Qualche
considerazione e riflessione, per quanto non richieste e neppure
necessarie, su “Odissea” di Christopher Nolan.
Sono
convinto di aver fatto bene a sceglierne la visione in una sala
cinematografica, nei giorni
immediatamente successivi alla sua prima programmazione. Nolan
merita di essere visto o, meglio, le sue opere meritano di essere
viste, dal momento che, indipendentemente dalle simpatie e gusti
personali, questo autore viene discusso, probabilmente verrà
ampiamente studiato e nutre il dibattito sul Cinema, sul “prodotto
culturale”, sul concetto di “opera cinematografica” e sull'idea
e definizione stessa di “autore”.

Proprio
da quest'ultima suggestione vorrei partire. Nolan ha ormai raggiunto,
dopo venti anni di film, uno status che travalica quello di
“semplice” autore. Non è ancora un “venerato maestro”
magari, ma certamente ci si aspetta da lui qualcosa di “diverso”,
“nuovo”, “originale”, che “faccia scuola” o almeno
“eccezionalmente personale” e, ipotizzo, lui stesso ne è
consapevole e lo ricerca senza nasconderlo. Anche con diverse
furbizie di marketing e studiati atteggiamenti e scelte che,
colpevolmente, utilizza per creare clamore, suscitare curiosità e
vere e proprie polemiche (buona parte delle quali noiose quando
non sterili ed inutili).
Dunque
il concetto stesso di autore, ahimè non solo limitatamente a
Nolan, nella sua forma pura, semplice nella sua chiarezza, è stato a
poco a poco, silenziosamente messo da parte, accantonato come un
fastidioso residuo novecentesco. Nolan, con il suo gusto ossessivo
e l'insistenza nel proporre verbose narrazioni, a volte
particolarmente intricate senza motivo, basate su concetti mutuati
dalla filosofia, la fisica, la meccanica e le scienze esatte, sul
giocare con i piani temporali e lo spazio, nonché con una evidente
propensione per l'eccesso, sia esso sonoro, visivo o,
inevitabilmente, verbale (arriva sempre il momento dello
“spiegone”), fa di tutto per rendere ogni suo film un
monumento a sé stesso ed alla sua autorialità, che deve andare
oltre ed essere “super”, così da permettere al Cinema di
acquisire una nuova e più attuale, forse corretta, coscienza. Tutto
questo unito a budget astronomici, ovviamente.

Quindi
cosa vi è di più allettante e monumentale, per una tale
personalità, che dedicarsi ad una rilettura dell'Odissea, di Omero o
chi per lui?
Nolan
era alla ricerca di una nuova sfida, di una nuova estetica, che gli
permettesse di dimostrare il suo essere “oltre”. Oltre anche
un'opera fra le più conosciute e studiate, almeno in Europa, visto
che negli Stati Uniti sembra che la cosa più classica su cui
dibattono sia la ricetta della Coca-Cola. La sua velenosa furbizia
risiede anche qui: dato che gran parte del pubblico conosce a
malapena la storia dell'eroe dal multiforme ingegno ed anche chi
dovrebbe conoscere bene l'Odissea anela a “forme nuove”, a
narrazioni diverse, il buon Cristopher aveva pressoché campo libero.
Ovvero fare quello che gli pareva, dare una sua personale,
ancorché legittima, interpretazione, che fosse “personalmente
autoriale” e perciò oltre tutto quello finora proposto. Sia
chiaro, non si sta parlando di fedeltà o correttezza filologica, di
stringente aderenza al testo o agli studi che si sono succeduti, che
risulta evidente Nolan abbia tenuto in considerazione. Si sta facendo
riferimento alla prassi nolaniana, tipica delle sue opere, di
usare un concetto, un'idea, una vicenda od un personaggio, un intero
poema in questo caso, per fare un film su altro, un po' come fare un
film d'azione con Batman (ricordate?) e non un film su
Batman.

Per
cui diviene legittimo, forse anche indispensabile a sentire i
commenti di qualcuno con cui ho parlato, prendere Ulisse, le sue
avventure e la sua storia, per farne un film di quasi tre ore sul
disturbo da stress post-traumatico. Saccheggiare i poemi
omerici per ripetere quanto faccia schifo la guerra, particolarmente
le più nefande azioni, quando le compie qualcun'altro, risulta
strettamente necessario. L'atto di evidenziare e stigmatizzare
l'arroganza dei greci antichi, così simile alla protervia presente
nella attuale cronaca, viene accolto come una innovativa e salvifica
operazione di attualizzazione di ataviche dinamiche, senza chiedersi,
però, quale credibilità morale ci possa essere in una
denuncia autoriale da centinaia di milioni di dollari, peraltro
sostenuta da irritanti creazioni di pretestuose polemiche.
Non
nascondo di concordare sul fatto che diversi episodi (perché
disgraziatamente si finisce in un film ad episodi per quanto
abilmente confezionato) godono di una componente visiva molto
suggestiva, riescono a proporre allo spettatore un amalgama di
generi per altri difficilmente gestibile, ragione per cui la classe
ed il talento registico e compositivo sono innegabili. “Odissea”
di Nolan, però, come spesso capita al regista, è debole sulla
narrazione e sui personaggi.
Calipso
risulta una placida e professionale terapeuta, desiderosa di aiutare
il reduce a superare traumi e angosce, non una sensuale ninfa
innamorata, pertanto scompare il suo tormento e non vi è traccia del
dissidio che la dovrebbe animare. Ulisse stesso,
non è poi così ingegnoso, abile e astuto, considerato come cerca di
cavarsela nelle varie situazioni ed in più, una volta deciso di
tornare ad Itaca, non riesce a far di meglio che legare alla meno
peggio quattro assi per farsi trasportare dalla corrente. Inoltre, il
di solito apprezzabile attore che lo interpreta evidentemente non ha
ricevuto corrette indicazioni su come trasmettere il dolore e la
sofferenza di un reduce da un lungo conflitto, o anche solo di un
uomo che è stato troppo a lungo lontano da casa ed ha perso amici e
compagni. Persino Circe, dopo pochi minuti di incontro con
l'eroe, non trova miglior modo di esprimersi e caratterizzarsi che
proporci un pistolotto proto-femminista, che rischia di sortire
effetto contrario a quello auspicato. Elena? Clitennestra? Non
pervenute! Penelope? Regge a fatica e si ha sempre
l'impressione che a momenti si metta a parlare di borse o scarpe. La
resa dei conti fra Ulisse ed i Proci non raggiunge il cuore
dello spettatore e la sua realizzazione non convince, al punto che si
pensa con nostalgia ai tempi in cui si è assistito a reali risse
meglio coreografate ed organizzate. Atena, che forse è Cassandra,
stupisce in senso negativo, ma anche altri personaggi e le loro
storie non vivono sorte migliore e quindi le spiegazioni prendono il
posto delle scene, il “puntualizzare e spiegare” hanno la meglio
sul “mostrare”. Ma il Cinema non è narrazione per immagini?
Anche i possibili colpi di scena sono mal gestiti e al limite del
deludente.

In
fondo, con tutta l'onestà che possiamo esercitare, non chiediamo a
Nolan realismo, ci mancherebbe, ma rimaniamo quantomeno perplessi di
fronte al suo tentativo di umanizzare i personaggi di un poema, epico
classico tra le altre cose. Il regista finisce per sottolineare
problemi e questioni che rimangono, per la maggioranza degli
spettatori, lontani e non facilmente condivisibili. Si pensi anche a
temi non del tutto esplorati, come la sacra ospitalità nei
confronti degli stranieri, che viene richiamata più volte ma
rimane limitata a mero stratagemma di scena, senza che divenga una
questione più ampia e coinvolgente.
Quindi
spettacolare, splendido, tentacolare, ma tutto separato dalle grandi
emozioni che un mezzo come il Cinema può donare. Ovvero la
precedenza va al pensiero, al ragionamento, che porta allo
spettacolo, più stupefacente che coinvolgente, del saccheggio e
distruzione di Troia,
intorno cui per certi versi dovrebbe girare
tutto. Una volta giunti però a quel punto, che ci si aspetta dia via
libera all'angoscia ed al dolore di Ulisse, liberando lui stesso, che
non riesce ad esprimerla, che non riesce ad esprimersi, tutto si
risolve, come detto, in una sequenza maestosa di urla, fiamme,
violenza di spade e case distrutte, perdendo la sua unicità e
divenendo una ulteriore, seppur migliore di altre, scena di guerra e
distruzione.

Tutto
questo, comunque, rientra nello stile Nolan. É un autore, bellezza.
Anzi un super autore! É la SUA interpretazione dell'Odissea e di
Ulisse. Tanto che può permettersi una scena finale, ampiamente
opinabile, con un mare finalmente calmo e infine rassicurante placida
via verso una nuova dimensione degli ormai ex re e regina, che
involontariamente omaggia il finale della trilogia di Jackson del
“Signore degli Anelli”.