alle donne e che oggi, alla luce del sole (non solo metaforicamente), le donne/artiste possono, o almeno potrebbero vivere.


1770. Marianne, pittrice di talento, viene ingaggiata per fare il ritratto di Héloise, una giovane donna che ha da poco lasciato il convento per sposare l’uomo a lei destinato. Héloise tenta di resistere al suo destino, rifiutando di posare. Su indicazione della madre, Mariane dovrà dipingerla di nascosto, fingendo di essere la sua dama di compagnia. Le due donne iniziano a frequentarsi e tra loro scatta un amore travolgente e inaspettato.



venerdì 15 marzo 2019

Giallo, Noir & Thriller/65

Titolo: Casino Totale
Autore: Jean-Claude Izzo
Traduttore: Barbara Ferri
Editore: E/O - 1999

Casino Totale è il romanzo che apre quella che è stata definita “La Trilogia di Fabio Montale”, ovvero i tre libri che hanno portato la fama a Jean-Claude Izzo, che si sarebbe poi guadagnato l'appellativo di fondatore del noir mediterraneo.

Il protagonista, come è facile immaginare è Fabio Montale, singolare poliziotto che cerca faticosamente ma con tenacia e ostinazione di comporre i cocci della sua vita di figlio di immigrati e di quella di tanti altri figli (immigrati e non) di una città come Marsiglia. Città che legittimamente assurge a co-protagonista del romanzo e poi dell'intera trilogia. Izzo la dipinge come una città dura, persino maledetta, pericolosa e chiusa in sé stessa, tanto da renderti difficile viverci e lavorarci, in grado di crearti problemi, portarti dolore ma anche di regalarti momenti di serenità, quando non riempirti di poesia e felicità.
In Casino Totale, come anche negli altri due romanzi che seguiranno (Chourmo e Solea), Marsiglia vive un periodo di incertezza e confusione, che va seguito ad anni di intenso sviluppo economico che ha portato uomini e donne delle ex colonie francesi, arabi, italiani a trasferirsi qui in cerca di lavoro e stabilità, soprattutto attorno al porto ed alle zone periferiche. Ora il quotidiano è fatto di ristrettezze economiche, tensione sociale, diffidenza verso gli “ultimi arrivati”, gli arabi di seconda generazione ed i francesi non per sangue ma per nascita. Terreno florido per la malavita così come per i gruppi xenofobi.

Trama non proprio facile da seguire, sebbene supportata da una scrittura decisa, netta ed efficace. Non bisogna aspettarsi troppo dall'elemento giallo, fin troppo esile, poiché non è questo l'ingrediente principale, bensì si rimane stupiti da quanto Izzo (morto nel 2000 a 56 anni) abbia fatto scuola in merito al gusto noir di ambientazione sociale e malavitosa, dato il discreto numero di opere che ne risultano ispirate in modo più o meno diretto. Quella che in superficie, dopo poche pagine lette, può apparire come una storia di vendetta, di riscatto, si rivela qualcosa di maggiormente originale. Gli ingredienti noir ci sono tutti, presenti e passati, le vite e le vicende raccontate si prestano bene ad essere gustate, anzi divorate dal lettore, che non può che rimanere affascinato da Fabio Montale. Lui non è il classico investigatore disilluso e duro, attorniato da nemici e da una pericolosa pupa, non ha nei muscoli la sua principale arma, bensì nell'ascolto, la compassione e poche, ma semplici idee, anzi principi morali, radicatisi in lui fin dall'infanzia povera nei quartieri popolari della cittadina francese affacciata sul mare. Montale è un solitario, ama la buona cucina, il vino, il whiskey, non può vivere senza il mare, la musica e la poesia. Non c'è traccia di sarcasmo o crudele ironia in lui, è gentile, mai scontroso, spiccio quanto e quando serve e, in barba alla depressione, cerca di portare avanti la sua esistenza, quasi disperatamente, tentando di fare la cosa giusta per le persone che ama e che ritiene lo meritino, anche quando, pur di riuscirci, mette a rischio tutto se stesso. 

Dopo anni di vagabondaggi nei mari del Sud, Ugo torna a Marsiglia per vendicare Manu, l'amico di gioventù assassinato dalla malavita. Ma anche lui resta ucciso e toccherà a un terzo amico, Fabio Montale, il compito di fare giustizia. Tutti e tre - Ugo, Manu e Montale - sono cresciuti nei vicoli poveri del porto di Marsiglia. Assieme hanno fatto i primi furtarelli, poi qualche rapina, ma hanno anche condiviso i sogni di paesi esotici, i primi dischi e i primi libri, le nuotate in mare, le ubriacature. E soprattutto hanno amato la stessa donna, Lole. Poi le strade si sono separate: Manu si è perso in giochi criminali troppo grandi, Ugo è partito, Montale è diventato uno strano poliziotto, più educatore di strada nei quartieri difficili che sbirro. Ora dovrà sostenere un'inchiesta durissima contro tutto e tutti, in una città, Marsiglia, simbolo di un Mediterraneo diviso tra bellezza e violenza, tra due colori: l'azzurro del cielo e del mare e il nero della morte e dell'odio. (da ibs.it)

sabato 15 ottobre 2016

8 Donne e un Mistero (2002)


Un piccolo gioiello del più recente cinema francese, “8 Donne e un Mistero” è una divertente e riuscita commedia noir, che vede protagoniste, come da titolo, 8 attrici impegnate ad interpretare una messinscena molto teatrale, con battute efficaci, scenografia e colori molto accesi, numeri musicali e canzoni che si susseguono ed una trama intelligente ed arguta.
Il regista François Ozon evita i ritmi lenti tipici del cinema d’oltralpe per regalare allo spettatore una vicenda serrata e farcita di sorprese e rivelazioni. I misteri sono più di uno, così come i segreti, alcuni difficilmente confessabili, custoditi dalle otto protagoniste.

Pressoché il meglio che in quegli anni potesse offrire la ottimamente fornita schiera d’attrici francesi, il gruppo al femminile è in gran forma, con una speciale menzione per Catherine Deneuve, Isabelle Huppert e Fanny Ardant.
L’atmosfera retrò, il gioco di utilizzare in modo ironico tabù e cliché, costumi e vezzi della borghesia anni 50, fa divertire e mette l’intera vicenda nella felice condizione di essere goduta fino in fondo e di beneficiare di una recitazione che ammicca al teatrale, utilizzando elementi noir e gialli per stravolgerli con ironia e senso del ludico.

Ci si può vedere più di un riferimento al cinema francese ed hollywoodiano del passato, con l’imbarazzo di passare da Truffaut a Cukor a Hitchcock, sia per l’indagine sul femminile, che per l’ironia evidente, comunque rispettosa di basi e “fondamentali” del mestiere.
I più critici probabilmente storcerebbero il naso di fronte al fatto che il delitto e l’elemento squisitamente giallo tendono a perdere centralità rispetto al resto, ma il resto, appunto, funziona molto bene e sembra proprio che possa bastare.


Non posso evitare di sottolineare il piacere ed il gusto provato ad ascoltare e vedere le protagoniste cantare ed in alcuni casi ballare durante il loro “numero musicale”, che le rappresenta e illustra.
Infatti ognuna delle otto donne è caratterizzata da un brano musicale. Cito quello sensualmente interpretato da Emmanuelle Béart, così come il tema malinconico interpretato dalla Huppert. Inoltre vedere Catherine Deneuve e Fanny Ardant cantare e ballare è un’occasione da non perdere.




Nel bel mezzo di un gelido inverno, in una casa isolata della campagna francese, una famiglia si riunisce per le vacanze. Ma proprio alla vigilia dei festeggiamenti, un tragico imprevisto fa precipitare la situazione: il capofamiglia viene assassinato. L'omicida non può che essere una delle otto donne più vicine alla vittima: la sua potente moglie, la cognata zitella, la suocera tirchia, l'insolente cameriera, la leale governante oppure una delle due giovani e graziose figlie? (da cinematografo.it)

venerdì 6 maggio 2016

Un caffè insieme?




Jean-Paul Belmondo & Catherine Deneuve - La mia droga si chiama Julie (François Truffaut – 1969)



giovedì 10 marzo 2016

Il Colore della Menzogna (1998)



Torno a parlare di un film di Claude Chabrol.
Dopo “Il Buio nella Mente”, è la volta de “Il Colore della Menzogna”, che condivide con il precedente, oltre il regista, anche una delle protagoniste, la brava ed intensa Sandrine Bonnaire.

“Il Colore della Menzogna” è in prima battuta un buon giallo, ben organizzato e molto interessante, con elementi tipici della narrativa di genere europea, un po’ alla Simenon, anche se il “Maigret”, in questo caso è donna ed ha il volto di Valeria Bruni Tedeschi.

Si nota come il regista francese, autore anche della sceneggiatura insieme a Odile Barski, abbia fatto propria la lezione del maestro Hitchcock, filtrata da un certo gusto francofono.
Detto questo sottolineo come, però, sembra non essere in cima all'interesse di Chabrol l’inchiesta e la drammatica vicenda, che per quanto ben scritta ed ottimamente presentata, anche grazie ad una efficace fotografia, cede il passo allo studio dei personaggi, all'approfondimento dei caratteri.

Il rapporto fra marito e moglie, il potenziale triangolo che si crea con un possibile amante, la figura del commissario che venendo “da fuori” getta un occhio esterno e quasi “pulito” su quella provincia francese, dove tutti hanno o avrebbero un motivo per mentire. Quindi la menzogna del titolo diviene centrale nella rappresentazione non tanto di una indagine, ma di una realtà fisica e di relazioni fra esseri umani.

I sentimenti e le sensazioni, di frustrazione, fallimento, infelicità vengono sottolineate dall'ambientazione, grigia e a suo modo degradata, nel senso di pulsioni e aspettative, con il paesaggio che assume un suo importante ruolo.
Un film da riscoprire e da rivedere per chi, come me, in quell'ormai lontano 1999 ne rimase affascinato in una piccola sala cinematografica della città universitaria in cui viveva.


Bretagna. In un villaggio di pescatori alcuni bambini scoprono il cadavere di una loro coetanea. Il sospetto cade sul suo insegnante privato di disegno, René, sposato con l'infermiera Viviane attratta da uno scrittore famoso che ha una villa nella zona e ogni tanto vi torna per periodi di riposo. (da mymovies.it)

Claude Chabrol

sabato 12 dicembre 2015

Ventiquattr'ore nella vita di una donna


Titolo: Ventiquattr'ore nella vita di una donna
Autore: Stefan Zweig
Traduttore: Berta Burgio Ahrens
Editore: Garzanti - 2015

Racconto/romanzo breve dello scrittore austriaco Stefan Zweig, ne ritengo “Ventiquattr'ore nella vita di una donna” uno dei suoi più avvincenti e riusciti, trascurando la sensazione di essere di fronte ad un “esercizio di stile” su un tema ed un caso quasi da scuola di retorica.
Scritto nel 1927, si narra di una donna e del suo incontro con un uomo, un giovane, dominato dalla passione per il gioco d’azzardo, nell'atmosfera opprimente e febbrile del Casinò di Monte Carlo. Lei lascerà tutto della sua confortevole e privilegiata vita da ricca borghesia europea, per stare accanto all'uomo che ha salvato da un probabile suicidio? Lui si rivelerà degno delle attenzioni e dell’amore di questa donna? Se il cuore della narrazione fosse limitato a questo, ci si troverebbe a leggere di una storia tragico-romantica con magari qualche pagina opportunamente spruzzata di rosa e vagamente, qua e là, condita con dettagli e immagini di passione erotica e di sentimenti esasperati.

In questo caso, invece, Zweig, con un artificio narrativo semplice ma, allora come oggi, efficace, ci fa raccontare la vicenda dalla donna stessa protagonista delle turbolente e a loro modo esaltanti 24 ore del titolo, ormai anziana. Più propriamente lei racconta di sé e di quanto ha vissuto a un interlocutore pressoché sconosciuto, ma che lei ritiene essere l’unico possibile destinatario della sua narrazione.

Una confessione, il racconto di un amore, di una ossessione che l’ha travolta e trascinata in una spirale di tormento ed estasi. Non è tanto la descrizione degli effetti del demone del gioco sul fisico e lo spirito di un personaggio essenzialmente fragile ed esposto ad avvincere il lettore, ma la rinnovata capacità dello scrittore austriaco di indagare ed esprimere i dettagli ed i trascorsi dell’animo umano. La signora narrante svela un singolo episodio del suo passato, ma così facendo si procura l’occasione per mostrare come un dettaglio possa rappresentare e sintetizzare l’intero corso di una vita.
Al limite di un processo di espiazione, le cui pagine catturano il lettore in un crescendo di tensione psicologica, protagonisti sono i conturbanti e complessi meccanismi che dominano la mente e l’anima umana quando si trova in balia delle passioni, siano esse originate dall'amore, con tutta la sua incontrollabile sensualità, o quelle legate al gioco d’azzardo, con tutta la loro carica distruttiva
Un racconto che si definisce anche come riflessione sul proprio presente e su quanto vissuto, perché “invecchiare non significa altro che non avere più paura del proprio passato”.


Primi anni Venti. Uno scandalo sconvolge la sonnolenta vita di un lussuoso hotel della Costa Azzurra: Madame Henriette, moglie e madre irreprensibile, fugge nottetempo con un giovane bellimbusto francese appena conosciuto. Subito, la tresca infiamma il pettegolezzo tra i villeggianti: unico a prendere le difese della donna è il narratore-protagonista. Colpita dall'accaduto, Mrs. C., una distinta gentildonna inglese, decide di confessare proprio a lui il suo più intimo e scandaloso segreto: il racconto delle ventiquattr'ore che trent'anni prima cambiarono per sempre la sua vita. Alternando con maestria tensione narrativa e sottile indagine psicologica, Zweig ci regala un racconto moderno e appassionato sull'imprevedibilità del destino e la forza incontrollabile dei sentimenti. (da garzantilibri.it)

sabato 5 dicembre 2015

Welcome - Immigrazione, Amore, Dolore e Vita

Durante le ultime settimane siamo tornati a vedere drammatiche immagini di dolore, sofferenza e speranza, ci siamo dati l’occasione di leggere di profughi, immigrazione, clandestini e difficile, forse reticente accoglienza. Nei giorni scorsi mi è tornato in mente ed ho ripensato ad un film del 2009 che di immigrazione, amore, ricerca e desiderio di una vita diversa, se non proprio migliore, fa il suo tema centrale.

“Welcome”, del francese Philippe Lioret, meriterebbe diversi passaggi televisivi e di essere proposto e riproposto all’attenzione di quanti, demagogicamente e magari con atteggiamento militante decisamente fuori luogo e fastidioso, inneggiano alla “linea dura” contro gli invasori o, di contro, dipingono come “fratello” o “liberatore” chi giunge nel nostro Paese, od in Europa, da paesi lontani non solo geograficamente. 

Lontano da facili semplificazioni e pulsioni centrifughe e/o centripete, il regista ed il protagonista Vincent Lindon, che offre una intensa e drammaticamente contenuta e misurata recitazione, mettono in scena una coinvolgente storia d’amore e di vita, dove i sentimenti e la militanza sociale, quando non politica, si incontrano e rendono giustizia alla realtà di questi anni. Realtà che è piena di sfumature, complessa, difficile da vivere e da rappresentare.

Una narrazione lacerante ed istruttiva, che non nasconde le linee d’ombra e le responsabilità, le colpe persino, sia di chi arriva che di chi si trova nella scomoda posizione di accogliente. Uno dei meriti è rendere evidente come la xenofobia, o pur la sola intolleranza, sia anche la manifestazione della paura che molti di noi provano di fronte a chi è spinto da un’altra paura, se non proprio speculare quantomeno tragicamente simmetrica. Un altro merito è rendere giustizia a differenti posizioni e ragioni, di chi fugge e di chi si sente, a ragione o a torto, ma sempre individualmente, assediato o accerchiato, anche dai propri compatrioti, dai colleghi di lavoro, dai vicini di casa.

Pertanto rendere un dramma sociale, quale è l’immigrazione clandestina in Europa, all’interno di un dramma privato, mi sembra una scelta azzeccata ed efficace, poiché riesce a rappresentare le vicende e “la vicenda” senza esagerazioni o derive ideologico-utopistiche.

Lindon è istruttore, amico, confidente e alla fine “padre” di un ragazzo iracheno in fuga dal suo paese, giunto a Calais per raggiungere, nel Regno Unito, la ragazza che ama. E qui, grazie alla funzionale ed efficace proposta del tema sentimentale, si tratta un’altra questione, niente affatto secondaria. Gli immigrati lasciano il proprio Paese natale, ma rimangono legati ad abitudini, usi e costumi che rischiano di divenire pesante eredità, grave fardello che imprigiona e da cui sembra impossibile derogare. Una nuova vita che sembra troppo simile alla vecchia, nonostante migliori condizioni materiali.

domenica 29 novembre 2015

Quanto si parla dell'amore


Stéphane: È buffo pensare che in tre quarti di questi libri non si parli che dell'amore: dai tascabili fino ai capolavori, e anche ai libri di cucina. Sempre gli stessi vocaboli: è eccessivo.
Hélène: Ti pare una cosa oscena?
Stéphane: No. Scritto, a volte, è molto bello.


(“Un Cuore in Inverno”, di Claude Sautet - 1992)

lunedì 26 ottobre 2015

Citazioni Cinematografiche n. 120


Marion Steiner: L'amore fa male, forse?
Bernard Granger: Sì, l'amore fa male. Come un grande avvoltoio plana sopra di noi, si immobilizza e ci minaccia. Ma la minaccia può essere anche promessa di gioia. Sei bella, Hélèna, così bella che guardarti è una sofferenza.
Marion Steiner: Ieri dicevate che era una gioia.
Bernard Granger: È una gioia e una sofferenza.

(Marion Steiner/Catherine Deneuve e Bernard Granger/Gérard Depardieu in “L’Ultimo Metrò” di François Truffaut – 1980)



lunedì 24 agosto 2015

Citazioni Cinematografiche n. 111

Camille: Lei è mai stato innamorato?
Stéphane: Mi dev'essere successo...

(Camille/Emmanuelle Béart e Stéphane/Daniel Auteuil in “Un Cuore in Inverno”, di Claude Sautet - 1992)




sabato 28 giugno 2014

La Grande Guerra # 1

Quest’anno ricorre il centenario dello scoppio della Grande Guerra (1914-1918).

Fu definita così prima che si rendesse necessario numerare le guerre mondiali. È un evento che, nella sua drammaticità, ha di fatto segnato il 20° secolo e posto le basi per tutto ciò che è accaduto successivamente, o comunque gran parte.

Rientra inoltre in un periodo storico che mi ha sempre molto affascinato e condotto anche a impegnare parte delle mie vacanze estive per ripercorrere alcuni luoghi simbolo della Grande Guerra. Trincee, vette alpine, resti di fortificazioni, sentieri e mulattiere su cui hanno lasciato tracce del loro passaggio soldati italiani, austriaci, boemi, magiari, slavi.

Per ricordare e in qualche modo mantenere viva, in me e magari in qualcuno che avrà la voglia e il tempo di leggere queste righe, la memoria di quegli eventi inizio oggi una breve serie di post a tema “La Grande Guerra”, ovvero la Prima Guerra Mondiale rappresentata attraverso il fumetto, il cinema, la letteratura e le canzoni. Non intende essere una accurata e completa disamina di quanto tratta quel fondamentale passaggio della Storia europea e mondiale, ci mancherebbe. Ritengo che difficilmente si potrebbe giungere ad un risultato soddisfacente e interamente esaustivo, perciò proporrò una selezione di cose che ho letto, che conosco e che ritengo sufficientemente esplicative e valide.

Si comincia con un fumetto dell’area francofona: Ambulanza 13 – La Guerra in Trincea, testi di Patrick Cothias e Patrice Ordas, disegni di Alain Mounier, colori di Sébastien Bouet.

Recentemente ristampato da Mondatori Comics, all’interno dell’ottima serie “Historica”, tratta di una storia di guerra (war story), è inevitabile, ma ha al suo interno numerosi spunti di riflessione e diversi temi che vengono presentati e trattati con grande sensibilità e competenza. Dialoghi pressoché perfetti, veloci e secchi quando è opportuno, meditativi, intensi e profondi per “raccontare” al lettore non solo gli scontri e le battaglie, tra le quali quella di Verdun occupa gran parte dell’opera, ma anche per illustrare e definire il contesto storico-sociale europeo, francese e tedesco in particolare, in cui i personaggi presentati si trovano a vivere.

Protagonista principale è Louis Charles Bouteloup,  giovane medico di buona famiglia che, inviato al fronte (franco-tedesco, come in “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, ma dall’altra parte), si trova ad esercitare la sua professione nell’unità di campo Ambulanza 13, destinata a soccorrere i feriti della prima linea francese, dalla fine del 1915 fino al già citato assedio di Verdun. Proprio una delle pagine più atroci di quel conflitto, una logorante e crudele guerra di posizione, viene utilizzata come “pretesto” per illustrare e denunciare la brutalità, l’orrore e le aberrazioni tipiche di ogni confronto militare.

La cecità politico-militare e l’arroganza dei potenti e di una buona parte degli ufficiali dell’esercito francese sono contrapposte alla sofferenza ed al sacrificio di migliaia di soldati, di diverse estrazioni sociali, religione, lingua e colore della pelle (ricordiamo che la Francia era una potenza coloniale). Non manca il sarcasmo nei confronti dei politici e degli “alti gradi”, così come non viene risparmiato il disprezzo verso gli ufficiali e la loro vuota retorica. I temi principali sono la morte, che raggiunge ogni individuo, anche il “nemico”, che parla la lingua della filosofia e dell’arte ma anche dell’invasione, la responsabilità individuale e le scelte che ognuno compie, il tenente Boutelop ma anche i suoi compagni, l’importanza del “fronte interno” (un tema non esclusivamente italiano), illustrata attraverso le vicende di Suor Isabelle e del tenente Favre), l’inadeguatezza degli ufficiali francesi ad adattarsi alla “prima guerra moderna”, il senso di unione e fratellanza delle truppe.

Ottima ricostruzione storica, precisione dei dettagli, qualche passaggio ironico e più “leggero”, una, forse due, possibili storie d’amore che vengono accennate e astutamente evocate più che mostrate, rendono l’opera godibile ad un pubblico potenzialmente ampio. Più sottotrame che nell’ultima parte di Ambulanza 13 vengono risolte, per donarci emozioni e mostrarci i frutti di quanto seminato nelle pagine lette e assaporate.

I disegni di Alain Mounier rappresentano al meglio le vicende raccontate, sia le grandi battaglie che la vita di trincea, i momenti di azione con belle e drammatiche scene dinamiche, quelli di “pausa” con il contrasto fra il fango della prima linea ed il lusso di chi è rimasto “a casa” o al caldo dei quartier generali. I colori, il rosso è pervasivo, sono evocativi e raffinati, i chiaroscuri da applauso e incontrano i testi che mostrano estrema cura e interesse.


Un bel modo di accostarsi alla Prima Guerra Mondiale, partendo dal fronte occidentale franco-tedesco. Per farsi un’idea di cosa fu la Grande Guerra suggerisco la visione di questo breve servizio che Alberto Angela propose qualche anno fa all'interno di "Ulisse".
Brevissimo video che riassume la prima guerra mondiale mostrandone le principali fasi, dall'attentato di Sarajevo all'armistizio passando per l'intervento americano e l'entrata in guerra delle colonie.

Domani, per chi lo vorrà, si andrà sul fronte italo-austriaco con “Un Anno sull’Altopiano”, di Emilio Lussu.