Il mio matrimonio, te l'ho detto, è morto da anni. Non lo so perché. Ah, sì che lo so, è la seconda legge della termodinamica: prima o poi tutto si muta in merda.
(Sally/Judy Davis in “Mariti e Mogli”, di Woody Allen - 1992)
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Il mio matrimonio, te l'ho detto, è morto da anni. Non lo so perché. Ah, sì che lo so, è la seconda legge della termodinamica: prima o poi tutto si muta in merda.
(Sally/Judy Davis in “Mariti e Mogli”, di Woody Allen - 1992)
Che straordinaria attrice era Gena Rowlands!
“Grazie”, direbbe il lettore di queste parole, “non hai proprio nulla di originale da scrivere?”. “Non se ne era accorto nessuno, secondo te?”, potrebbe, giustamente, rimproverarmi.
A questo punto, per chiedere, se non proprio la benevolenza quantomeno la pazienza del suddetto, deluso, lettore, aggiungo che quello era solo l'introduzione, magari un pretesto, per scrivere quanto segue. Nella speranza comunque che il lettore sia ancora tale, ovvero che non abbia nel frattempo abbandonato queste righe per dedicarsi a più stimolanti ed edificanti attività.
Ebbene qualche sera fa ho rivisto “Un'altra donna”, film del 1988 di Woody Allen. Quindi, per l'appunto, ho rivisto, perciò visto nuovamente, la grande prova recitativa ed interpretativa di Gena Rowlands. Prova goduta con occhi maggiormente sgombri e più adeguata disposizione d'animo, data da quella che qualche detrattore definirebbe “la vecchiaia”, ma che io, pietosamente, vorrei chiamare “maturità”, se non proprio “esperienza”.
La grandezza di Rowlands non è evidente solo da quest'opera, ovviamente, ma la mia, intensa, sensazione è che qui, diretta da un altro regista che non fosse John Cassavetes, sia riuscita a proporsi ed imporsi come il personaggio femminile meglio riuscito nella filmografia di Allen.
Entrambi newyorchesi, Allen e Cassavetes, il primo, differentemente dal secondo, spesso ha indagato “il femminile”, i pensieri e le emozioni delle sue protagoniste femminili attraverso il filtro di un altro protagonista maschile. In quest'opera, invece, con la protagonista femminile effettivamente al centro della sceneggiatura, si cerca di indagare “davvero” le sue emozioni e i suoi pensieri, senza filtrarli.
Un archetipo più europeo che nordamericano, meno abitante della “Grande Mela” e più vicino alla letteratura di lingua tedesca e nordeuropea. Non a caso la luce è curata da Sven Nykvist, lo stesso del maestro svedese Ingmar Bergman, tanto ammirato ed omaggiato da Allen.
“Un'altra donna” è notevole, riassumendo con colpevole sintesi, anche, oserei in buona parte, per il felice e raro incontro fra attrice e regista. Un incontro dove Allen riesce a contenere quello che era l'ammirevole e spesso coinvolgente istrionismo della Rowlands, cucendole addosso un ruolo da interpretare con abile e lodevole sottigliezza, dove i mezzi sguardi, le frasi sussurrate e le mezze espressioni fanno gran parte del “lavoro”, mentre l'attrice offre al regista spiragli positivi, quasi insoliti nella sua visione del femminile e dei rapporti umani.
La scelta è tra fidarsi e non avere paura o non fidarsi e avere paura.
(Rosie/Scarlett Johansson in “Jo Jo Rabbit”, di Taika Waititi - 2019)
William Shakespeare richiama alla tolleranza verso i migranti nell'opera “Tommaso Moro”.
Gli uomini sono da sempre "in cammino", sono sempre stati migranti e perciò, per qualcuno e per qualcosa, "stranieri".
I flussi migratori, la migrazione, come Shakespeare splendidamente narra e mostra in questa notevole scena, non è un fenomeno nuovo: la domanda fondamentale è come noi reagiamo ad esso, come chi ci amministra e governa si pone di fronte ad esso, quali decisioni prende e quali parole utilizza.
Immaginate allora di vedere gli stranieri derelitti, coi bambini in spalla, e i poveri bagagli arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto, e che voi vi asseggiate come Re dei vostri desideri - l’autorità messa a tacere dal vostro vociare alterato - e ve ne possiate stare tutti tronfi nella gorgiera della vostra presunzione.
Vi piacerebbe allora trovare una nazione d’indole così barbara che, in un’esplosione di odio e di violenza, non vi conceda un posto sulla terra, affili i suoi detestabili coltelli contro le vostre gole.
Signore e signori, siamo tutti al corrente che un mostruoso assassino è stato a sua volta assassinato in maniera brutale anche se possiamo ammettere che ha meritato la sua fine.
(Hercule Poirot/Albert Finney in “Assassinio sull'Orient Express” di Sidney Lumet - 1974 )