Meryl Streep in “Julie & Julia”, di Nora Ephron - 2009 |
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Ho dodici anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita. Ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l'ebraico. Lui chiede seicento dollari per darmi lezioni di ebraico.
(Leonard Zelig/Woody Allen in “Zelig”, di Woody Allen - 1983)
Nell'ormai anche in Italia vastissimo panorama del genere giallo-thriller nordico, il pericolo di essere non del tutto originali, di riproporre e ricalcare un copione già scritto è davvero dietro l’angolo. Jussi Adler-Olsen si distingue per la capacità di proporre storie attuali e, seppur rispettose di alcuni schemi e procedure di scrittura, anche dotate di elementi che si differenziano da tante altre. Non è presente un disegno stabilito nei suoi romanzi, non sono gialli procedurali e non vi sono dinamiche consuete nel senso classico, ma queste vengono riproposte ed arricchite da un notevole studio della società contemporanea e degli uomini e donne che la compongono.
Non fa eccezione “Selfie”, settimo del ciclo dedicato alla Sezione Q.
Un'opera molto interessante e meritevole di grande attenzione.
Il lettore si trova di fronte ad un mosaico complesso e spietato basato su quanto assistiamo e viviamo nel nostro quotidiano, anche se la storia è ambientata nella società danese di questi anni.
L'autore riesce a mettere a nudo il narcisismo, il cinismo e lo smarrimento etico e morale delle nuove generazioni, le difficoltà di chi, adulto, dovrebbe far fronte a situazioni personali e sociali fin troppo difficili e le falle del sistema di assistenza sociale, con una lucidità tagliente e la chiarezza di un testo psico-sociologico, appena un po' debitore delle tesi di Herbert Marcuse.
Mirabile e coinvolgente l'approfondimento psicologico di Rose: il suo disagio e la sua resa ci rivelano ancora di più qualcosa di lei, persino le radici delle sue stranezze e del suo comportamento “inspiegabile”.Viene, di fatto, resa il fulcro emotivo della vicenda, a fare da ritmico contraltare oltre che delle indagini dei colleghi anche delle storie femminili proposte. Adler-Olsen mantiene vivo l'interesse e l'entusiasmo di chi legge con capitoli brevi e un montaggio quasi cinematografico, a conferma della sua, personale e distintiva, maestria nella gestione del genere.
I puristi potrebbero lamentare una certa sovrabbondanza di sottotrame, poiché con tanti fili narrativi si corre il rischio che la risoluzione finale appaia sacrificata, compressa e stretta, rispetto alla raffinata preparazione che occupa tutto il volume. Questo elemento, effettivamente presente e che scoraggerebbe chi ancora non conosce i precedenti episodi della serie, non rovina fortunatamente il gusto della lettura, con una tensione che resta alta ed una spietata critica sociale che non scade in un banale moralismo tipico di certi politici italiani.
Un noir che scava nelle ossessioni moderne e nella solitudine che si nasconde dietro i filtri dei social media, in grado di proporci di riflettere su alcuni mali tipici del nostro tempo.
Sono giovani, belle e spavalde, indossano abiti alla moda e trascorrono ore a truccarsi e a pettinarsi. Sognano le luci dello showbiz e le copertine delle riviste, ma intanto sfruttano gli uomini e la generosità del welfare danese. Vivono di espedienti e non hanno paura di niente. Non si rendono conto, però, che il pericolo è in agguato là dove meno se lo aspettano, incarnato dalla persona che avrebbe il compito di proteggerle e aiutarle a riconciliarsi con la società e con la vita attiva. Una persona dalla mente turbata che ha deciso di affrontare a modo suo quei “parassiti”, con astuzia e discrezione. Tanto che sulle prime Carl Mørck non dedica attenzione alla sequela di misteriosi incidenti, preso com’è dalle diffamanti accuse d’insuccesso che pesano sulla Sezione Q. Ci vorrebbero la mente lucida e lo spirito d’iniziativa di Rose, ma Rose è in malattia, e stavolta i fantasmi che la perseguitano non sembrano intenzionati a lasciarla andare tanto facilmente.(da marsilioeditori.it)
Per quanto il Pubblico Ministero sia stato parco nel farmi complimenti, nondimeno ha ammesso che ho del cervello. Merci, monsieur. Ne ho. E per trentacinque anni l'ho usato onestamente. Dopodiché nessuno l'ha più voluto. E allora l'ho utilizzato per conto mio. Se parliamo poi di massacri, non abbiamo autorevoli esempi? In tutto il mondo si fabbricano ordigni sempre più perfetti per lo sterminio in massa della gente, e quante donne innocenti e bambini sono stati uccisi senza pietà, e magari in modo più scientifico! Eh, come sterminatore sono un misero dilettante, al confronto.
(Henri Verdoux/Charlie Chaplin in “Monsieur Verdoux”, di Charlie Chaplin – 1947)
Circa 25 anni fa lo scrittore di origine bulgara Tzvetan Todorov ci diceva che “il totalitarismo ha dominato buona parte del mondo nel trascorso secolo ventesimo”, da lui definito, per contrapposizione al “Secolo del Lumi”, come “il Secolo delle tenebre”.
Se questo è accaduto, continuava Todorov, è “perché, per milioni di persone, per decenni il totalitarismo è potuto sembrare più seducente della democrazia”. Ovvero “il totalitarismo contiene una promessa di pienezza di vita armoniosa e di felicità. È vero che non la mantiene, ma la promessa perdura, e ci si può sempre raccontare che la prossima volta sarà quella buona e che verremo salvati”.
In sintesi, capivamo dalle parole dello scrittore, come ogni totalitarismo, anche il più rozzo e deprecabile, abbia sempre dentro una componente “soteriologica”: una promessa di salvezza e liberazione dai problemi e dolori del mondo. Perciò io ti salverò, tu ti salverai, egli si salverà, così la nostra società sarà salva.
Si dovrebbe rimanere basiti o quantomeno interdetti di fronte a ciò. Vengono i brividi, o almeno vengono a chi, consapevole e che abbia studiato la Storia, pensa e riflette su tutte le catastrofi che i totalitarismi del Novecento, con le loro illusioni “soteriologiche” hanno provocato, in ogni parte del mondo e attraverso varie incarnazioni.
“Gli uomini”, continuava Todorov, “hanno certamente bisogno di comfort e di comodità, ciò che la democrazia può loro promettere ed assicurare; ma per di più hanno bisogno di beni che il mondo materiale non procura loro: pretendono che la loro vita abbia un senso, per cominciare. Il totalitarismo, a differenza della democrazia, ambisce a soddisfare tali bisogni e per questa ragione è stato scelto dalle popolazioni interessate” [non sempre come si continua a sostenere – nota mia]. A corollario di tale riflessione, Todorov ammoniva noi tutti ricordando come alcuni fra i più noti dittatori e simboli dei vari totalitarismi, siano stati in fondo desiderati e amati dalle masse.
Il novecento è ormai lontano sotto il profilo strettamente cronologico, ma in questa nostra epoca della post-verità, del complottismo, della crisi dei valori fondanti della democrazia e dell’emergenza climatica, che proietta un’incertezza profonda sulle nostre vite, rischia di allungarsi questa ombra inquietante, quella di un rinnovato e nelle immagini aggiornato totalitarismo.
Un totalitarismo che, come in precedenza, promette sollievo e liberazione, benessere e futuro radioso, sicurezza e tranquillità. Per raggiungere tutto questo, a discapito di libertà e giustizia sociale, di democrazia rappresentativa e corretto equilibrio dei poteri, si individuano ed indicano nuovi nemici, che poi, alla fine, sono sempre gli stessi. Lo si fa con una postura ed un eloquio pre-culturale, alieno ad ogni dato o riflessione degna di nota, addirittura additando quali odiatori della Patria e nemici dei buoni patrioti, coloro che invitano a considerare la realtà, politica e sociale, nel suo complesso e nella sua complessità.
Si fa passare come salvifica una evidente regressione politica e costituzionale, senza però affidarsi a parate come nella tradizione novecentesca e camuffando da semplici messaggi o decreti quelli che, di fatto, sono riconoscibili come proclami che giustificano la criminalizzazione del dissenso e l'esautorazione dei luoghi simbolo delle nostre democrazie.
Perché, fondamentalmente, anche se si usano slogan e si lanciano messaggi che vorrebbero presentare una “nuova” idea di società, di politica e di Nazione, tutto questo finirà per essere non più un ideale ma, bensì, un mero strumento di soddisfazione egoica, e questo, nell’orizzonte del tardo capitalismo, la rende ancora più cieca, istituzionalmente acefala, priva di necessari contrappesi e spaventosa. Ancora di più quando è evidentemente eterodiretta e strumento di divisione a favore di soggetti "altri" in altri luoghi e di "particulari" interessi, siano essi economici, geopolitici, o di ulteriore, nefasta, natura.
In questo 2026 ricorre l'ottavo centenario francescano. Si ricorda la figura di san Francesco d'Assisi.
Proprio partire dal 4 ottobre 2026, la festa di San Francesco d'Assisi torna ufficialmente a essere considerata festa nazionale in Italia, una decisione presa dal Parlamento proprio per onorare questo storico ottavo centenario.
Eppure...
(Arnold Toynbee, Il Racconto dell'uomo, Garzanti - 1977)
Ma...
(Aurelio Lepre "Che c'entra Marx con Pol Pot?", Editori Laterza - 2001)