martedì 15 gennaio 2013

Vieni notte scura


"...
Io m'innamorerò di un altro uomo
di un uomo senza cuore
perché il mio cuore solo basterà per noi

Io m'innamorerò di un altro uomo
un uomo senza nome
perché il tuo nome a lui io darò

Vieni notte scura
togli gioia e sentimento
gettami nel fuoco, nel tormento
non conoscere pietà
e versami da bere
mi perderò nel vino
io brindo al mio destino
al tempo dell'amore
al tempo che verrà
Io m'innamorerò di un altro uomo
di un uomo senza cuore
perché il mio cuore duro basterà per noi

..."

(Una Notte disperata - Pacifico/Musica Nuda)

 

sabato 12 gennaio 2013

Il Segreto dei suoi occhi (2009)

Sceneggiatura solida, buone sequenze, temi diversi e vari che convivono in maniera straordinaria senza rubarsi spazio, ma anzi esaltandosi l’un l’altro, per un film che non è (solo) un thriller, ma anche un coinvolgente melodramma, che utilizza la storia recente dell’Argentina della dittatura per presentarci una bellissima e dolorosissima vicenda e personaggi veramente ben delineati e credibili.

Gli attori protagonisti sono di una bravura rara ed a tratti imbarazzante, in particolare la coppia composta dall’agente investigativo Benjamín Espósito/Ricardo Darín e il giudice Irene Menéndez Hastings/Soledad Villamil, senza dimenticare Sandoval/Guillermo Francella, singolare collega di Espósito.

Film dalle caratteristiche di opere d’altri tempi, riflessivo e meditato quanto basta per affrancarsi dal rischio di “già visto” e “vecchio”, basti pensare che Espósito decide di ricostruire la storia dell’indagine da lui condotta attraverso un libro, giustificando così un sapiente uso del flashback. Con “Il Segreto dei suoi occhi” (oscar miglio film straniero) l’argentino Juan José Campanella presenta una regia di buon livello, semplice ed efficace, quasi classica con il mito dell’investigatore solitario, ma comunque capace di offrire soluzioni più che godibili e di volare alto quando serve (strabiliante piano sequenza allo stadio e scena in ascensore). La dimensione emotiva non viene mai meno, viene anzi coltivata e curata con intelligenza, anche attraverso ottimi dialoghi ed inquadrature che sottolineano degnamente i momenti più intimi e convincenti.

Voto: 8+

Ricardo Darín e Guillermo Francella

Soledad Villamil

 


giovedì 10 gennaio 2013

Giallo, Noir & Thriller/6



Titolo: I Dannati non muoiono
Autore: Nisbet Jim
Traduttore: Bruna Ferri e Olivia Crosio
Editore: Time Crime - 2012

Trama che si sviluppa rapida, senza tentennamenti, divagazioni o descrizioni che non siano strettamente legate alla vicenda.

Jim Nisbet ci propone con I Dannati non muoiono un hard-boiled classico, veloce e brioso, con alcuni passaggi veramente scoppiettanti e trascinanti. Forse la scrittura non è al suo meglio, ma il detective privato coinvolto, suo malgrado ed inaspettatamente, in una storia torbida di morte, sesso e segreti da far rimanere tali, è un bel personaggio. Martin Windrow, questo il suo nome, in una San Francisco nebbiosa e soffocante si presenta a noi ricoperto di ferite e cicatrici, sia metaforiche che reali, e viene accompagnato da una serie di altri personaggi ben descritti e delineati, per ottenere una storia che va dritta all’obiettivo.

Da apprezzare come, nonostante il tema toccato sia scivoloso (sessualità, perversioni, torture e ricatto), l’autore eviti ogni volgarità ed anzi ci faciliti la discesa e la seguente risalita in una dimensione torbida, dove osserviamo quello che accade e tifiamo, spudoratamente, per il buon Martin Windrow.

Voto: 7

Jim Nisbet

mercoledì 9 gennaio 2013

Se Ti Tagliassero A Pezzetti

Paz Vega 
Photo Credit: allmoviephoto.com
...

Ti ho trovata lungo il fiume
che suonavi una foglia di fiore
che cantavi parole leggere, parole d'amore
ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso
ti ho detto dammi quello che vuoi, io quel che posso. 



Rosa gialla rosa di rame
mai ballato così a lungo
lungo il filo della notte sulle pietre del giorno
io suonatore di chitarra io suonatore di mandolino
alla fine siamo caduti sopra il fieno.


...

(Se ti tagliassero a pezzetti - F. De Andrè)

lunedì 7 gennaio 2013

Addio



Addio alle armi;
Addio mia concubina;
Addio al celibato;
Addio al nubilato;
Addio Lugano bella;
Addio e grazie per tutto il pesce;
Addio giovinezza;
Addio mia bella addio;
Addio monti;
Addio ultimo uomo;
Addio sogni di gloria;
Addio testo;
Addio, Mr. Chips!;
Il lungo addio;
Addio amore!;
Addio mia amata;
Addio mamma!;
Addio terraferma;
Il bacio d’addio;
Dirsi addio;
Addio amici addio;
Addio all’estate;
Partita d’addio;
Non dire mai addio;
Mosca addio;
L’ultimo addio…

Non mi viene in mente altro!!


















Raimond Chandler, autore de "Il Lungo Addio"
"
Robert Donat in "Addio, Mr Chips!"
film del regista Otar Iosseliani

sabato 5 gennaio 2013

Desiderio


di Milo Manara

… E ora soffriva, non già perché si fosse lasciato vincere da quel sentimento, dal desiderio di quella donna – a lei non voleva nemmeno pensare –, ma pel fatto che questo sentimento fosse vivo in lui e che quindi bisognasse stare in guardia contro di esso…

(Il Diavolo – Lev Nikolàevič Tolstòj, trad. Corrado Alvaro)

giovedì 3 gennaio 2013

Manifesto. Sono uno di quelli...


Edward Hopper - Stanza a New York











«Faccio parte di quelli che vivranno peggio dei propri genitori e della generazione che ha visto nascere Internet ed ha imparato a vivere con lei. Sono uno di quelli che vorrebbero godersi i voli low cost, ma finisce sempre per rendersi conto che tra tasse e balle varie il mondo è ancora troppo grande. Faccio parte della generazione che ha festeggiato il suo primo motorino con “Italia 90” ed i 18 anni durante il genocidio del Ruanda. Faccio parte di quelli che erano troppo giovani per votare DC o PCI ed ora trovano sulla scheda elettorale almeno dieci partiti che se ne dichiarano eredi, uno addirittura di entrambi. La mia è la generazione che le inventava tutte per vedere “Colpo Grosso” ed il wrestling in tv ed ora ha scoperto il poker on line, la generazione che forse conoscerà tutte le proprietà intrinseche di queste oscure materie, a cui non interessa se un uomo va sulla Luna ma che è convinta che Luke Skywalker fosse un pirla ed il maestro Yoda un gran rompicoglioni.

La mia è la generazione delle crisi, scegliete voi quale (finanziaria, del gas, dei valori, del lavoro, di coppia), quella del buco dell’ozono e dell’effetto serra, che è partita dai documentari di Quark ed è arrivata a quelli sulle foibe. Sono uno di quelli del “pane e nutella” che ora deve ascoltare le maestre parlargli della merenda biologica, che guardava “Bim Bum Bam” ed ora, pur di non ascoltare politici che raccontano barzellette e comici che si atteggiano a riformatori della politica, acquista i dvd di Lamù e La Casa nella Prateria. Sono uno di quelli che poteva snocciolare (anche se non ho mai capito che centrassero i noccioli) la formazione tipo di Inter o Juve ed ora no, che continua a citare Fantozzi, I Fichissimi e l’Allenatore nel Pallone perché è divertente.

La mia è la generazione che diventa più povera, la generazione che paga le pensioni, che si ricorda del biondo degli 883 e spera venga raggiunto dal suo ex collega, quella che impara ad odiare i vecchi. La mia è la generazione di quelli con le magliette di Emergency e la cioccolata dell’equo solidale, a cui hanno spiegato tutto e fatto fare poco, che prendevano 44 alla maturità senza chiedersi se Dante fosse un uomo libero o un servo di partito. Sono uno di quelli che sa dove sono Tuzla e Timor Est, ma anche Marzabotto e Genova, che ha visto chi era campione vincere la Coppa dei Campioni, che si ricorda dell’Hotel Rafael e di Capaci e gli cadono le braccia quando “bisogna convivere con la mafia”, sono uno di quelli che era meglio Saronni, che ha capito che lo yogurt ai frutti di bosco fa schifo e che Batman è uno squilibrato, ma non se la fa con Robin.

La mia generazione è fatta di chi pensa di non essere uguale a tutti gli altri, perché ognuno è libero ed indipendente con le sue idee e qualità, oppure è semplicemente solo. Alla mia generazione hanno allargato l’alfabeto per poterla definire. Faccio parte di quelli che non hanno mai lavorato, di quelli che tanto un lavoro lo si trova, di quelli che non c’è lavoro, di quelli che se hai voglia c’è lavoro per tutti, di quelli che ci sono lavori che non li vuole fare più nessuno, di quelli che esiste un contratto per tutte le esigenze, tranne quella di essere pagati dignitosamente. Sono uno di quelli che ha studiato ma non sa fare nulla, che “si impegna ma non sa come va il mondo”, a cui hanno fatto credere che il merito è l’unico criterio per guadagnare denaro e poi hanno invitato a guardare in diretta TV chi non fa un cazzo tutto il giorno.

La mia generazione sa che è meglio prevenire che curare, ha capito che una frase è giusta o sbagliata a seconda di chi la dice, che un aperitivo costa come un pieno di benzina, che pensa alla giornata e non legge i quotidiani, che quando c’è una manifestazione va al mare, che si alimenta di solipsismi letterari, grafici ed estetici, quando non si prende cura di un figlio, e lo fa perché non può permettersi di indignarsi, figuriamoci farsi carico del male e delle ingiustizie che incontra».

(Adriano Brandolini)

Edward Hopper - Chop Suey















Edward Hopper - Stanza d'albergo

mercoledì 2 gennaio 2013

Scegliere un regalo, va bene anche un pensierino...



-         Ho capito, siamo invitati e dobbiamo portare qualcosa al bimbo.
-         Esatto, vedi che se ti applichi ci arrivi?
-         Va bene, ma cosa gli portiamo?
-         Fammi un favore, per una volta pensaci tu!
-        
-         Tutte le volte mi sbatto io, questa volta fallo tu. In fondo sono amici tuoi.
-         Ma io conosco loro, mica il ragazzino!
-         Però hai due figli, giusto? Un po’ di fantasia.
-         Ma cosa? Qualcosa che ha Pato? (nomignolo per il primogenito)
-         Tipo, però che sia adatto ad un bambino di 4 anni.
-         Ma cosa?
-         Ma che, ci fai o ci sei? Fatti un giro e pensaci.
-         Un giro dove, che sono sempre qui.
-         Ma che ne so. Guarda su internet o su quel catalogo che c’è in cucina.
-         Ma in quello ci vogliono due settimane per farsi spedire la roba.
-         Dicevo per trovare un’idea, uno spunto.
-         Ma che spunto, mi spunta di mandarli a ….!
-         Come sei pesante! Basta una cosa carina e che costi poco.
-         Ma dai! Pensavo una cosa brutta da far schifo e che costa un botto!!
-         Un puzzle?
-         Aggiudicato! Lo compri tu?
-         Ma ti costa tanto andarci tu?
-         Non c’ho voglia…
-         Dai, lo prendi mentre ti fai un giro con piccola Jem! (nomignolo per la secondogenita)
-         Dove vado a prenderlo? E se poi non lo trovo? E se la piccola Jem piange?
-         E se buchi una ruota, viene un alluvione o le cavallette?
-         Adesso mi rubi le battute?
-         Colpa tua che mi hai fatto vedere quel film orribile!
-         I Blues Brothers orribile? Bestemmia!
-         Senti a me fa venire mal di testa.
-         Allora sto regalo?
-         Un pensierino, una cosa piccola.
-       Ma che vuol dire un pensierino? Tipo quelli delle elementari? “la mamma lava i panni”, “il bambino piange”…
-         E il babbo non ha voglia di fare niente.
-         Appunto, dai vacci tu.
-         Allora lo prendo io.
-    Grazie Ciccia! (nomignolo per la donna che nuovamente mi solleva da un gravoso e sgradito impegno)

martedì 1 gennaio 2013

Propositi per il nuovo anno

All'inizio dell'anno si è soliti formulare dei buoni propositi per il futuro, porsi degli obiettivi da raggiungere...

by Jack Ziegler


lunedì 31 dicembre 2012

Drive (2011)



Noir certamente anomalo, capace di far convivere due istanze e relativi temi: fenomenali scene d’inseguimento ed efferata violenza. In entrambe la bravura del regista Nicolas Winding Refn è palpabile. A tratti così perfetta è la resa di alcune scene da sfiorare il manierismo (oltre agli inseguimenti, tra le altre, da ricordare “la” scena in ascensore e la “gita al fiume” del protagonista).

Drive è una pellicola di gran classe, da seguire tutta d’un fiato. Merito di un interprete, Ryan Gosling, veramente in gran forma ed accattivante, di un'attrice brava e intensa, Carey Mulligan, di un’abile sceneggiatura e di una colonna sonora da brividi.

La prima parte è straordinaria e a tratti spiazzante, con elementi registici e di sceneggiatura eterogenei ma che si fondono per un ottimo risultato; la seconda si basa su cruda violenza ed una velocità espositiva richiamata dalle corse in cui sono impegnate le auto, ma quasi contraddetta da dialoghi asciutti, prolungati silenzi, rallentamenti e cambi repentini, questi sottolineati da abili scatti temporali. Forse il limite è proprio in queste due facce e nella violenza presentata, a mio modo di vedere impropriamente da molti paragonata a quella tarantiniana. Io ci vedo più di un richiamo a Kitano ed ai suoi noir metropolitani, ma con meno senso ironico ed una strizzata d’occhio al miglior Lynch. Il regista comunque mantiene saldamente il timone, conferendo al film una certa forza e coerenza.

Elementi metanarrativi e richiami confinanti con il citazionismo potrebbero disturbare i puristi e i più sensibili, che però non possono non concordare sull’apprezzare il modo soffuso e ammantato in cui Refn  avvolge quella che, di fatto, nella prima parte in particolare, è una storia d'amore, anzi un melodramma. Grande capacità di gestire le scene, lo spazio, i silenzi e le sequenze rendono il film un’opera da vedere assolutamente.

Ryan Gosling
Da sottolineare la performance del protagonista, un Ryan Goslin che potrebbe competere con la fissità mitica di Clint Eastwood, anzi è possibile che Refn abbia voluto stuzzicare lo spettatore con questo suggestivo, quasi impossibile paragone, poiché mette uno stuzzicadenti dal sapore western all’angolo della bocca di Goslin.

il regista Nicolas Winding Refn e Ryan Gosling sul set
 Voto: 8,5
Carey Mulligan


sabato 29 dicembre 2012

L'importanza di essere impegnati a non fare nulla



A molti di quelli che hanno frequentato l’università fuori sede è capitato di condividere spazi, ambienti e ore con personaggi tanto bizzarri e vari da meritarsi un posto in un bestiario medievale. Ciò generalmente accade all’interno di appartamenti di proprietà di individui con dubbie doti etico-morali, ma di comprovata abilità nel mettere insieme studenti dai più disparati e tra loro distanti luoghi di provenienza, con caratteristiche e retroterra culturali a dir poco eterogenei. Inoltre il dubbio che mi permane da allora è se ciò fosse causato dal mero obiettivo di riempire il più possibile, e nel minor tempo ipotizzabile, vecchie cantine, garage riadattati, buchi umidi e fatiscenti, porzioni di bilocali e bui sottoscala che venivano battezzati appartamenti, oppure da sincera passione per il metodo sperimentale (tipo: dati i soggetti A, B, C e D, creiamo le condizioni per una loro reciproca interazione in questo spazio circoscritto e vediamo cosa succede). Ciò varrebbe, a grandi linee, anche per Collegi, Studentati o altre forme di residenzialità direttamente gestite dagli Enti per il Diritto allo Studio Universitario, ma è un altro campo e soprattutto non voglio crearmi ulteriori potenti nemici.

Al sottoscritto capitò di essere compagno di camera di un “ragazzo”, studente professionista di lungo (fuori) corso, sulle cui peculiarità al momento non mi dilungo, ma che saranno evidenti a chi avrà la bontà di continuare a leggere.

Ero al primo anno, per cui permanevano in me quelli che, in caso di vita universitaria, possiamo definire desueti ed inopportuni retaggi ancestrali di routine quotidiane, impegno e responsabilità, oltre ad una certa quota di educazione e  “buona creanza” (instillatami a massicce e continue dosi di sberle da mia nonna).

Una delle prime mattine della mia nuova vita di studente universitario mi alzai dal letto, alle 8, e mi avviai verso la piccola cucina (dopo aver espletato una delle funzioni base della fisiologia umana) e mi misi a leggere le notizie sul Televideo. Dopo una manciata di minuti mi raggiunse il mio compagno di camera, che avevo incrociato per pochi istanti la sera prima.

(qualche secondo in cui il suo sguardo passa, con metodo e studiata lentezza, dalla mia figura alla Tv e viceversa)…

Lui: m'hai a scusari, ma nai nenti che fari?
Io: scusa?
Lui: non hai niente da fare?
Io: perchè?
Lui: pirchì ti alzasti!
Io:
Lui: ti sei alzato ed ora leggi a ‘sti cose.
Io: le notizie?
Lui: miih, ma sempre domande fai? non hai niente da fare, guardi cosa sta scritto alla Tv.

In quel momento lasciai perdere qualsiasi tentativo di chiarificazione reciproca e cambiai discorso. Nei giorni successivi la domanda ma nai nenti che fari/non hai niente da fare?”, con diverse sfumature, mi venne rivolta a più riprese; mentre leggevo un giornale, scrivevo una lettera, preparavo il caffè (ce n’è magari ppi mmia? veniva aggiunto), provavo a studiare, uscivo per andare a lezione o a fare la spesa. Insomma, qualsiasi cosa facessi, ai suoi occhi ero un perditempo, uno scansafatiche, uno che non aveva niente da fare.

A questo punto è legittimo pensare che lui fosse indaffaratissimo e sempre impegnato, a tal punto da considerare me uno che se la può prendere comoda e fare cose che, per individui come lui, sarebbero un lusso ed inutile spreco di tempo prezioso, tipo lavarsi i denti o farsi una doccia, andare al cinema o all’edicola. Poi magari capitava di entrare in un bar per un cappuccino e me lo ritrovavo lì, “Mih, ma sempre qua sei? Ma com’è che non hai mai niente che fare tu, ah?”, oppure andare in cucina per guardare la Tv ed era lì con un amico, “Talìa, arrivuò o accucchia bruodu” (guarda, è arrivato chi non fa niente).

La cosa aveva cominciato ad assumere toni grotteschi, in qualche caso mi sentivo veramente fuori posto quando non propriamente “sbagliato”. Specialmente quella volta in cui, avendo accettato un suo invito ad uscire insieme per una serata, mi sono ritrovato a fronteggiare non solo i suoi “rimproveri”, ma anche quelli di un suo degno collega, venendo così ad essere totalmente esposto ad un vero e proprio fuoco di fila. Descrivo in sintesi cosa accadde: dopo aver pagato una cifra non esattamente modesta accediamo ad un locale, non propriamente una discoteca, ma un luogo piacevole in cui bere una birra o altra bevanda, scambiare qualche parola ed eventualmente ballare. Io, dopo poco, commisi l’imperdonabile errore di dedicarmi a quest’ultima attività. “Talìa, talìa, guarda che fa” comincia lui additandomi pubblicamente, “Me pare 'o nonno mijo" incalza l’altro dandogli di gomito. Fatto sta che, nel giro di pochi minuti, sembravo divenuto la principale attrazione per un nutrito gruppo di soggetti maschili, in gran parte iscritti, da immemorabile tempo, alle più diverse facoltà presenti nell’Ateneo che aveva avuto la compiacenza di accogliermi tra i suoi studenti.

Ricordo che provai a chiedere spiegazioni al riguardo, per sentirmi rispondere (interpreto e rielaboro le frasi pronunciate) che era da ritenersi socialmente sconveniente, non consono, andare in un locale e ballare, bere una birra seduti ad un tavolo e divertirsi. Si va in un locale pubblico, alla sera, essenzialmente per assolvere due funzioni che nulla hanno a che vedere con il divertirsi: vestirsi «bene», (cioè con addosso abiti che riportino ben in evidenza firma e marchio giusto) e «farsi vedere» e «vedere chi c’è». Se balli o anche solo provi a svagarti, a stare bene, a vivere, sei un tipo strano, non “à la page”, di fatto un truzzo, un coatto, un tamarro, uno sfigato e così via spaziando per le varie regioni italiane.
Attribuii tale personale inadeguatezza al riguardo al mio retroterra provinciale, che mi impediva di comprendere come funzionavano le cose al di fuori dei ristretti ambiti geografico-culturali in cui fino a quel momento mi ero mosso. Ma, come ebbi modo di scoprire qualche tempo dopo, la questione era un’altra: per il mio compagno di camera, evidentemente dotato di grande ego, un’inattaccabile sicurezza di sé oltre che di una immensa “faccia come il c..o”, era solo lui ad impegnarsi in qualcosa di veramente valido e per cui valesse la pena investire le proprie energie. Gli altri, da me al Magnifico Rettore, passando per impiegati comunali, autisti dell’autobus, commesse del supermercato e negozianti vari, non avevano mai niente da fare e non capivano niente. 

Ciò valeva sempre, anche per attività per così dire socialmente previste e diffuse ed universalmente accettate e consentite; ad esempio dopo aver finito di lavorare od essere uscito da lezione fai una passeggiata? sei un babbazzu (sciocco) oppure non hai niente che fare. Ti piace collezionare monete o francobolli? Sei un folle malato oppure non hai niente che fare. Leggi libri? Sei jarrùsu/puppo (effeminato o peggio) oppure non hai niente che fare. Scrivi su un blog? Sei uno scimunito e di sicuro non hai niente che fare.
Solo chi non ha niente da fare può pensare di andare in palestra, in piscina, ascoltare musica, cucinare un arrosto, acquistare un libro, noleggiare un film che non sia dei Vanzina o andare a teatro. Le sue giornate erano troppo piene perché si potesse dedicare a qualcosa del genere, ma considerando bene tutto l’insieme, soprattutto osservandolo con attenzione, avevo capito che in realtà lui non faceva mai una minchia! (non credo sia necessario tradurre). Escludendo il rompere i cabbasisi (capperi) al sottoscritto e poco altro.
Quando mi decisi a metterlo di fronte a questa realtà e vendicarmi di mesi di ingiurie, volendo inoltre godermi il momento in cui avrei effettuato un colpo di mano ribaltando così la situazione, mi sentii rispondere: A megghia parola è chidda ca nun si dici (letteralmente: La migliore parola è quella che non viene pronunciata; ossia: faresti meglio a stare zitto e farti gli affari tuoi).

A quel punto mi era chiaro che l’essenza del suo essere era riassumibile nel porsi come individuo impegnato, talmente oberato di responsabilità ed incombenze, che nessun soggetto “normale” avrebbe mai potuto comprenderne la condizione. Come mi suggerì un suo valido sodale nel corso di quel primo indimenticabile anno accademico “io tenevo 'a capa fresca” (non avevo nient’altro a cui pensare), per cui potevo dedicarmi a frivolezze varie (tra cui sostenere esami) e avrei dovuto capire come funzionavano le cose, motivo per il quale venivo stimolato con un “Ma che staje facenno? 'O ppane?”(cosa aspetti/perché perdi tempo?). Cosa mai avrei potuto ribattere? Comunque all’inizio dell’estate salutai colui con cui avevo condiviso la stanza e mi trasferii in un altro appartamento con altri studenti, certo che lui pensasse che i muratori bergamaschi sia gente che se la mena tutto il giorno e che a Wall Street non si combini nulla tutto il santo giorno.

Recentemente mi è capitato di “incontrarlo” in una chat. Ho scoperto che ha vinto un concorso pubblico nella città in cui ci siamo conosciuti ed in cui avremmo dovuto laurearci, che alle 10.30 di un giorno feriale, al lavoro, aveva appena fatto colazione e preso un caffè, che alle 12.00 sarebbe uscito per andare a prendere i “carusi a scola” e che aveva poco tempo per chattare perché lui non è come me, ovvero «Mih, ma sempre qua sei? Ma com’è che non hai mai niente che fare tu, ah?».

Apecar/Lapa decorata come un carretto siciliano

giovedì 27 dicembre 2012

Giallo, Noir & Thriller/5



Titolo: L' uomo in vetrina
Autore: Dahl Kjell Ola
Traduttore: Paterniti Giovanna
Editore: Marsilio - 2008

Tutti i personaggi non sono proprio come sembra che siano, nascondono qualcosa, sono convinti che gli altri non sappiano cose su di loro che invece sono ben note. I due protagonisti, la coppia che indaga, il commissario capo Gunnarstranda ed il suo assistente Frǿlich, sono tutt'altro che figure statiche ed immobili, presentano invece una loro personale evoluzione.

Questi elementi basterebbero già da soli a giustificare e consigliare la lettura di questo libro, ma, fortunatamente c'è dell'altro, c'è di più. Un complesso intreccio, ben costruito attorno ad un personaggio da cui partono varie tematiche e spunti estremamente interessanti e coinvolgenti: la seconda guerra mondiale, la resistenza, il collaborazionismo, il neonazismo, l'eugenetica ed altro ancora. Viene da riflettere sul fatto che l'autore, in compagnia di altri nordici, attraverso le sue opere abbia cercato di avvertire tutti noi su cosa accade in Norvegia, Svezia e gli altri paesi, da noi così lontani tanto da non riuscire a comprendere che il tempo dei miti e delle "favole" sulla società del benessere e della perfezione sociale sia non solo lontano, ma forse irrimediabilmente perduto, se mai sia veramente esistito.

Pessimismo ed un senso di smarrimento in un triste abisso pervadono le pagine, ma se sentiamo tutto questo prenderci e procurarci angoscia e sgomento, senza ricorrere a facili e patetici espedienti, buoni solo per trasmissioni del pomeriggio senza spessore, significa che chi scrive, e chi traduce, sa non solo intrattenere e raccontare, ma anche informare ed indagare, bene e meglio di altri scrittori e si posiziona molto più in alto rispetto a quello che è rimasto del giornalismo di indagine.

Voto: 7/8

Kjell Ola Dahl

martedì 25 dicembre 2012

Pace sulla Terra e fra gli Uomini di buona volontà.


Fra poco è mezzanotte.

Sopra la piccola piazza di Capri, nel cielo, navigano nuvole basse, appaiono i contorni luminosi delle stelle; l’azzurro Sirio fiammeggia, poi si spegne. Dalla porta della chiesa il canto grave e pieno dell’organo si spande, e la corsa delle nuvole, il tremolío delle stelle, il movimento delle ombre sui muri degli edifici e il lastricato della piazza sembrano comporre una specie di armonia.

Secondo questo ritmo maestoso la piazza intera, che assomiglia stranamente allo scenario di un melodramma, muta aspetto, ora pare stretta e cupa, ora vasta e d’una chiarezza trasparente.

Sulla piazza i bambini giuocano lanciando petardi rumorosi; i serpenti di fuoco saltellano con frastuono sulle pietre, sputando scintille rosse; qualche volta una mano ardita getta in aria, altissimo, un razzo acceso, che fischia e volteggia, simile a un pipistrello spaventato; piccole figure agili scappano da ogni lato con grida e risa; un’esplosione sonora si fa sentire e per un secondo illumina i bambini rifugiati negli angoli.


Le detonazioni echeggiano quasi senza interruzione, coprendo gli scoppi di risa, le esclamazioni di spavento e il ticchettío secco degli zoccoli sulla lava sonora; ombre fremono prendendo lo slancio: riflessi rossastri illuminano le nubi, e le mura antiche delle case sembrano sorridere: ricordano l’infanzia dei vecchi e hanno assistito piú di cento volte a questo divertimento rumoroso e un pochino pericoloso, al quale i ragazzi si abbandonano la vigilia di Natale.

Fra due esplosioni, si sente di nuovo il canto grave e sonoro dell’organo; il mare risponde in basso con i colpi sordi che batte contro le rocce della sponda e con il rumoreggiare continuo delle onde, l’organo continua a cantare e i bambini a ridere; ma improvvisamente la campana dell’orologio sulla torre batte dodici colpi.



La messa è finita; in fiumana variopinta la folla esce di chiesa e si spande sui larghi gradini della scalinata, e i rossi serpentelli si slanciano davanti ad essa torcendosi. Le donne lanciano grida di spavento, i ragazzi ridono e sono felici; è la loro festa e nessuno oserebbe proibire loro di giocare.

Gli zampognari, i montanari, pastori d’Abruzzo, coperti di corti mantelli azzurri e con grandi cappelli, arrivano in fretta. Le gambe loro sono coperte di calze di lana bianca, sulle quali si incrociano strisce nere. Due di loro hanno cornamuse sotto i mantelli e altri quattro tengono fra le mani corni di legno d’un suono acutissimo.

Questa gente viene una volta all’anno a passare un mese nell’isola. Ogni giorno celebrano Gesú e la Madonna con le loro strane e belle musiche.

È curioso vederli alle prime luci del giorno; col cappello in terra stanno ritti davanti alla statua della Vergine, guardando il Suo bel volto con aria ispirata e suonano in Suo onore una melodia commovente oltre ogni dire [...].


Ora i pastori s’incamminano verso il Presepe del Bambino Gesú, che si trova in casa di Paolino, il vecchio carpentiere, e che bisogna trasportare nella Chiesa di Santa Teresa. I ragazzi corrono dietro loro; la stretta via inghiotte le figure nere e per qualche momento la piazza è quasi deserta; non vi resta se non un gruppo folto, che attende la processione sulla scalinata, vicino alla chiesa, mentre le ombre delle nuvole scivolano silenziosamente sui muri degli edifici e sulla testa della gente e sembrano volerla accarezzare.


Il mare sospira. Nelle tenebre, al di sopra dell’istmo, appare un formicolío di stelle, come un immenso vaso su un esile piedistallo. Sirio risplende di luce abbagliante; le nuvole sono discese dal monte Solario.


I canti dei pastori si spandono sotto gli archi delle strade in onde sonore e gaie; col loro naso adunco e col loro mantello, i musicanti somigliano a grandi uccelli; si sono tolti il cappello e camminano suonando, circondati da una folla di bambini che reggono lanterne appese a lunghi bastoni; decine di fiamme dondolano in aria e rischiarano la piccola figura grassoccia del vecchio Paolino, la sua barba d’argento, la mangiatoia che porta e nella mangiatoia piena di fiori il corpo roseo del Bambino Gesú, che con un sorriso leva le manine benedicenti.


Il vecchio contempla questa statuina di terracotta con tanta tenerezza, come se per lui fosse vivente e promettesse di instaurare allo spuntar del sole “la pace sulla terra e fra gli uomini di buona volontà”.

Da ogni parte si scoprono teste bianche, s’inclinano verso la mangiatoia visi severi; da per tutto risplendono occhi dolci. Si accendono fuochi di bengala; tutto ciò che era cupo è scomparso dalla piazza come se fosse d’improvviso sopraggiunta l’aurora. I bambini cantano, gridano e ridono: buoni sorrisi rischiarano il volto degli adulti: sembra che anch’essi avrebbero piacere di saltare e far baccano, se non temessero di perdere agli occhi dei bambini il loro prestigio di persone serie.


Simili a farfalle d’oro le fiamme gialle delle candele palpitano al di sopra delle vesti; piú in alto, nel cielo azzurro cupo, le stelle splendono di mille colori.

Maksim Gor'kij ("Racconti d'Italia" - "Natale a Capri")


(trad. di M. Parodi)




domenica 23 dicembre 2012

Tra due giorni è Natale...


“…
Qui la gente va veloce ed il tempo corre piano
come un treno dentro a una galleria
tra due giorni è Natale e non va bene e non va male
buonanotte torna presto e così sia.
E tu scrivimi, scrivimi
se ti viene la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e ti addormenti di sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai. “

(Natale – F. De Gregori)