Visualizzazione post con etichetta Zhang Yimou. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Zhang Yimou. Mostra tutti i post

lunedì 25 ottobre 2021

Citazioni Cinematografiche n.430

Meishan: Quarta sorella, cosa fai qui di buon'ora?
Songlian: Ascolto il canto della terza sorella, che canta così bene.
Meishan: Tu credi? Bene o male, tutto è rappresentazione. Se reciti bene, inganni gli altri; se reciti male inganni te stessa. Se non sai ingannare neppure te stessa, non ti restano che i fantasmi.
Songlian: Tra gli uomini e i fantasmi, la sola differenza è il respiro.

(Meishan-terza sorella/Caifei He e Songlian-quarta sorella/Gong Li in "Lanterne Rosse", di Zhāng Yìmóu - 1991) 





lunedì 18 ottobre 2021

Citazioni Cinematografiche n.429

Re di Qin: E allora? Che cosa aveva scritto?
Senza nome: Sotto un unico cielo.
Re di Qin: Sotto un unico cielo.
Senza nome: Ed egli ha detto, che sono state grandi le sofferenze, per la guerra tra i sette regni è che solo il re di Qin poteva fermarla unendoli, sotto un unico cielo. Mi ha chiesto di rinunciare all'assassinio, per il bene di tutti i popoli e mi ha detto che il dolore di una persona è ben poca cosa, di fronte al dolore di tanti. La rivalità tra Zhao e Qin vale meno di niente, paragonata ad un bene più grande.

(Re di Qin/Daoming Chen e Senza Nome/Jet Li in "Hero", di Zhāng Yìmóu - 2002) 



 

 


giovedì 8 ottobre 2015

Cinema anni 90


Negli anni 90 la mia personale biografia si è molto arricchita: sono passato dalle scuole medie alle superiori (peggiorando notevolmente il mio rapporto con lo studio), ho miseramente interrotto la mia comunque non promettente carriera di sportivo, sono andato in vacanza senza genitori o educatori vari, mi sono iscritto all'università in una cittadina marchigiana che si fa definire “ducale” e di conseguenza mi sono allontanato dalla famiglia. Durante quel decennio ho vissuto un sacco di esperienze, di cui ancora porto i segni sul fisico e nell'anima, ma ne sono uscito vivo, tutto sommato combinando meno disastri di quelli di cui mi sarei reso protagonista nei periodi successivi.

Piccole cose, forse, se paragonate a quanto accaduto in quegli anni nel mondo. In fondo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Guerra del Golfo, Nelson Mandela presidente, il repentino aumento del numero di stati europei, la nascita di Google, la nazionale italiana di calcio che abbandona ai rigori i propri sogni di gloria in tre mondiali consecutivi, sono senza dubbio eventi maggiormente degni di essere ricordati rispetto alle vicissitudini del sottoscritto.

Fra quanto ho potuto sperimentare un posto importante lo occupa la mia frequentazione di sale cinematografiche. Abbandonata in quegli anni, anche se con un pizzico di rammarico, la grande stanza che fungeva da cinema parrocchiale, quel ragazzo ancora imberbe che ero si è fatto ammaliare dal cinema ancora più di prima. Volete mettere quanta emozione nello scegliere il film da vedere e poter selezionare in quale cinema andare? All'inizio degli anni 90 c’erano ancora poche multisala e comunque non vicine a dove vivevo, perciò il gusto era controllare, su un quotidiano o affidandosi alle attualmente ormai vetuste locandine, quali film erano in programmazione, in quali sale e a che ora (rigorosamente proiezione unica dal martedì al venerdì, doppia il sabato sera e pomeridiana solo la domenica). A dire il vero non cambiò nulla per quasi tutto il decennio, almeno per quanto riguarda le mie personali abitudini, poiché, come accennato, spesi i miei anni universitari in una città che non poteva che accogliere piccoli cinema, limitando la mia frequentazione di sale più grandi e dotate di multiprogrammazione alle sporadiche visite ad amici che frequentavano atenei in più prestigiose e grandi città.

Insomma gli anni 90 sono stati per me molto intriganti ed “attivi”. Il cinema non lo è stato da meno, anzi ha aggiunto sapore a quanto vivevo. Penso di poter dire che in quegli anni abbia saputo rinnovarsi, sperimentare ed esprimere la sua potenzialità, riuscendo a rappresentare un periodo e le sue peculiarità storiche e sociali, regalando una serie di film che è corretto definire “cult”.

Film di cui i nati fra i 70 e gli 80 citano ancora le battute a memoria, di cui hanno preso a modello acconciature, abiti o gesti, con i più temerari che ci si basavano sopra tesi di laurea o possibili futuri lavorativi, e che ancora rimpiangono quando scorrono sullo smartphone i titoli ora in programmazione. 

Non posso ricordarli tutti, tantomeno posso aver visto la totalità di quelli usciti nel periodo (vi erano comunque anche parecchie schifezze), quindi ne propongo due per anno, (vale quello di produzione) dal 1990 al 1999, con particolare riguardo al gusto personale e a questioni autobiografiche.

Si parte!

1990
Quei Bravi Ragazzi (Goodfellas) di Martin Scorsese
La Stazione di Sergio Rubini 

1991
Il Silenzio degli Innocenti (The Silence of the Lambs) di Jonathan Demme
Lanterne Rosse di di Zhāng Yìmóu

1992
Malcolm X di Spike Lee
La Moglie del Soldato (The Crying Game) di Neil Jordan

1993
Tre Colori - Film Rosso/Blu/Bianco (trilogia) di Krzysztof Kieslowski
Lezioni di Piano (The Piano) di Jane Campion

1994
Pulp Fiction di Quentin Tarantino
Hong Kong Express di Wong Kar-wai

1995
I Soliti Sospetti (The Usual Suspects) di Bryan Singer
Seven di David Fincher

1996
Trainspotting di Danny Boyle
Il Paziente Inglese (The English Patient) di Anthony Minghella

1997
La Vita è Bella di Roberto Benigni
Febbre a 90° (Fever Pitch) di David Evans

1998
Il Grande Lebowski (The Big Lebowski) di Joel e Ethan Coen
Hana–Bi - Fiori di Fuoco di Takeshi Kitano

1999
Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick
Tutto su mia Madre (Todo sobre mi madre) di Pedro Almodóvar



























sabato 12 settembre 2015

10 Film d'Avventura


10 film d’avventura fra quelli che ricordo con maggior piacere. Avrei potuto inserire in questo elenco film di cui ho già parlato, a proposito di film western, bellici, di James Bond o di David Lean, ma per evitare ripetizioni o di “fissarmi” troppo ho allargato un po’ la visione e questo è il risultato:

“La Regina d'Africa” (The African Queen) di John Huston – 1951
Due attori formidabili come Humphrey Bogart (premio Oscar per la sua interpretazione) e Katharine Hepburn per un film che si concentra e gira solo ed esclusivamente sui loro personaggi. Sceneggiatura e dialoghi perfetti, in un’opera dove l’avventura è più intima che posta nella spettacolarizzazione dei luoghi e delle situazioni, quasi questi fossero superflui.

“I Guerrieri della Notte” (The Warriors) di Walter Hill – 1979
L’Anabasi di Senofonte con le bande anni 70 a New York. Un racconto dal ritmo serrato ed incalzante, tutto svolto nel tempo di una notte, con la rappresentazione di una realtà trasfigurata come fosse un urban-fantasy. Perfetto dinamismo e potente valore simbolico degli oggetti e dei luoghi, prima fra tutti la metropolitana, vero personaggio al pari dei membri delle city gang.

“Fuga da Alcatraz” (Escape from Alcatraz) di Don Siegel – 1979
Da una reale evasione dal famoso carcere, un film scarno nei dialoghi che punta tutto sulle immagini, a cui è affidato il compito di creare e rappresentare la tensione e la suspense che permeano la vicenda. Montaggio astuto che supplisce ad alcuni momenti un po’ troppo “da accademia”.




“Excalibur” di John Boorman – 1981
Grandiosa colonna sonora, in un film che trae forza e valore dal cromatismo delle scene e dei luoghi, scandendo i capitoli di una storia di eroi dal respiro epico-cavalleresco. La forma visiva della narrazione dona ulteriore valore a ciò che, in fondo, risulta essere al pari di una favola, ben raccontata e confezionata. Se ci si lascia coinvolgere e si abbassano, anche solo un po’, le difese, è impossibile non restarne affascinati.

“I Sette Samurai” di Akira Kurosawa – 1954
Dramma e racconto epico tanto affascinante da divenire un vero cult-movie. L’intera cinematografia mondiale vi si è più volte riferita, attingendovi a piene mani, tra cui non solo lo splendido “I Magnifici Sette” di Sturges ed i relativi seguiti, ma anche “Quella Sporca Dozzina” di Robert Aldrich. Pratica ed estetica del mondo contadino e di quello dei samurai, terra e lavoro dei campi che incontrano epica, onore e uomini d’armi, vita vissuta e filosofia con personaggi ritratti e caratterizzati come meglio non si potrebbe

“Principessa Mononoke” di Hayao Miyazaki – 1997
Non meravigli (più di tanto) la presenza in questo gruppo di un film d’animazione. Hayao Miyazaki trascende i generi e le classificazioni e quest’opera ne è ottima prova. Un racconto di formazione, che di per sé porta ed assume i caratteri dell’avventura, incontra la favola ecologista, senza sentimentalismi o tentazioni manichee. Personaggi complessi, ambientazioni fantastiche, onirico e reale che si fondono con crudezza, ma senza reale violenza, per donare coinvolgimento estetico e narrativo.


“L’Avventura del Poseidon” (The Poseidon Adventure) di Ronald Neame – 1972
A pieno titolo nel filone dei film catastrofici anni 70. Attori esperti ed in buona forma (Gene Hackman, Shelley Winters ed Ernest Borgnine tra gli altri), che con la loro efficace recitazione ed una stupenda scenografia caratterizzano un film genuinamente avventuroso, che si concede il lusso di offrire anche qualche elemento di riflessione. Ci hanno fatto un evitabile remake nel 2006.

“I Vichinghi” (The Vikings) di Richard Fleischer – 1958
Trascinante film d'avventura, che inserisco anche per ricordi di una adolescenza suggestionata da immagini forti, potenti e dotate di un certo intrigante lirismo (tra cui il funerale vichingo). Primo assaggio di mitologia norrena, confezionato con una serie di accadimenti che fanno ricorso al carattere brutale della sceneggiatura, sostenuta dalla efficace fotografia e dalla azzeccata musica. Kirk Douglas superbo!

“Hero” di Zhang Yimou – 2002
Estetica e senso epico per una esperienza cromatica e di eleganza, scandita da racconti e flashback fortemente connotati dai colori scelti e dal ruolo che hanno l’arte della spada e della calligrafia. Questi due elementi si incontrano e regalano un respiro più ampio al susseguirsi dei quattro periodi in cui è diviso il film. Un’opera che ha generato dibattito e critiche, ma il cui valore artistico non è possibile mettere in discussione.

“I Goonies” (The Goonies) di Richard Donner – 1985
Un film culto per chi era ragazzino negli anni 80. Perfetto per divertirsi e sognare l’avventura, per viverla e riviverla al di là degli anni trascorsi, facendosi ancora una volta conquistare da una storia avvincente e divertente. Personaggi simpatici, un gruppo di protagonisti accattivanti e ottimi caratteristi.

Bonus:

“L'Isola sul Tetto del Mondo” (The Island at the Top of the World) di Robert Stevenson – 1974
Trama un po’ confusa, dove il senso dell’avventura e del fantastico prevale, per un buon prodotto ad uso familiare, nella migliore tradizione Disney. Affascinante come un romanzo di Jules Verne, con effetti speciali alla vecchia maniera ben presentati, godibile e divertente.

“Aleksandr Nevskij” di Sergei M. Eisenstein – 1938
Film chiaramente di propaganda, con tutto il conseguente carico di retorica e pomposità. Ma, una volta chiarito questo, l’opera si fa ammirare per le scelte in tema di inquadrature e montaggio, che assicurano alla vicenda ed alla sua rappresentazione una dinamicità e un ritmo insolito per quegli anni, accelerandone anche la continuità narrativa. L’eroe è tale e pazienza se Nevskij è accostato a Stalin. La colonna sonora? A firma di Sergei Prokofiev.


Un torneo a parte per i due Volumi di Kill Bill (Quentin Tarantino), la serie di Arma Letale (Richard Donner) e quella di Die Hard (registi vari)



venerdì 3 aprile 2015

La Cina non era vicina


Nei giorni dei fatti di Piazza Tienanmen (primavera 1989) ero uno studente delle scuole medie, alle prese con scombussolamenti ormonali ed altre problematiche adolescenziali, un po’ confuso e poco avvezzo alle cose del mondo.
Pertanto mi mostravo sufficientemente suggestionabile e influenzabile, in particolar modo da chi coglieva in un atto di barbarie, in un massacro come quello avvenuto nei primi giorni di giugno di quell’anno a Pechino, un’ulteriore occasione per indicare a giovani menti in formazione quanto fossero malvagi e inumani i “comunisti”.

A distanza di 26 anni dovrei forse riflettere sulle mie frequentazioni di allora, ma rimangono i fatti, i morti ed anche l’uso di certe immagini negli anni a seguire, odioso e spregevole in particolare quello fattone da un movimento politico-religioso italiano fondato da un sacerdote lombardo.

Comunque non è per evidenziare quanto io sia ostile a Comunione e Liberazione che scrivo queste righe, bensì per sottolineare che a quell’età non sapevo pressoché nulla della Cina, a parte qualche dato ed informazione assunta a scuola ed i soliti cliché che circolavano. A proposito, allora, come adesso, non riuscivo a comprendere quale affinità o vicinanza ci potesse essere tra i cinesi “comunisti” e quelli che, comunisti anch’essi (o almeno così si definivano) amministravano i comuni della mia zona, venivano intervistati in televisione o anche solo frequentavano il circolo ARCI vicino al parco giochi. Forse era solo un limite semantico, pigrizia catalogativa o semplice scorciatoia nel definire caratteri e avvenimenti, ma insomma la Cina era comunista, forse non proprio come l’URSS o Cuba, ma comunque erano tutti “cattivi”. E la Cina rimaneva un mistero.

Qualche anno dopo, ampliato (migliorato?), anche se di poco, il mio giro di conoscenze e frequentazioni e letto qualche libro in più, avrei avuto l’occasione di “incontrare” nuovamente la Cina.
Fu grazie a Zhang Yimou ed al suo “Lanterne Rosse”, tratto dal romanzo di Su Tong “Mogli e Concubine”. Fu una sorpresa! A dire il vero, sorpresa difficile da definire, poiché ancora sapevo ben poco di quel paese, della sua situazione politico-culturale e pertanto anche del suo Cinema.

La Repubblica Popolare Cinese, almeno sapevo come realmente si chiamava, si era messa lungo il mio cammino, sotto forma di proiezione di un film in un cinema non particolarmente comodo della mia città.
Lanterne Rosse mi rivelava qualcosa della storia di quel paese, con un evidente talento figurativo e drammatico, espresso mediante un’impostazione teatrale, tanto misteriosa e lugubre, quanto affascinante. Rigore e serietà stilistica che venivano esaltate dalla bravura e bellezza di Gong Li, che riusciva a rendere digeribili persino gli eccessi di manierismo. 
Un’esperienza cromatica (il rosso delle lanterne, il nero di inquietanti veli, il bianco della neve caduta e della follia) che scandisce la lentezza di quanto raccontato. Quasi una visione ad ostacoli, poiché osservavo gli “esotici” protagonisti attraverso le grate, gli oggetti che Zhang Yimou frapponeva fra loro e lo spettatore, quasi a proteggere gli uni dagli altri.
Suggestioni ed emozioni che avrei ritrovato in altri film dello stesso regista che, nel corso degli anni, ho di fatto “seguito”, anche nei suoi “ripensamenti” e “passi indietro”.