sabato 24 ottobre 2026

Giallo, Noir & Thriller/101

 

Titolo: Selfie
Autore: Jussi Adler Olsen
Traduttore: Maria Valeria D’Avino e Claudia Valeria
Editore: Marsilio - 2017

Nell'ormai anche in Italia vastissimo panorama del genere giallo-thriller nordico, il pericolo di essere non del tutto originali, di riproporre e ricalcare un copione già scritto è davvero dietro l’angolo. Jussi Adler-Olsen si distingue per la capacità di proporre storie attuali e, seppur rispettose di alcuni schemi e procedure di scrittura, anche dotate di elementi che si differenziano da tante altre. Non è presente un disegno stabilito nei suoi romanzi, non sono gialli procedurali e non vi sono dinamiche consuete nel senso classico, ma queste vengono riproposte ed arricchite da un notevole studio della società contemporanea e degli uomini e donne che la compongono.

Non fa eccezione “Selfie”, settimo del ciclo dedicato alla Sezione Q.

Un'opera molto interessante e meritevole di grande attenzione.

Il lettore si trova di fronte ad un mosaico complesso e spietato basato su quanto assistiamo e viviamo nel nostro quotidiano, anche se la storia è ambientata nella società danese di questi anni.

L'autore riesce a mettere a nudo il narcisismo, il cinismo e lo smarrimento etico e morale delle nuove generazioni, le difficoltà di chi, adulto, dovrebbe far fronte a situazioni personali e sociali fin troppo difficili e le falle del sistema di assistenza sociale, con una lucidità tagliente e la chiarezza di un testo psico-sociologico, appena un po' debitore delle tesi di Herbert Marcuse.

Mirabile e coinvolgente l'approfondimento psicologico di Rose: il suo disagio e la sua resa ci rivelano ancora di più qualcosa di lei, persino le radici delle sue stranezze e del suo comportamento “inspiegabile”.Viene, di fatto, resa il fulcro emotivo della vicenda, a fare da ritmico contraltare oltre che delle indagini dei colleghi anche delle storie femminili proposte. Adler-Olsen mantiene vivo l'interesse e l'entusiasmo di chi legge con capitoli brevi e un montaggio quasi cinematografico, a conferma della sua, personale e distintiva, maestria nella gestione del genere.


I puristi potrebbero lamentare una certa sovrabbondanza di sottotrame, poiché con tanti fili narrativi si corre il rischio che la risoluzione finale appaia sacrificata, compressa e stretta, rispetto alla raffinata preparazione che occupa tutto il volume. Questo elemento, effettivamente presente e che scoraggerebbe chi ancora non conosce i precedenti episodi della serie, non rovina fortunatamente il gusto della lettura, con una tensione che resta alta ed una spietata critica sociale che non scade in un banale moralismo tipico di certi politici italiani.


Un noir che scava nelle ossessioni moderne e nella solitudine che si nasconde dietro i filtri dei social media, in grado di proporci di riflettere su alcuni mali tipici del nostro tempo.


Sono giovani, belle e spavalde, indossano abiti alla moda e trascorrono ore a truccarsi e a pettinarsi. Sognano le luci dello showbiz e le copertine delle riviste, ma intanto sfruttano gli uomini e la generosità del welfare danese. Vivono di espedienti e non hanno paura di niente. Non si rendono conto, però, che il pericolo è in agguato là dove meno se lo aspettano, incarnato dalla persona che avrebbe il compito di proteggerle e aiutarle a riconciliarsi con la società e con la vita attiva. Una persona dalla mente turbata che ha deciso di affrontare a modo suo quei “parassiti”, con astuzia e discrezione. Tanto che sulle prime Carl Mørck non dedica attenzione alla sequela di misteriosi incidenti, preso com’è dalle diffamanti accuse d’insuccesso che pesano sulla Sezione Q. Ci vorrebbero la mente lucida e lo spirito d’iniziativa di Rose, ma Rose è in malattia, e stavolta i fantasmi che la perseguitano non sembrano intenzionati a lasciarla andare tanto facilmente.(da marsilioeditori.it)


mercoledì 21 ottobre 2026

Buongiorno #2

Luca Marinelli in “Lo chiamavano Jeeg Robot”, di Gabriele Mainetti - 2015


 

lunedì 19 ottobre 2026

Citazioni Cinematografiche n.690

 

Per quanto il Pubblico Ministero sia stato parco nel farmi complimenti, nondimeno ha ammesso che ho del cervello. Merci, monsieur. Ne ho. E per trentacinque anni l'ho usato onestamente. Dopodiché nessuno l'ha più voluto. E allora l'ho utilizzato per conto mio. Se parliamo poi di massacri, non abbiamo autorevoli esempi? In tutto il mondo si fabbricano ordigni sempre più perfetti per lo sterminio in massa della gente, e quante donne innocenti e bambini sono stati uccisi senza pietà, e magari in modo più scientifico! Eh, come sterminatore sono un misero dilettante, al confronto.

(Henri Verdoux/Charlie Chaplin in “Monsieur Verdoux”, di Charlie Chaplin – 1947)






venerdì 16 ottobre 2026

Todorov e i Totalitarismi: un aggiornamento?

 



Circa 25 anni fa lo scrittore di origine bulgara Tzvetan Todorov ci diceva che “il totalitarismo ha dominato buona parte del mondo nel trascorso secolo ventesimo”, da lui definito, per contrapposizione al “Secolo del Lumi”, come “il Secolo delle tenebre”.

Se questo è accaduto, continuava Todorov, è “perché, per milioni di persone, per decenni il totalitarismo è potuto sembrare più seducente della democrazia”. Ovvero “il totalitarismo contiene una promessa di pienezza di vita armoniosa e di felicità. È vero che non la mantiene, ma la promessa perdura, e ci si può sempre raccontare che la prossima volta sarà quella buona e che verremo salvati”.

In sintesi, capivamo dalle parole dello scrittore, come ogni totalitarismo, anche il più rozzo e deprecabile, abbia sempre dentro una componente “soteriologica”: una promessa di salvezza e liberazione dai problemi e dolori del mondo. Perciò io ti salverò, tu ti salverai, egli si salverà, così la nostra società sarà salva.


Si dovrebbe rimanere basiti o quantomeno interdetti di fronte a ciò. Vengono i brividi, o almeno vengono a chi, consapevole e che abbia studiato la Storia, pensa e riflette su tutte le catastrofi che i totalitarismi del Novecento, con le loro illusioni “soteriologiche” hanno provocato, in ogni parte del mondo e attraverso varie incarnazioni.

“Gli uomini”, continuava Todorov, “hanno certamente bisogno di comfort e di comodità, ciò che la democrazia può loro promettere ed assicurare; ma per di più hanno bisogno di beni che il mondo materiale non procura loro: pretendono che la loro vita abbia un senso, per cominciare. Il totalitarismo, a differenza della democrazia, ambisce a soddisfare tali bisogni e per questa ragione è stato scelto dalle popolazioni interessate” [non sempre come si continua a sostenere – nota mia]. A corollario di tale riflessione, Todorov ammoniva noi tutti ricordando come alcuni fra i più noti dittatori e simboli dei vari totalitarismi, siano stati in fondo desiderati e amati dalle masse.


Il novecento è ormai lontano sotto il profilo strettamente cronologico, ma in questa nostra epoca della post-verità, del complottismo, della crisi dei valori fondanti della democrazia e dell’emergenza climatica, che proietta un’incertezza profonda sulle nostre vite, rischia di allungarsi questa ombra inquietante, quella di un rinnovato e nelle immagini aggiornato totalitarismo.

Un totalitarismo che, come in precedenza, promette sollievo e liberazione, benessere e futuro radioso, sicurezza e tranquillità. Per raggiungere tutto questo, a discapito di libertà e giustizia sociale, di democrazia rappresentativa e corretto equilibrio dei poteri, si individuano ed indicano nuovi nemici, che poi, alla fine, sono sempre gli stessi. Lo si fa con una postura ed un eloquio pre-culturale, alieno ad ogni dato o riflessione degna di nota, addirittura additando quali odiatori della Patria e nemici dei buoni patrioti, coloro che invitano a considerare la realtà, politica e sociale, nel suo complesso e nella sua complessità. 








Si fa passare come salvifica una evidente regressione politica e costituzionale, senza però affidarsi a parate come nella tradizione novecentesca e camuffando da semplici messaggi o decreti quelli che, di fatto, sono riconoscibili come proclami che giustificano la criminalizzazione del dissenso e l'esautorazione dei luoghi simbolo delle nostre democrazie.

Perché, fondamentalmente, anche se si usano slogan e si lanciano messaggi che vorrebbero presentare una “nuova” idea di società, di politica e di Nazione, tutto questo finirà per essere non più un ideale ma, bensì, un mero strumento di soddisfazione egoica, e questo, nell’orizzonte del tardo capitalismo, la rende ancora più cieca, istituzionalmente acefala, priva di necessari contrappesi e spaventosa. Ancora di più quando è evidentemente eterodiretta e strumento di divisione a favore di soggetti "altri" in altri luoghi e di "particulari" interessi, siano essi economici, geopolitici, o di ulteriore, nefasta, natura.






mercoledì 14 ottobre 2026

lunedì 12 ottobre 2026

Citazioni Cinematografiche n.689


Artiglio d'orso: Sei arrivato lontano, pellegrino.
Jeremiah Johnson: Sembra lontano.
Artiglio d'orso: Ne è valsa la pena?
Jeremiah Johnson: Quale pena?

(Artiglio d'orso/Will Geer e Jeremiah Johnson/Robert Redford in “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”, di Sydney Pollack – 1972)





 

mercoledì 7 ottobre 2026

Solitudine

 


Solitudine, non ti ricordi?
Ero tuo amica.
Ti cercavo nelle notti stellate,
ti chiamavo nei pomeriggi infuocati.
Oggi, però, la tua presenza mi spaventa,
e nei giorni grigi e nebbiosi
vago per le strade, persa,
alla ricerca di volti familiari.

(Cecilia Casanova, da “Come la cosa più solitaria” - 1949)




lunedì 5 ottobre 2026

Citazioni Cinematografiche n.688

 

Samuel: La legge le dà diritto di possedere un negro... ma per me è sbagliata la legge. Immagini se approvassero una legge che le togliesse la libertà e la rendesse schiavo. Immagini.
Edwin: Non è immaginabile questo caso.
Samuel: Le leggi cambiano, Epps. Le verità universali restano. È un dato di fatto. E la pura e semplice verità è che ciò che è vero e giusto... è vero e giusto per tutti, sia per i bianchi che per i neri.
Edwin: Mi ha paragonato a un negro, Bass?
Samuel: Le chiedo solo, agli occhi di Dio, qual è la differenza?
Edwin: La stessa differenza che c'è tra un uomo bianco e un babbuino. Ho visto una di quelle bestie a New Orleans. Ha lo stesso cervello di uno dei miei negri.

(Samuel Bass/Brad Pitt e Edwin Epps/Michael Fassbender in “12 anni schiavo”, di Steve McQueen - 2013)







domenica 4 ottobre 2026

Ottavo centenario francescano - Riflettiamo

 


In questo 2026 ricorre l'ottavo centenario francescano. Si ricorda la figura di san Francesco d'Assisi.

Proprio partire dal 4 ottobre 2026, la festa di San Francesco d'Assisi torna ufficialmente a essere considerata festa nazionale in Italia, una decisione presa dal Parlamento proprio per onorare questo storico ottavo centenario.


Eppure...

"L'uomo occidentale ha formalmente onorato, dal XIII secolo in poi, Francesco Bernardone, il santo che rinunciò a ereditare una ben avviata azienda familiare e fu ricompensato con le stimmate di Cristo per le sue nozze con Madonna Povertà. Ma l'esempio che l'uomo occidentale ha in realtà seguito non è stato quello di san Francesco, ma quello del padre Pietro Bernardone, il ricco mercante di tessuti.
A cominciare dall'esplosione della rivoluzione industriale, l'uomo moderno si è dedicato, più o meno ossessivamente di tutti i suoi antenati, al raggiungimento dell'obiettivo propostogli nel primo capitolo del Genesi. Sembra che l'Uomo non sia capace di salvarsi dalla nemesi di questa demoniaca potenza materiale, di questa non meno demoniaca avidità, a meno che non si sottoponga ad un cambiamento del cuore che lo spinga ad abbandonare l'obiettivo presente ed a sposare l'ideale contrario".

(Arnold Toynbee, Il Racconto dell'uomo, Garzanti - 1977)


Ma...

"In realtà, il padre di Francesco apparteneva alla numerosa schiera di uomini che stavano facendo uscire l'Europa dalla povertà dei secoli precedenti, gettando le fondamenta del mondo moderno.
Il fatto che non fosse onorato anche formalmente era dovuto, allora e oggi, all'ipocrisia sociale e alla preferenza, radicata nella cultura cristiana, per chi allevia le conseguenze della povertà (considerata un elemento permanente della storia dell'umanità), invece di cercare di eliminarla o, quanto meno, di diminuirla".

(Aurelio Lepre "Che c'entra Marx con Pol Pot?", Editori Laterza - 2001)