Titolo: La
donna che morì due volte
Autore: Leif
GW Persson
Traduttore:
Katia De Marco
Editore:
Marsilio – 2018
Il titolo, vi sfido, non può che far
venire in mente il quasi omonimo film di Alfred Hitchcock. Ma non
siamo a San Francisco, Kim Novak e James Stewart non ci sono e la
componente sentimentale manca. Sono ben presenti, invece, l'elemento
di mistero, il gusto dell'indagine ed una dose thriller
che si avvalgono anche di una componente più leggera, quasi
divertente, data dal protagonista.
Proviamo a proporre qualcosa di simile
ad una vera recensione, nello stile da semplice e divertito lettore
incuriosito.
Potrei cominciare dal dire che “La
donna che morì due volte” si fonda, ovviamente, su un
paradosso che incrina una delle certezze più elementari
dell’esistenza: l’idea che la morte sia un evento unico e
irripetibile. Un assunto che pare indiscutibile e che tuttavia viene
messo in crisi da una vicenda che, anche in questo caso, evoca
atmosfere hitchcockiane, sebbene qui il gioco si svolga sul
terreno della morte e non della vita.
Anche senza abbandonare questa
certezza, ci si trova comunque di fronte al fatto che una giovane
donna orientale sembra aver sfidato l’impossibile: è morta due
volte. Di almento una di queste morti si ha la certezza, si conosce
la mano assassina, fredda e metodica, capace di occultare il cadavere
per anni. Tutto ciò contraddice la logica e proprio per questo
cattura immediatamente il lettore, trascinandolo in un enigma che non
ammette risposte semplici.
Di fronte a un simile rompicapo, sembra
inevitabile arrendersi, soccombere alla curiosità, al bisogno quasi
compulsivo di formulare congetture, di inseguire piste e sospetti. Le
pagine scorrono rapide, sostenute da una costruzione narrativa
solida e calibrata, mentre il tema del “doppio”, tanto caro
al già ricordato cinema di Hitchcock, riaffiora e stringe il
lettore, costringe la sua immaginazione o quantomeno la sua
curiosità, in una morsa sottile e inquietante.
A condividere questo percorso non è
solo il lettore, ma anche una squadra di investigatori acuti e
determinati che, nel romanzo “La
donna che morì due volte, si muove
a ritroso nel tempo per ricostruire una verità destinata a esplodere
come un fulmine improvviso. Quando arriva, infatti, la rivelazione
finale coglie di sorpresa: un autentico colpo di scena che testimonia
l’abilità di Leif GW Persson
nel governare la tensione e nel condurre chi legge esattamente dove
vuole, fino all’ultima pagina.
Figura centrale e indiscussa è Evert
Bäckström, poliziotto fuori schema e antieroe per eccellenza.
Personaggio volutamente sgradevole al primo impatto, Bäckström non
fa nulla per conquistare simpatia: ostenta senza filtri i propri
vizi, dall’alcol alla pigrizia, dal cinismo al disincanto morale
per condire il tutto con la misoginia, passando per una sicurezza di
sé che rasenta l’arroganza. È corrotto, indolente, spavaldo,
eppure dotato di un intuito formidabile.
Proprio questo, però, dopo qualche
pagina (o qualche romanzo, come nel mio caso) lo rende
irresistibile e divertente. Bäckström non intende indossare
maschere rassicuranti né si piega a modelli consolatori, non chiede
di essere amato, finendo forse per questo per esserlo. In un
thriller, dopotutto, l’empatia può essere secondaria, se vi è
intuizione, fantasia, capacità di vedere ciò che gli altri non
vedono e tutto questo lo si fa valere. E di fiuto investigativo,
Bäckström ne possiede in abbondanza.
Anche il resto del cast non è da meno.
I personaggi sono vividi, scolpiti con tale cura da sembrare reali,
quasi invadenti, come vicini di casa eccentrici di cui si
percepiscono odori, voci e manie. A fare da sfondo, una Svezia
lontana dall’immagine patinata e irreprensibile, una terra che
lascia intravedere crepe e zone d’ombra, immersa in una natura
aspra e silenziosa, evocata più per ciò che nasconde che per ciò
che mostra.
L’unico limite del romanzo risiede,
forse, nel ritmo, che in alcuni passaggi rallenta e rischia di
appesantire la narrazione. Talvolta la trama tende a dilungarsi oltre
il necessario, suggerendo che una maggiore asciuttezza avrebbe
giovato, rendendo la lettura ancora più fluida. Si tratta, però, di
un appunto da incontentabile brontolone, di un difetto talmente
marginale da non intaccare il piacere di leggere e godere di un
mistero avvincente, di protagonisti efficaci che stimolano curiosità
e sanno coinvolgere pagina dopo pagina.
Un pomeriggio di luglio il piccolo
Edvin, dieci anni, suona alla porta del commissario Bäckström, suo
vicino di casa, nonché suo idolo. Durante un’escursione in
solitaria, invece dei funghi che stava cercando, sull’isola
disabitata dove è stato depositato dal suo capo scout ha trovato un
teschio umano con un foro di pallottola ben visibile sulla tempia.
Per l’investigatore più furbo e cialtrone dell’intero corpo di
polizia svedese si tratta di un importante ritrovamento dai chiari
risvolti polizieschi: non resta che mettere in moto la sua fidata
squadra per far luce su quello che ha tutta l’aria di essere un
caso di omicidio. I primi riscontri riservano però una sorpresa: la
vittima in questione risulta morta in Thailandia dodici anni prima,
nello tsunami del dicembre 2004, il funerale celebrato, le ceneri
disperse. A questo punto, la domanda diventa di ordine quasi
filosofico: si può morire due volte?(da
marsilioeditori.it)