ROCKY
(1976 – regia di John G. Avildsen)
Girato
ed ambientato a Philadelphia, in Pennsylvania, con “quattro soldi”
e scarsi mezzi. Avrebbe potuto essere uno dei tanti film di serie B e
limitarsi a divenire una onesta produzione da cassetta o poco più,
invece sorprese tutti (forse anche regista e protagonisti) e
si aggiudicò ben 3 Oscar, entrò nell'immaginario e nelle orecchie
di molti, lanciò la carriera di Sylvester Stallone, che in seguito
divenne uno degli attori di Hollywood più pagati e diede il via ad
una serie tra le più conosciute e citate.
Come
fu possibile tutto questo? Per quanto riguarda i sequel ne parleremo
poi, ma il primo film com'è? Molto vicino alla perfezione
nell'impronta tecnica, è un'opera che potremmo definire veritiera,
per quanto racconta attraverso una certa crudezza d'immagini ed un
valido realismo. Si ispira a racconti e precedenti opere della
letteratura pugilistica del cinema hollywoodiano (Rocky è in
onore al pugile Rocky Marciano anch'esso italo-americano), con
accenti epici opportunamente dosati sul piano etico e morale
Il
film propone ed elabora un buon numero di temi e fastidi propri della
Vita, non mancando degrado urbano e umano, dramma sociale, vaga e non
pienamente gestita volontà di rivalsa, inquieto sentimento del
regresso, soffocato ma vivo orgoglio nazionalista, rivalutazione per
le proprie origini mai dimenticate e probabilmente altro ancora. Il
famoso grido (Adrianaaaa!!!) ancora ci accompagna e chissà
che non sia il responsabile dei cinque sequel, dei quali, come
vedremo, fatichiamo ad individuare quale sia il peggiore!
ROCKY
II (1979 – regia di Sylvester Stallone)
Nonostante
si risolva in una naif riproposizione del precedente, con diverso
esito finale “dell'epico scontro” e con in più la variante della
gravidanza e della nascita del figlio dell'eroe, il film si lascia
guardare. Nonostante il forte sapore di “già visto” e “già
sentito”, nonostante il tutto risulti al limite del patetico,
Stallone se la cava abbastanza. Nonostante l'inizio di una lunga
sequela di tamarrate anni 80, che raggiungerà successivamente
l'apice, rimane un onesto prodotto che cerca di conciliare intenti da
film d'autore, melodramma coinvolgente e lato commerciale.
ROCKY
III (1982 – regia di Sylvester Stallone)
Accade
quello che accade quando si capisce di avere tra le mani una saga
dalle uova d'oro. Il filo narrativo è di una facilità e banalità
disarmante, aumentano le gag e gli ammiccamenti al pubblico, si
smarrisce quel po' di epos che era rimasto perché tutto deve
ricondurre alla scena clou nell'incontro finale. Intrattenimento
senza preoccuparsi di eventuali sensi di colpa, d'altra parte un paio
di centinaia di milioni di dollari di incasso riescono a metterli a
tacere con una certa disinvoltura. Abbondano le corse in slow motion,
carezze e abbracci omo sulla spiaggia al tramonto, shorts attillati e
muscoli pompati per celebrare il passaggio di Rocky da “working
class hero” a “icona pop patinata”. In tutta onestà Stallone,
autore anche della sceneggiatura, riesce a non farsi prendere troppo
la mano ed i personaggi risultano ancora discretamente delineati e
presentati. Adriana nell'adattamento italiano diventa Adrian, ma
rimane imprescindibile.

ROCKY
IV (1985 - regia di Sylvester Stallone)
Se
in precedenza si era già cominciato a scavare, qui, a velocità
ipersonica, si tocca il fondo e, non contenti, si continua nell'opera
di distruzione del buon gusto, di seppellimento di ogni principio
etico e artistico, gettando deiezioni a raffica sulla storia del
Cinema a tema sportivo e non solo.
Un
capolavoro di tamarraggine, al ritmo ed al costo di un assurdo
videoclip anni 80, con vecchie scene riciclate spacciate per ricordi,
brutte canzoni pompate a tutto volume mentre qualcuno corre, suda,
guida una Ferrari o, inspiegabilmente, osserva un robot umanoide
girare per casa.
Una
sfacciata e imbarazzante (ma estremamente redditizia)
propaganda antisovietica, dove non c'è nulla di valido, piacevole o
anche solo d'interessante. Tutto gira attorno al tema della vendetta
unito al becero nazionalismo più sfrontato. Tra flashback e pugni
improbabili, scene inutili e buchi di sceneggiatura talmente plateali
da risultare quasi invisibili, non esiste un iter narrativo,
rimpiazzato da una serie di colpi bestiali sferrati sul ring, sangue
che schizza e volti tumefatti. I protagonisti fanno a gara per farsi
eleggere il peggiore, grazie ad espressioni fuori luogo, volti
mummificati, dialoghi inesistenti e fissità recitativa su sfondi
irritanti e splendidamente ingenui. Un'opera patetica e spregevole.
ROCKY
V (1990 - regia di John G. Avildsen)
A
mio parere ingiustamente sottovalutato e mal criticato a prescindere,
perché come prodotto trash funziona bene. John Advilsen torna alla
regia dopo aver diretto il primo film, per un ulteriore capitolo
della saga che ripercorre l'andamento classico iniziale, tra strade,
quartieri periferici, disagio e palestre. Si sceglie il tema
familiare, più idealistico che reale, si cerca di riscoprire alcuni
valori ritenuti fondamentali, ma si procede in modo goffo e tutto
sommato banale, con in più l'aggravante di proporre situazioni
ripetitive quando non propriamente irritanti e vicine alla
cretineria. Sono presenti alcuni passaggi più da soap opera che da
film sportivo, ammesso che lo si volesse girare, perché in caso
affermativo probabilmente regista e protagonista dovrebbero, per
salvare la faccia e quel po' di credibilità rimastagli, dichiarare
di aver voluto proporre una parodia.
ROCKY
BALBOA (2006)
L'ultimo
dei sei capitoli inaugurati 30 anni prima con Rocky, in attesa che si
cominciasse con gli spin-off (ma è tutta un'altra storia, che per
il momento ci risparmiamo). Verrebbe da considerarlo,
affettuosamente, come il patetico canto del cigno di un personaggio
comunque leggendario. Avete presente quei tipi da bar di quartiere,
che in cambio di un bicchiere di rosso ed un tramezzino ti raccontano
le loro imprese giovanili di “campione” di calcio dilettantistico
o boccette? Il buon Rocky ha fatto quella fine lì, pur gestendo un
ristorante, dove per lo più si servono ricordi e vecchie storie. Ci
si potrebbe anche commuovere, poiché ci si trova comunque di fronte
ad un pezzo della propria infanzia e giovinezza, ma a rovinare il
tutto ci pensa uno stomachevole sentimentalismo, offensivo, quasi
becero ma certamente fastidioso. Una sceneggiatura zoppa e scritta in
fretta, sorda ad ogni richiamo o richiesta di approfondimento, che
cerca di nascondere le molte lacune narrative. Comunque, a suo modo,
il festival dell'ideale americano; facile nostalgia, ricerca di
perduti (o forse mai avuti) valori, lifting, boiate sparate
con sicumera e faccia di bronzo. O è semplicemente una mal riuscita
autoparodia? Che schifo! Deprecabile!
