martedì 6 agosto 2013

Il papa non vi giudica, depravati!


Passato il momento di euforia generale (poco giustificata a mio avviso), provo a presentare alcune personali riflessioni su quanto espresso da papa Francesco, anche conosciuto come Jorge Mario Bergoglio.

L’attuale papa è simpatico a tutti, buon per lui. Essere simpatici non è questione di poco conto, specie quando si è al vertice di un’istituzione che ha obiettivi universali. Ci sa obiettivamente fare, questo è certo, a livello di comunicazione e strategia di gestione della propria immagine e dei temi su cui proporsi.

Vuoi mettere porre al centro della discussione il tema della povertà, piuttosto che, ad esempio, la lotta al relativismo? Quale sagace e capace uomo di potere, che si rivolge a masse sterminate e ad un popolo, religiosamente parlando, tanto globalmente diffuso quanto eterogeneo, si impantanerebbe su una questione così delicata e foriera di implicazioni etico-sociali e filosofico-procedurali, al limite del metafisico?

Infatti il predecessore tanta simpatia non se l’è guadagnata! Orbene, tanto di cappello a chi ha saputo intercettare gli umori del momento e fare proprie, istanze e pulsioni così pressanti e sentite, anche da non cattolici. Certo, nel frattempo la Chiesa continua a essere un’organizzazione ricchissima e ben poco trasparente, con tanti elementi opachi, che mostra quotidiane reticenze ed evita una infinità di questioni effettivamente (per lei) difficilmente affrontabili, che gestisce denari a profusione senza essere tenuta a darne conto in qualche modo.

Mi si consiglia di essere più paziente e meno prevenuto, in fondo se Roma non si è costruita in un giorno, figuriamoci il Vaticano. E poi, anche se si è a capo del consiglio d’amministrazione (o è più calzante la figura dell’amministratore delegato?), non è che in pochi mesi si possano fare rivoluzioni. Ma comunque papa Francesco, con la sua voce “argentina” ed il bagaglio a mano raccoglie consensi e sostegno.
noto chi c'è fra i "visto da loro"... uno che ha cantato anche per Berlusconi, anche se non credo lo abbia visto

Un papa molto popolare non è un male, intendiamoci, tantomeno una novità; ce n’è stato uno per quasi 30 anni, e ci siamo resi conto che lo status di superstar internazionale non rende necessariamente più progressisti, anzi. 

Giovanni “santo subito” Paolo II ha animato tante adunate e concerti, intrattenuto ed unito centinaia di milioni di fedeli e non fedeli (che fastidio i “papa boys”!), incontrato anche rockstar, leader politici di quello che era “l’impero del male”, parlato con le genti ed i popoli, ma su contraccezione, divorzio o argomenti simili si è mostrato tanto monolitico e sordo alle istanze della gente comune (molti cattolici) che credo di non sbagliare a definirlo quantomeno “reazionario” (tralasciando la beatificazione/santificazione o anche solo il sostegno di personaggi biechi e schifosi). 

Avverto come nel mondo cattolico e fra i laici, persino tra i “maîtres à penser” nostrani, ci sia la speranza di un papa intraprendente, attivo, magari rivoluzionario, e cresce la voglia di rivoluzione in generale. Mi fa anche piacere che, in questi tempi cupi, molti laici diano credito a un nuovo pontefice, poiché sarei contento di un incontro, una “onesta convergenza” e collaborazione fra mondo laico e istituzione Chiesa. 

Che pure tra gli omosessuali ci siano apprezzamenti e segni di stima è comprensibile, ci sono molti cattolici fra loro (pur tralasciando chi indossa vesti talari), e non è che si debba essere tutti laici intransigenti. 

Ma poi cosa ha voluto dire con “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”.

In fondo, a mio parere, ha compiuto un esercizio retorico, “di stile”, su un concetto. Un esempio di furba comunicazione!
È riuscito a far passare una, comunque, condanna dell’omosessualità, per un sostegno ai gay! D’altra parte è un vescovo, un prete, uno che si è ricordato di essere un professionista della comunicazione. 

La domanda retorica “chi sono io per giudicare” meriterebbe una chiara risposta: sei il papa, il vicario di Cristo, “ciò che leghi resterà legato, ciò che sciogli resterà sciolto” (vangelo di Matteo, “da qualche parte verso la fine”), sei a capo del Vaticano, un’istituzione che ha come simbolo le chiavi del paradiso, per cui sta a te, nuovo Pietro, all’organizzazione che presiedi, indicare, su questa “valle di lacrime”, chi ci va e chi no in paradiso, e di conseguenza chi va all’inferno e chi no. 

E poiché un tuo predecessore ha fatto scrivere sul Catechismo che le relazioni omosessuali sono “gravi depravazioni” (2357), “la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati», sono contrari alla legge naturale, precludono all’atto sessuale il dono della vita, non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale, in nessun caso possono essere approvati”, chi deve giudicarli, se non tu papa Francesco, chi altri se non il vescovo di Roma Jorge Mario Bergoglio?

Mi viene fatto notare che, tecnicamente, il giudizio spetta ad un’autorità più alta, purtroppo non tangibile e al momento “assente” su questo piano di realtà, però il papa ne fa le veci ed è portavoce di una dottrina. 

La Chiesa, di fatto il papa, prevede che i gay cattolici, ovunque nel mondo, si dichiarino casti (Catechismo 2359: “Le persone omosessuali sono chiamate alla castità”). È così anche adesso, non è cambiato niente. Per cui papa Francesco dice di non giudicarli, ma per essere in linea con la Chiesa ed il suo Catechismo e la sua dottrina, i gay non devono esprimere la propria sessualità, non possono esercitarla (cosa ne pensa degli omosessuali che indossano paramenti sacri è ancora questione posticipata, ma ok, c’è tempo!). Mi sembra una limitazione molto, troppo, grande. Un individuo, per vivere completamente, necessita di esprimere sé stesso anche attraverso la sessualità, nei modi e tempi a lui più graditi e nel rispetto degli altri e perciò di sé. Non aggiungerei altro, se non che, per quanto Francesco sia un po’ simpatico anche a me, non mi lascerei andare così tanto da perdere quel tanto di senso critico e di sano relativismo che fin qui mi ha aiutato.


lunedì 5 agosto 2013

Citazioni Cinematografiche n.4


“Il desiderio genera dipendenza e dà origine a pensieri mortali.”

(Maestro/Oh Young-su in “Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera”, di Kim Ki-duk - 2003)



sabato 3 agosto 2013

Tappeto elastico

Quando frequentavo le elementari, nel quartiere dove vivevo qualcuno aveva installato dei tappeti a molla. Spesso, nei pomeriggi primaverili, una bambina, mia vicina di casa provava a saltare e fare evoluzioni. Uno dei passatempi più divertenti era stare a guardare lei e le sue amichette e prenderle in giro per i capelli che volavano ed i sorrisi idioti con tanto di apparecchio per i denti che dispensavano. Dopo quasi 30 anni l’ho rivista! Saltava su un tappeto elastico al mare, non è molto cambiata. Ma le sono cresciute, abbondantemente, le tette… La guardavo saltare, su e giù, su e giù... ed il sorriso idiota ce l’avevo io!!

giovedì 1 agosto 2013

Ulisse ed il ritorno a casa

... solo adesso ho capito perché Ulisse, l'eroe dal multiforme ingegno, ha impiegato 10 anni a tornare a casa... Essendo un uomo non ha mai chiesto indicazioni lungo la strada!!

martedì 30 luglio 2013

Superman, prima di Man of Steel


Giusto per mettere le cose in chiaro:
al cinema Superman ha questo volto














Clark Kent questo

















Lex Luthor invece questa faccia


















E per finire Lois Lane si presenta così


Mi riferisco a Superman di Richard Donner del 1978.

Che, tra gli altri, nel cast presentava Marlon Brando e Glenn Ford, rispettivamente padre “naturale” e padre “putativo” del supereroe.




Insomma Superman di Richard Donner è il  miglior film sul supereroe originario del pianeta Krypton (anche il seguito non è affatto male). E poi Donner, successivamente, avrebbe diretto  I Goonies, tutta la serie di Arma Letale e Lady Hawke (se non li avete ancora visti rimediate al più presto!)


È chiaro perché, allora, Man of Steel/ L'Uomo d'Acciaio, di Zack Snyder non mi sposta di un centimetro?

E vai di colonna sonora!


lunedì 29 luglio 2013

Citazioni Cinematografiche n.3


Lyn Cassady: Era il Dim Mak.
Bob Wilton: Il Dim Mak?
Lyn Cassady: Il Dim Mak. Il palmo tremolante, il tocco della morte; è proibito nell'Esercito Nuova Terra.
Bob Wilton: Che fa il tocco della morte?
Lyn Cassady: Ti uccide Bob, con un tocco.
Bob Wilton: Signore!
Lyn Cassady: Si racconta che Wong Wi Fu, il grande maestro di arti marziali, stava... lottando contro uno, stava per sconfiggerlo. E l'altro gli diede questo leggero... colpetto. Wong lo guardò e il tizio annuì e basta, e fu fatta. Gli aveva dato il tocco della morte. Wong morì .
Bob Wilton: Lì per lì?
Lyn Cassady: No... circa 18 anni dopo. È questa la cosa del Dim Mak, non sai mai quando farà effetto.

(Lyn Cassady/George Clooney e Bob Wilton/Ewan McGregor in “L’uomo che fissa le capre” di Grant Heslov – 2009)


sabato 27 luglio 2013

Didascalis, oltre lounge e chill out


Confesso che quando sento termini come lounge e chillout mi prudono le mani, ovvero scatta in me un certo nervosismo e fastidio. Questo perché, ormai, complice un certo imbarbarimento dei costumi e la dilagante stupidità delle genti che frequenta bar e ristoranti, la musica lounge ed il chillout, persi la loro dignità, vengono di fatto associati ad aperitivi e happy hour.

Smarrita la funzione di accompagnamento delle visioni di film, o di stimolo di sensazioni e momenti di convivialità soft, capita che queste sonorità mi stimolino soltanto la visione di giovani (e meno giovani) uomini e donne che si ingozzano di pizzette, piatti di pasta fredda, insalata di riso (orrore gastronomico!!), olive e capperi ingollando bicchieri ricolmi di beveroni dai colori tanto variegati quanto improbabili. Questi fenomeni da baraccone, che si credono dei veri divi e delle fighe da competizione, si aggirano per street bar e luoghi di ritrovo alla moda pavoneggiandosi con il nuovo I-Phone o sfoggiando pettinature e incarnati da circo Barnum, con in mano bicchieri di varie fogge e rimpinzandosi delle peggio schifezze presenti sui banconi.

Ora il mio biasimo non è rivolto alla corsa alle vivande, poiché, considerando quanto ti chiedono per uno spritz od un negroni, mangiare come se non ci fosse un domani è quantomeno condivisibile, bensì mi colpisce il fatto che i gestori di questi covi di banditi dispensatori di bevande si impegnino anche a scegliere e selezionare la “musica di sottofondo”, come se agli avventori fregasse veramente qualcosa e ci fosse qualcuno, fra i pagliacci che bevono compulsivamente qualunque intruglio dal nome evocativo, veramente in grado di apprezzare i brani e le musiche proposte.

Recentemente, vinta una certa personale reticenza, ho avuto l’occasione di ascoltare in Rete i brani che compongono l’album “Enjoy My Wrong Shoes“, ad opera del progetto Didascalis. Mi era stato proposto come un’opera chill-out e come tale mi sono apprestato ad ascoltare i 13 brani che lo compongono. Sembrava dovesse risolversi tutto in un omaggio ai Depeche Mode (in simpatica coincidenza con il tour italiano) ed in una serie di cover, più o meno riuscite, di famosi brani della band inglese.


Ma la sorpresa era dietro l’angolo! Dimentichiamo il chill-out da struscio del venerdì. Le versioni proposte sono accattivanti e gradevoli all’ascolto, anche ripetuto e senza l’intervento di alcool o altre sostanze. Viene creato un interessante intreccio di sonorità, che stimolano una sensazione di piacevolezza.

Spesso, nel caso di omaggi e cover, si oscilla fra buona tecnica, che tenta di imitare l’originale, e velleitari tentativi di “riscrivere” le canzoni. Nel primo caso, se tutto va bene, si viene intrattenuti e si gode nel sentire brani conosciuti e riproposti con “mestiere” e con onestà, nella seconda possibilità sovente ci si infastidisce ed il malumore ci rovina la serata.
L’album “Enjoy My Wrong Shoes“ invece tenta una terza via: le canzoni si vestono di un taglio completamente nuovo, reso personale da chi esegue i brani, con suoni accattivanti che si mescolano per donarsi all’ascolto. Impossibile dimenticare gli originali, per carità, ma abbandonando fondamentalismi e ricerca di purezza a tutti i costi, l’ascolto ne guadagna e ci si sorprende, positivamente, di gran parte delle scelte.

Chi scrive non è propriamente un fan dei Depeche Mode, ma conosce pressoché tutti i brani della track list (tra cui è compreso un interessante inedito originale a firma Didascalis), questo principalmente a causa di una adolescenza e gioventù onnivora ed un po’ disperata. 

“Enjoy The Silence” e “Walking In My Shoes“, per rimanere fra i cavalli di battaglia, ad esempio vengono reinventati, se non stravolti, per divenire “altro” dalla loro versione originale, in modo gradevole, che ripaga dell’ascolto. In particolare il secondo brano viene presentato in due versioni: quella a me più gradita è la traccia 12 (la più lunga) dove accordi e sonorità sono talmente lontani dalla versione “classica” da guadagnarsi vita autonoma.

Persino in brani più “semplici” la voce e gli strumentisti fanno alla grande il loro lavoro: mi riferisco a It’s No Good, che beneficia di un arricchimento e di un lavoro di rielaborazione che esalta quello che, nei fatti, è un pezzo tanto amato quanto “povero”.


I pezzi che più ho apprezzato sono quelli in cui la voce di Davide Marani (questo il nome che si cela dietro Didascalis) è accompagnata da tromba, contrabbasso o sassofono, passando da suggestioni jazz a elementi swing che solleticano la fantasia. Mi ha convinto meno la seconda voce, femminile.

L’omaggio, dichiarato, è completo e si risolve in un atto d’amore, quasi come fosse un obbligo di riconoscenza da parte di chi ammette di essere cresciuto, tanto come uomo che come artista, attraverso la musica dei Depeche Mode. Ma lo fa non ricalcando, bensì rielaborando una eredità e facendola vivere di una nuova vita, con rispetto ma anche con la libertà e la consapevolezza di chi sa coniugare tecnica e sentimento. 


Insomma “Enjoy My Wrong Shoes“, quarto album a firma Didascalis, ammorbidisce o sottolinea i brani originali, esaltandone alcuni pregi o, di contro, abbandonando la versione dei Depeche Mode per farli divenire nuova creazione con nuove firme. Estetismi sonori qua è la rischiano di appesantire l’ascolto, ma non è obbligatorio ascoltare i brani in un’unica sequenza, anzi il mio consiglio è di scomporre la track list a proprio costume ed uso.

Questo basterà per fare di me un appassionato di suoni soft, tra elettronica e richiami a bossa nova e jazzy music? Non credo, ma sarebbe un peccato se questi brani finissero per fare solo da sottofondo ad eccessi etilici di strappone ipertruccate, playboy in tono minore, ragazzine con ego ingiustificabile o figli di papà maniaci di palestra e centri abbronzatura!

“Enjoy My Wrong Shoes“: prodotto, arrangiato, suonato, cantato e concepito da Davide Marani.

Collaborano: Valentino Bianchi sax soprano; Francesca ‘Frensy’ Castorri vocals e backing vocals; Gionata Costa violoncello; Andrea ‘Andy G’ Guerrini trumpet, muted trumpet e brass section; Mauro Mosciatti chitarra elettrica.


venerdì 26 luglio 2013

Nemici


Mi sono seduto lungo il fiume ed ho aspettato per un po’…
Poi mi sono alzato e me ne sono andato a casa.

I miei nemici godono di ottima salute!

mercoledì 24 luglio 2013

Film sul cibo o in cui si mangia... molto




La grande abbuffata
Il pranzo di Babette
Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante
Pomodori verdi fritti
Big Night

Ricette d’amore
Ratatouille

Una cena quasi perfetta

JULIE & JULIA

SOUL KITCHEN

Festen
La cena
Pranzo di ferragosto

Un’ottima annata

Super size me

Mangiare bere Uomo donna

SIDEWAYS
Tampopo
Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato
Chocolat
Mangiare bere uomo donna
Per incanto o per delizia

Soul Food - I sapori della vita

Mildred Pierce
Chef
Storie di cucina - Kitchen Stories
La mia cena con André

Ricette d'amore

Waitress - Ricette d'amore

Una cena quasi perfetta


 



lunedì 22 luglio 2013

Citazioni Cinematografiche n.2


“Ho sempre sognato di incontrare una ragazza spigliata, gentile, dall'aspetto gradevole, che non mi trovasse troppo repellente. Io le chiederei di sposarmi, e vivremmo felici e contenti per tutta la vita. Tra i miei genitori ha funzionato, a parte il divorzio e tutto il resto”

(Tom/James Fleet in Quattro matrimoni e un funerale, di Mike Newell - 1994)


sabato 20 luglio 2013

Dieci indagini per Martin Beck


«È il padre di tutti noi, il vero fondatore del crime scandinavo»: con queste parole Jo Nesbø ha definito Per Wahlöö, scrittore, giornalista e traduttore svedese, scomparso nel 1975.
Wahlöö esordì come scrittore negli anni Cinquanta, conquistando già con i suoi primi romanzi il pubblico scandinavo. La fama internazionale, però, arrivò più tardi. Dopo aver incontrato Maj Sjöwall, più giovane di dieci anni, che lavorava nella casa editrice Esselte. Se ne innamorò e nacque una relazione che durò fino alla morte di Wahlöö e che fu l’inizio di un sodalizio artistico incredibilmente proficuo. 

Nel 1965 la coppia diede alle stampe Roseanna, che inaugurava le indagini di quello che sarebbe diventato uno dei più famosi detective della letteratura scandinava, Martin Beck. Le vicende di Martin Beck andranno avanti fino all’ultima indagine, Terroristi, arrivata dieci anni (e dieci libri) più tardi. 

La caratteristica peculiare dei romanzi di Wahlöö e Sjowall, è la fortissima valenza politica, l’attenzione ai temi e questioni sociali della Svezia e dell’Europa di quegli anni. Elemento che sarà ripreso, dagli anni 90 in poi, da gran parte degli autori scandinavi di thriller, gialli e noir. Henning Mankell fra i maggiormente degni di nota, con la serie del commissario Wallander.


I due autori furono abilissimi nella creazione di intrecci, a volte sorprendenti, a volte più semplici, sia pieni di suspense che “ordinari”, ma soprattutto riuscirono a trasformare la letteratura di genere in un potentissimo strumento di critica alla gestione dello Stato, creando un perfetto equilibrio, come prima di loro nessuno aveva fatto, tra giallo e romanzo sociale.

Romanzo dopo romanzo, seguiamo la vita e la carriera di Martin Beck e dei suoi colleghi, in servizio a Stoccolma. Martin Beck nei primi romanzi è un infelice marito e padre di due teenager, successivamente sarà un uomo divorziato, che ottiene diverse promozioni, apparentemente con suo rammarico. Inizia la sua carriera come ispettore per poi diventare ispettore capo, attraverso indagini che lo coinvolgono e lo modificano nel carattere e nel fisico, accompagnandosi a colleghi che stima ed altri che detesta, presentando al lettore la sua professionalità e la sua umanità, nei momenti bui ed in quelli più lieti, passando anche per un grave ferimento che lo porta in pericolo di vita.
Gli autori Per Wahlöö e Maj Sjöwall sono considerati tra i fondatori del “poliziesco procedurale” ed ancora oggi sono leggibili e godibili. Questo se risulta chiaro che non ci si deve aspettare una serie di “cacce all’uomo” tutte azione ed inseguimenti, trame elaborate e serie infinite di personaggi che fanno a gara a rubarsi la scena. In questi romanzi si “tocca” e ci si confronta con la quotidiana fatica di investigatori e poliziotti, con l’apparente normalità di delitti e morti che in molti casi non balzano all’onore della cronaca, con l’impegno di uomini e donne che fanno il loro dovere, quello che ritengono sia giusto fare, o semplicemente vivono come possono vivere altri uomini ed altre donne, alle prese con le loro private questioni.

Cosa affascina quindi di questa serie, resa molto bene dall’ottimo lavoro di traduzione dallo svedese da parte di Renato Zatti? Tutto questo e la presa di coscienza di Martin Beck che, un’avventura dopo l’altra, diviene una persona conosciuta, vicina, quasi un amico od un discreto vicino di casa verso cui proviamo sincera simpatia ed affetto, nei suoi limiti e difetti, nelle sue avversioni e passioni e nella capacità di fare i conti con se stesso e con la società in cui vive. La narrazione è molto realistica, ogni capitolo di ogni romanzo (scritto alternativamente da Wahlöö e dalla Sjowall ) presenta azione e freschezza o momenti di riflessione e meditazione, sulla procedura investigativa e su ciò che gli accade intorno. Non mancano momenti di azione, ma i colpi di scena non sono il fulcro della narrazione, non sono espedienti o soluzioni per attrarre il lettore, bensì calibrati e dosati per far sì che si inseriscano al meglio nella trama.

La coppia di scrittori svedesi, ed il personaggio da loro proposto, non ama la ricerca fine a se stessa delle atmosfere, di esotiche suggestioni lontane dalla realtà, bensì predilige una certa asciuttezza stilistica e la proposizione di fatti concreti.

Il realismo e l’indagine sociale, in alcuni episodi, effettivamente appesantisce un po’ la narrazione, ma non pregiudica il gusto della lettura, poiché comunque i 10 romanzi sono tutti apprezzabili e soddisfacenti, ovviamente date le premesse di cui sopra (si parla sempre di romanzi svedesi di ormai 50 anni fa per i primi episodi!). Inoltre alcuni dei temi toccati dagli autori, come ad esempio i metodi brutali delle forze dell’ordine o le aberrazioni di un capitalismo cieco ed arrogante, la dittatura del denaro e le difficoltà sociali, sono di stringente attualità.

In Italia, dopo la Garzanti che aveva interrotto la serie negli anni 70, tutti i 10 romanzi della serie sono pubblicati da Sellerio, che però ha commesso il “delitto” di riproporli non rispettando la cronologia originale di pubblicazione. Ora però, a serie conclusa, chi si avvicini a Martin Beck ed alla polizia svedese anni 60 e 70, con le sue trasformazioni e le modifiche sociali e culturali a cui è andata incontro, può godere, se vuole, a leggerli “in fila”.
Di seguito i titoli della serie in ordine cronologico (e di auspicabile lettura):
Roseanna 
L'uomo che andò in fumo
L'uomo al balcone
Il poliziotto che ride
L'autopompa fantasma
Omicidio al Savoy
L'uomo sul tetto
La camera chiusa
Un assassino di troppo
Terroristi

giovedì 18 luglio 2013

Long Wei numero 2



Due giorni fa è uscito ed ho letto il numero 2 di Long Wei, la nuova serie pubblicata da  Editoriale AUREA.
L’impressione positiva avuta dal numero 1 è non solo confermata ma si aggiunge qualcosa di più che fa ben sperare. Il livello qualitativo di storie e disegni è incoraggiante e la speranza è che si attesti su quanto ammirato in questo numero (pretendere di più è forse eccessivo, ma chissà…).

Mi sbilancio ad affermare che autore e disegnatori, con una certa libertà di espressione, numerosi richiami e rimandi alla cultura pop, cinematografica e letteraria, ed un pizzico di comunque giustificata voglia di distanziarsi da altre produzioni nel mondo del fumetto, ci propongono svariate idee, anche se non proprio tutte (ancora) del tutto sviluppate, azione a profusione, dialoghi accattivanti e realistici, a cavallo fra dramma e humor.
Questo mio entusiasmo è dettato dal trovarsi di fronte a svariate trovate e scelte “registiche”, di scrittura e di resa grafica capaci di tenere incollati alle pagine della storia. Non c’è uno stucchevole gioco al rialzo, o a chi “la spara più grossa”, ma bensì una meditata scelta di intrattenere e divertire, senza nascondere i chiari riferimenti a film e situazioni più che conosciute e per cui “familiari”.

Su Long Wei non troviamo, fino ad ora, eccessi o fastidiose stilizzazioni e irritanti cliché, bensì elementi conosciuti e proposti con un certo rispetto nei confronti del lettore, che li riconosce e li accetta con piacere. Siamo di fronte ad un non eroe, in pratica un ragazzo cinese, attore fallito, che viene in Italia per cercare un’opportunità, come molti suoi connazionali. Si trova a vivere nella Chinatown milanese, location invero curiosa, anche se non ancora del tutto riconoscibile e che meriterebbe di essere ulteriormente utilizzata e caratterizzata (comunque meglio qui che nel numero 1).

Long Wei al momento è una serie pop, nel senso più positivo dell’espressione, e quindi attinge a una serie di elementi ed ingredienti codificati. La sua forza sta, o starebbe, stiamo a vedere nel prossimo futuro, nel pescare a piene mani da più settori e zone espressive, con l’auspicabile obiettivo di arricchire ulteriormente trama e sceneggiature.
 
Le tavole, i disegni, sono più che godibili e perfettamente in linea con la sceneggiatura, perfette nell’accompagnare l’azione ed i momenti di raccordo, in equilibrio tra tradizione italiana, gusto vagamente manga e suggestioni underground. Il tratto di Gianluca Maconi è un po’ impreciso, irruento e quindi opportunamente dinamico e non ha timore di osare, di spingersi più in là dell’ordinario (da applausi la sequenza di apertura dell’albo, senza dialoghi, uno dei migliori “piani sequenza” che si possano desiderare). I puristi probabilmente non apprezzerebbero tale libertà e “incuranza”, ma la sceneggiatura di Diego Cajelli sembra richiedere proprio questo. Si avverte una certa energia e la lettura ne giova.


Siamo solo al secondo numero, per cui eventuali imperfezioni possono ancora essere ovviate e magari superate, se non giustificate, dal prosieguo della serie, ma la notizia che ci sia questa serie che mi aspetta in edicola mi aiuta a sopportare questi “tempi cupi”.

Appunto finale sulla carta utilizzata per gli albi: è indegna, capisco la necessità di tenere basso il prezzo, ma la carta fa poco più che schifo, con l’inchiostro che si spande e che attraversa la pagina. Cadute come questa possono allontanare diversi potenziali lettori!


mercoledì 17 luglio 2013

Egoismo

Questa notte, ascoltando i “Notturni” di Chopin, eseguiti da Arrau, ho ripensato a questa riflessione:

“Certo, ognuno di noi ha i suoi doveri e i suoi dispiaceri, e sa benissimo che presto o tardi, finché continua a vivere, dovrà affrontare grandi dolori: si spiega, dunque, che ciascuno badi al proprio particolare e non si preoccupi troppo di ciò che non lo ferisce direttamente: non si può, entro certi limiti, non perdonare l’egoismo umano.”

(Mario Soldati – ah! il Mundial, Sellerio editore 2008)

lunedì 15 luglio 2013

Citazioni Cinematografiche n.1



Si sente tranquillo signore? Si sta divertendo? Non per farmi gli affari suoi, ma quando un bianco se ne sta su un marciapede di Harlem con un cartello che dice "io odio i negracci", o ha delle serie motivazioni personali, o ha il cervello incrostato di fuliggine!

(Zeus/Samuel L. Jackson rivolto a John McClane/Bruce Willis in Die Hard-Duri a morire di John McTiernan –1995)