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Post su Film, Libri, Mostre, Esperienze di vita, Fumetti, Cartoni Animati e quello che mi piace ed anche che mi piace di meno.
La
solitudine diventa uno stile di vita, una regola, capisci? D'accordo,
vivi per un sacco di tempo da sola, non hai più rapporti di nessun
genere con gli uomini, con nessuno... È devastante, ma nel contempo
riesci a... a serbare in te stessa una certa... purezza, per così
dire, perché così non... non disperdi quel poco di energia che hai
dentro, cioè... continui a sognare, ad aspettare, ma è meglio
vivere sognando un ideale che... che... che adattarsi a una mediocre
realtà, capisci?, e perdere ogni speranza.
(Delphine/Marie
Rivière in “Il raggio verde”, di Eric Rohmer - 1986)
Si ha ancora
bisogno di opere cinematografiche o letterarie che ci illustrino
quanto fosse precluso alle donne un tempo, che ci invitino a
riflettere su quanta strada sia tuttora necessario percorrere per una
effettiva e concreta parità di genere in molti campi e situazioni,
che evidenzino in modo serio l'urgenza di operare perché non vi
siano discriminazioni in tema di orientamento ed abitudini sessuali?
Dopo aver
visto “Ritratto della giovane in fiamme” la risposta
sembra essere sì, in ogni caso. Altrimenti perché scrivere e girare
un film come quello? Una storia d'amore senza la classica colonna
sonora dei film d'amore. Un film in costume che non si risolve in una
sfilata di moda del 700. Un'opera cinematografica che sembra fare a
meno degli esterni, ridotti all'essenziale ed utilizzati con una rara
sensibilità pittorica e grande attenzione alle luci ed ai colori.
Una storia di sole donne, dove le uniche figure maschili, presenti o
non presenti che siano, sono marginali e pressoché trascurabili.
Le due
brave protagoniste mettono in scena una naturale sensualità, che non
scade nell'esposizione triviale tanto meno nel volgare, mostrando con
i loro volti, le loro espressioni ed i gesti un amore negato tra due
donne, ma non solo. Vi sono anche la difficoltà e spesso
l’impossibilità di essere artiste, creative, o anche semplicemente
studiose e intellettuali.
Dal punto di
vista prettamente cinematografico un bel po' del film assume i
contorni del programmatico, con qualche sequenza per così dire
“telefonata”, ma vi sono anche una sceneggiatura indovinata,
felici intuizioni registiche e attenzione alla luce e a come questa
incontra i volti, le mani e le emozioni delle protagoniste.
Una certa
compostezza impedisce di vivere appieno le emozioni, che nello
spettatore rimangono compresse, ma la regista Céline Sciamma
ha così scelto, permettendo, d'altro canto, di godere di ciò che
maggiormente funziona. Ovvero la teorica e pratica sovrapposizione
degli sguardi della pittrice Marianne, della Sciamma stessa e della
macchina da presa, con l’amoroso soffermarsi sugli occhi, sul
volto, sulle mani della giovane promessa sposa Haenel/Héloïse.
In questo
senso, dunque, “Ritratto della giovane in fiamme” si presenta e
vale come dichiarazione d’amore, come testimonianza di quello che
un tempo era negato alle donne e che oggi, alla luce del sole (non
solo metaforicamente), le donne/artiste possono, o almeno
potrebbero vivere.
1770. Marianne,
pittrice di talento, viene ingaggiata per fare il ritratto di
Héloise, una giovane donna che ha da poco lasciato il convento per
sposare l’uomo a lei destinato. Héloise tenta di resistere al suo
destino, rifiutando di posare. Su indicazione della madre, Mariane
dovrà dipingerla di nascosto, fingendo di essere la sua dama di
compagnia. Le due donne iniziano a frequentarsi e tra loro scatta un
amore travolgente e inaspettato.
Casino
Totale è il romanzo che apre quella che è stata definita “La
Trilogia di Fabio Montale”, ovvero i tre libri che hanno portato la
fama a Jean-Claude Izzo, che si sarebbe poi guadagnato
l'appellativo di fondatore del noir mediterraneo.
Il
protagonista, come è facile immaginare è Fabio
Montale, singolare poliziotto che cerca
faticosamente ma con tenacia e ostinazione di comporre i cocci della
sua vita di figlio di immigrati e di quella di tanti altri figli
(immigrati e non) di
una città come Marsiglia. Città che legittimamente assurge a
co-protagonista del romanzo e poi dell'intera trilogia. Izzo la
dipinge come una città dura, persino maledetta, pericolosa e chiusa
in sé stessa, tanto da renderti difficile viverci e lavorarci, in
grado di crearti problemi, portarti dolore ma anche di regalarti
momenti di serenità, quando non riempirti di poesia e felicità.
In Casino
Totale, come anche negli altri due romanzi che seguiranno (Chourmo
e Solea),Marsiglia vive un periodo di incertezza e
confusione, che va seguito ad anni di intenso sviluppo economico che
ha portato uomini e donne delle ex colonie francesi, arabi, italiani
a trasferirsi qui in cerca di lavoro e stabilità, soprattutto
attorno al porto ed alle zone periferiche. Ora il quotidiano è fatto
di ristrettezze economiche, tensione sociale, diffidenza verso gli
“ultimi arrivati”, gli arabi di seconda generazione ed i francesi
non per sangue ma per nascita. Terreno florido per la malavita così
come per i gruppi xenofobi.
Trama non
proprio facile da seguire, sebbene supportata da una scrittura
decisa, netta ed efficace. Non bisogna aspettarsi troppo
dall'elemento giallo, fin troppo esile, poiché non è questo
l'ingrediente principale, bensì si rimane stupiti da quanto Izzo
(morto nel 2000 a 56 anni) abbia
fatto scuola in merito al gusto noir di ambientazione sociale e
malavitosa, dato il discreto numero di opere che ne risultano
ispirate in modo più o meno diretto. Quella che in superficie, dopo
poche pagine lette, può apparire come una storia di vendetta, di
riscatto, si rivela qualcosa di maggiormente originale. Gli
ingredienti noir ci sono tutti, presenti e passati, le vite e le
vicende raccontate si prestano bene ad essere gustate, anzi divorate
dal lettore, che non può che rimanere affascinato da Fabio Montale.
Lui non è il classico investigatore disilluso e duro, attorniato da
nemici e da una pericolosa pupa, non ha nei muscoli la sua principale
arma, bensì nell'ascolto, la compassione e poche, ma semplici idee,
anzi principi morali, radicatisi in lui fin dall'infanzia povera nei
quartieri popolari della cittadina francese affacciata sul mare.
Montale è un solitario, ama la buona cucina, il vino, il whiskey,
non può vivere senza il mare, la musica e la poesia. Non c'è
traccia di sarcasmo o crudele ironia in lui, è gentile, mai
scontroso, spiccio quanto e quando serve e, in barba alla
depressione, cerca di portare avanti la sua esistenza, quasi
disperatamente, tentando di fare la cosa giusta per le persone che
ama e che ritiene lo meritino, anche quando, pur di riuscirci, mette
a rischio tutto se stesso.
Dopo anni
di vagabondaggi nei mari del Sud, Ugo torna a Marsiglia per vendicare
Manu, l'amico di gioventù assassinato dalla malavita. Ma anche lui
resta ucciso e toccherà a un terzo amico, Fabio Montale, il compito
di fare giustizia. Tutti e tre - Ugo, Manu e Montale - sono cresciuti
nei vicoli poveri del porto di Marsiglia. Assieme hanno fatto i primi
furtarelli, poi qualche rapina, ma hanno anche condiviso i sogni di
paesi esotici, i primi dischi e i primi libri, le nuotate in mare, le
ubriacature. E soprattutto hanno amato la stessa donna, Lole. Poi le
strade si sono separate: Manu si è perso in giochi criminali troppo
grandi, Ugo è partito, Montale è diventato uno strano poliziotto,
più educatore di strada nei quartieri difficili che sbirro. Ora
dovrà sostenere un'inchiesta durissima contro tutto e tutti, in una
città, Marsiglia, simbolo di un Mediterraneo diviso tra bellezza e
violenza, tra due colori: l'azzurro del cielo e del mare e il nero
della morte e dell'odio. (da
ibs.it)
Un piccolo gioiello del più recente cinema francese,
“8 Donne e un Mistero” è una divertente e riuscita commedia noir,
che vede protagoniste, come da titolo, 8 attrici impegnate ad interpretare una
messinscena molto teatrale, con battute efficaci, scenografia e colori molto
accesi, numeri musicali e canzoni che si susseguono ed una trama intelligente
ed arguta.
Il regista François Ozon evita i ritmi lenti
tipici del cinema d’oltralpe per regalare allo spettatore una vicenda serrata e
farcita di sorprese e rivelazioni. I misteri sono più di uno, così come i
segreti, alcuni difficilmente confessabili, custoditi dalle otto protagoniste.
Pressoché il meglio che in quegli anni potesse
offrire la ottimamente fornita schiera d’attrici francesi, il gruppo al femminile
è in gran forma, con una speciale menzione per Catherine Deneuve, Isabelle
Huppert e Fanny Ardant.
L’atmosfera retrò, il gioco di utilizzare in modo
ironico tabù e cliché, costumi e vezzi della borghesia anni 50, fa divertire e
mette l’intera vicenda nella felice condizione di essere goduta fino in fondo e
di beneficiare di una recitazione che ammicca al teatrale, utilizzando
elementi noir e gialli per stravolgerli con ironia e senso del ludico.
Ci si può vedere più di un riferimento al cinema
francese ed hollywoodiano del passato, con l’imbarazzo di passare da Truffaut a
Cukor a Hitchcock, sia per l’indagine sul femminile, che per l’ironia evidente,
comunque rispettosa di basi e “fondamentali” del mestiere.
I più critici probabilmente storcerebbero il naso di
fronte al fatto che il delitto e l’elemento squisitamente giallo tendono a
perdere centralità rispetto al resto, ma il resto, appunto, funziona molto bene
e sembra proprio che possa bastare.
Non posso evitare di sottolineare il piacere ed il
gusto provato ad ascoltare e vedere le protagoniste cantare ed in alcuni casi
ballare durante il loro “numero musicale”, che le rappresenta e
illustra.
Infatti ognuna delle otto donne è caratterizzata da
un brano musicale. Cito quello sensualmente interpretato da Emmanuelle Béart,
così come il tema malinconico interpretato dalla Huppert. Inoltre vedere
Catherine Deneuve e Fanny Ardant cantare e ballare è un’occasione da non
perdere.
Nel bel mezzo di un gelido inverno, in una casa
isolata della campagna francese, una famiglia si riunisce per le vacanze. Ma
proprio alla vigilia dei festeggiamenti, un tragico imprevisto fa precipitare
la situazione: il capofamiglia viene assassinato. L'omicida non può che essere
una delle otto donne più vicine alla vittima: la sua potente moglie, la cognata
zitella, la suocera tirchia, l'insolente cameriera, la leale governante oppure
una delle due giovani e graziose figlie? (da cinematografo.it)
Dopo
“Il Buio nella Mente”, è la volta de
“Il Colore della Menzogna”, che
condivide con il precedente, oltre il regista, anche una delle protagoniste, la
brava ed intensa Sandrine Bonnaire.
“Il
Colore della Menzogna” è in prima battuta un buon giallo, ben organizzato e molto interessante, con elementi tipici
della narrativa di genere europea, un po’ alla Simenon, anche se il “Maigret”,
in questo caso è donna ed ha il volto di Valeria
Bruni Tedeschi.
Si
nota come il regista francese, autore anche della sceneggiatura insieme a Odile
Barski, abbia fatto propria la lezione del maestro Hitchcock, filtrata da un certo gusto francofono.
Detto
questo sottolineo come, però, sembra non essere in cima all'interesse di
Chabrol l’inchiesta e la drammatica vicenda, che per quanto ben scritta ed
ottimamente presentata, anche grazie ad una efficace fotografia, cede il passo
allo studio dei personaggi, all'approfondimento
dei caratteri.
Il
rapporto fra marito e moglie, il potenziale triangolo che si crea con un
possibile amante, la figura del commissario
che venendo “da fuori” getta un occhio esterno e quasi “pulito” su quella provincia francese, dove tutti hanno o
avrebbero un motivo per mentire. Quindi la menzogna
del titolo diviene centrale nella rappresentazione non tanto di una
indagine, ma di una realtà fisica e di relazioni fra esseri umani.
I
sentimenti e le sensazioni, di frustrazione, fallimento, infelicità vengono
sottolineate dall'ambientazione, grigia e a suo modo degradata, nel senso di
pulsioni e aspettative, con il paesaggio
che assume un suo importante ruolo.
Un
film da riscoprire e da rivedere per chi, come me, in quell'ormai lontano 1999
ne rimase affascinato in una piccola sala cinematografica della città universitaria in cui viveva.
Bretagna.
In un villaggio di pescatori alcuni bambini scoprono il cadavere di una loro
coetanea. Il sospetto cade sul suo insegnante privato di disegno, René, sposato
con l'infermiera Viviane attratta da uno scrittore famoso che ha una villa
nella zona e ogni tanto vi torna per periodi di riposo. (da mymovies.it)
Racconto/romanzo breve dello scrittore austriaco Stefan Zweig, ne ritengo “Ventiquattr'ore nella vita di una donna” uno dei suoi più avvincenti e riusciti, trascurando la sensazione di essere di fronte ad un “esercizio di stile” su un tema ed un caso quasi da scuola di retorica.
Scritto nel 1927, si narra di una donna e del suo incontro con un uomo, un giovane, dominato dalla passione per il gioco d’azzardo, nell'atmosfera opprimente e febbrile del Casinò di Monte Carlo. Lei lascerà tutto della sua confortevole e privilegiata vita da ricca borghesia europea, per stare accanto all'uomo che ha salvato da un probabile suicidio? Lui si rivelerà degno delle attenzioni e dell’amore di questa donna? Se il cuore della narrazione fosse limitato a questo, ci si troverebbe a leggere di una storia tragico-romantica con magari qualche pagina opportunamente spruzzata di rosa e vagamente, qua e là, condita con dettagli e immagini di passione erotica e di sentimenti esasperati.
In questo caso, invece, Zweig, con un artificio narrativo semplice ma, allora come oggi, efficace, ci fa raccontare la vicenda dalla donna stessa protagonista delle turbolente e a loro modo esaltanti 24 ore del titolo, ormai anziana. Più propriamente lei racconta di sé e di quanto ha vissuto a un interlocutore pressoché sconosciuto, ma che lei ritiene essere l’unico possibile destinatario della sua narrazione.
Una confessione, il racconto di un amore, di una ossessione che l’ha travolta e trascinata in una spirale di tormento ed estasi. Non è tanto la descrizione degli effetti del demone del gioco sul fisico e lo spirito di un personaggio essenzialmente fragile ed esposto ad avvincere il lettore, ma la rinnovata capacità dello scrittore austriaco di indagare ed esprimere i dettagli ed i trascorsi dell’animo umano. La signora narrante svela un singolo episodio del suo passato, ma così facendo si procura l’occasione per mostrare come un dettaglio possa rappresentare e sintetizzare l’intero corso di una vita.
Al limite di un processo di espiazione, le cui pagine catturano il lettore in un crescendo di tensione psicologica, protagonisti sono i conturbanti e complessi meccanismi che dominano la mente e l’anima umana quando si trova in balia delle passioni, siano esse originate dall'amore, con tutta la sua incontrollabile sensualità, o quelle legate al gioco d’azzardo, con tutta la loro carica distruttiva.
Un racconto che si definisce anche come riflessione sul proprio presente e su quanto vissuto, perché “invecchiare non significa altro che non avere più paura del proprio passato”.
Primi anni Venti. Uno scandalo sconvolge la sonnolenta vita di un lussuoso hotel della Costa Azzurra: Madame Henriette, moglie e madre irreprensibile, fugge nottetempo con un giovane bellimbusto francese appena conosciuto. Subito, la tresca infiamma il pettegolezzo tra i villeggianti: unico a prendere le difese della donna è il narratore-protagonista. Colpita dall'accaduto, Mrs. C., una distinta gentildonna inglese, decide di confessare proprio a lui il suo più intimo e scandaloso segreto: il racconto delle ventiquattr'ore che trent'anni prima cambiarono per sempre la sua vita. Alternando con maestria tensione narrativa e sottile indagine psicologica, Zweig ci regala un racconto moderno e appassionato sull'imprevedibilità del destino e la forza incontrollabile dei sentimenti. (da garzantilibri.it)
Durante le ultime settimane siamo tornati a vedere drammatiche immagini di dolore, sofferenza e speranza, ci siamo dati l’occasione di leggere di profughi, immigrazione, clandestini e difficile, forse reticente accoglienza. Nei giorni scorsi mi è tornato in mente ed ho ripensato ad un film del 2009 che di immigrazione, amore, ricerca e desiderio di una vita diversa, se non proprio migliore, fa il suo tema centrale.
“Welcome”, del francese Philippe Lioret, meriterebbe diversi passaggi televisivi e di essere proposto e riproposto all’attenzione di quanti, demagogicamente e magari con atteggiamento militante decisamente fuori luogo e fastidioso, inneggiano alla “linea dura” contro gli invasori o, di contro, dipingono come “fratello” o “liberatore” chi giunge nel nostro Paese, od in Europa, da paesi lontani non solo geograficamente.
Lontano da facili semplificazioni e pulsioni centrifughe e/o centripete, il regista ed il protagonista Vincent Lindon, che offre una intensa e drammaticamente contenuta e misurata recitazione, mettono in scena una coinvolgente storia d’amore e di vita, dove i sentimenti e la militanza sociale, quando non politica, si incontrano e rendono giustizia alla realtà di questi anni. Realtà che è piena di sfumature, complessa, difficile da vivere e da rappresentare.
Una narrazione lacerante ed istruttiva, che non nasconde le linee d’ombra e le responsabilità, le colpe persino, sia di chi arriva che di chi si trova nella scomoda posizione di accogliente. Uno dei meriti è rendere evidente come la xenofobia, o pur la sola intolleranza, sia anche la manifestazione della paura che molti di noi provano di fronte a chi è spinto da un’altra paura, se non proprio speculare quantomeno tragicamente simmetrica. Un altro merito è rendere giustizia a differenti posizioni e ragioni, di chi fugge e di chi si sente, a ragione o a torto, ma sempre individualmente, assediato o accerchiato, anche dai propri compatrioti, dai colleghi di lavoro, dai vicini di casa.
Pertanto rendere un dramma sociale, quale è l’immigrazione clandestina in Europa, all’interno di un dramma privato, mi sembra una scelta azzeccata ed efficace, poiché riesce a rappresentare le vicende e “la vicenda” senza esagerazioni o derive ideologico-utopistiche.
Lindon è istruttore, amico, confidente e alla fine “padre” di un ragazzo iracheno in fuga dal suo paese, giunto a Calais per raggiungere, nel Regno Unito, la ragazza che ama. E qui, grazie alla funzionale ed efficace proposta del tema sentimentale, si tratta un’altra questione, niente affatto secondaria. Gli immigrati lasciano il proprio Paese natale, ma rimangono legati ad abitudini, usi e costumi che rischiano di divenire pesante eredità, grave fardello che imprigiona e da cui sembra impossibile derogare. Una nuova vita che sembra troppo simile alla vecchia, nonostante migliori condizioni materiali.
Stéphane: È buffo pensare
che in tre quarti di questi libri non si parli che dell'amore: dai tascabili
fino ai capolavori, e anche ai libri di cucina. Sempre gli stessi vocaboli: è
eccessivo.
Bernard Granger: Sì, l'amore fa
male. Come un grande avvoltoio plana sopra di noi, si immobilizza e ci
minaccia. Ma la minaccia può essere anche promessa di gioia. Sei bella, Hélèna,
così bella che guardarti è una sofferenza.
Marion Steiner: Ieri dicevate che
era una gioia.
Bernard Granger: È una gioia e una
sofferenza.
(Marion
Steiner/Catherine Deneuve e Bernard Granger/Gérard Depardieu in “L’Ultimo
Metrò” di François Truffaut – 1980)
Quest’anno ricorre il centenario dello scoppio della
Grande Guerra (1914-1918).
Fu definita così prima che si rendesse necessario
numerare le guerre mondiali. È un evento che, nella sua drammaticità, ha di
fatto segnato il 20° secolo e posto le basi per tutto ciò che è accaduto
successivamente, o comunque gran parte.
Rientra inoltre in un periodo storico che mi ha
sempre molto affascinato e condotto anche a impegnare parte delle mie vacanze
estive per ripercorrere alcuni luoghi simbolo della Grande Guerra.
Trincee, vette alpine, resti di fortificazioni, sentieri e mulattiere su cui
hanno lasciato tracce del loro passaggio soldati italiani, austriaci, boemi,
magiari, slavi.
Per ricordare e in qualche modo mantenere viva, in
me e magari in qualcuno che avrà la voglia e il tempo di leggere queste righe,
la memoria di quegli eventi inizio oggi una breve serie di post a
tema “La Grande Guerra”, ovvero la Prima Guerra Mondiale
rappresentata attraverso il fumetto, il cinema, la letteratura e le canzoni.
Non intende essere una accurata e completa disamina di quanto tratta quel
fondamentale passaggio della Storia europea e mondiale, ci mancherebbe. Ritengo
che difficilmente si potrebbe giungere ad un risultato soddisfacente e
interamente esaustivo, perciò proporrò una selezione di cose che ho
letto, che conosco e che ritengo sufficientemente esplicative e valide.
Si comincia con un fumetto dell’area
francofona: Ambulanza 13 – La Guerra in Trincea, testi di Patrick
Cothias e Patrice Ordas, disegni di Alain Mounier, colori di Sébastien Bouet.
Recentemente ristampato da Mondatori Comics,
all’interno dell’ottima serie “Historica”, tratta di una storia di
guerra(war story), è inevitabile, ma ha al suo interno numerosi spunti
di riflessione e diversi temi che vengono presentati e trattati con
grande sensibilità e competenza. Dialoghi pressoché perfetti, veloci e secchi
quando è opportuno, meditativi, intensi e profondi per “raccontare” al lettore
non solo gli scontri e le battaglie, tra le quali quella di Verdun
occupa gran parte dell’opera, ma anche per illustrare e definire il contesto
storico-sociale europeo, francese e tedesco in particolare, in cui i
personaggi presentati si trovano a vivere.
Protagonista principale è Louis Charles Bouteloup,giovane medico di buona famiglia che,
inviato al fronte (franco-tedesco, come in “Niente di nuovo sul fronte
occidentale”, ma dall’altra parte), si trova ad esercitare la sua
professione nell’unità di campo Ambulanza 13, destinata a soccorrere i
feriti della prima linea francese, dalla fine del 1915 fino al già citato assedio
di Verdun. Proprio una delle pagine più atroci di quel conflitto, una
logorante e crudele guerra di posizione, viene utilizzata come “pretesto” per
illustrare e denunciare la brutalità, l’orrore e le aberrazioni tipiche di ogni
confronto militare.
La cecità politico-militare e l’arroganza
dei potenti e di una buona parte degli ufficiali dell’esercito francese sono
contrapposte alla sofferenza ed al sacrificio di migliaia di
soldati, di diverse estrazioni sociali, religione, lingua e colore della pelle (ricordiamo
che la Francia era una potenza coloniale). Non manca il sarcasmo nei
confronti dei politici e degli “alti gradi”, così come non viene risparmiato il
disprezzo verso gli ufficiali e la loro vuota retorica. I temi principali sono
la morte, che raggiunge ogni individuo, anche il “nemico”, che parla la
lingua della filosofia e dell’arte ma anche dell’invasione, la responsabilità
individuale e le scelte che ognuno compie, il tenente Boutelop ma anche i suoi
compagni, l’importanza del “fronte interno”(un tema non
esclusivamente italiano), illustrata attraverso le vicende di Suor Isabelle
e del tenente Favre), l’inadeguatezza degli ufficiali francesi ad
adattarsi alla “prima guerra moderna”, il senso di unione e fratellanza delle
truppe.
Ottima ricostruzione storica, precisione dei
dettagli, qualche passaggio ironico e più “leggero”, una, forse due, possibili
storie d’amore che vengono accennate e astutamente evocate più che mostrate,
rendono l’opera godibile ad un pubblico potenzialmente ampio. Più sottotrame
che nell’ultima parte di Ambulanza 13 vengono risolte, per donarci
emozioni e mostrarci i frutti di quanto seminato nelle pagine lette e
assaporate.
I disegni di Alain Mounier rappresentano al
meglio le vicende raccontate, sia le grandi battaglie che la vita di
trincea, i momenti di azione con belle e drammatiche scene dinamiche,
quelli di “pausa” con il contrasto fra il fango della prima linea ed il lusso
di chi è rimasto “a casa” o al caldo dei quartier generali. I colori, il
rosso è pervasivo, sono evocativi e raffinati, i chiaroscuri da applauso
e incontrano i testi che mostrano estrema cura e interesse.
Un bel modo di accostarsi alla Prima Guerra
Mondiale, partendo dal fronte occidentale franco-tedesco. Per farsi un’idea
di cosa fu la Grande Guerra suggerisco la visione di questo breve servizio che Alberto Angela propose qualche anno fa all'interno di "Ulisse". Brevissimo video che riassume la prima guerra mondiale mostrandone le
principali fasi, dall'attentato di Sarajevo all'armistizio passando per
l'intervento americano e l'entrata in guerra delle colonie.
Domani, per chi lo vorrà, si andrà sul fronte
italo-austriaco con “Un Anno sull’Altopiano”, di Emilio Lussu.