lunedì 6 aprile 2020

Citazioni Cinematografiche n.349


Shō: In questa casa, oltre alla tua famiglia, ci sono altri piccoli uomini?
Arrietty: Qui non ce ne sono, siamo solamente noi tre.
Shō: E in altre case?
Arrietty: Ce ne saranno di certo! Anche se ne ho incontrato ancora solo uno.
Shō: Capisco. Però, presto o tardi, finirete per rimanere soltanto voi, giusto? Man mano state diminuendo, non è vero? Voi altri siete una specie in via d'estinzione.
Arrietty: Ma non è affatto così! Ce ne sono ancora tanti, ti dico. L'ha detto anche Spiller. [...] È un nostro simile. Spiller dice che ci sono tanti altri nostri simili.
Shō: Tu lo sai quanti sono gli esseri umani in questo mondo? Sono sei virgola sette miliardi. [...] E di voi altri?
Arrietty: Non saprei...
Shō: Ormai non ce ne sarà che qualcuno, eh?

(Shō e Arrietty in "Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento", di Hiromasa Yonebayashi - 2010




domenica 5 aprile 2020

Tempo e Arvo Pärt


In queste ultime settimane molti si sono impegnati a dissertare sul Tempo, il concetto di Tempo e su come ognuno di noi lo vive, lo sta vivendo e ci ragiona attorno e attraverso. Ho letto diverse cose, chi invita a godere dei ritmi rallentati, senza poi spiegare come e attraverso quali modalità o pratiche realmente attuabili o soddisfacenti, altri invitano a riscoprire il valore del Tempo, alcuni andando o tentando di andare più in profondità suggeriscono interpretazioni e valutazioni al confine fra filosofia, senso comune e quotidiana presa di coscienza. Io non riesco a farmi una mia personale idea riguardo a cosa significhi, durante questi mesi di forzato illusorio ritiro, il Tempo, la sua consistenza e la sua eterea sostanza.
Pertanto mi limito a rileggere qualcosa al riguardo, anche perché comunque impegnato a livello familiare. Attraverso tali letture mi sono trovato a riscoprire l'opera di uno dei musicisti più significativi del '900 e dei primi 20 anni di questo secolo: Arvo Pärt.

Se dunque è vero che, prima e forse anche nonostante quello che stiamo attraversando, il nostro è un Tempo compresso, velocissimo e spesso troppo denso, il compositore estone ci offre una sua personale risposta a tale considerazione, che, permettetemi, ha anche il sapore di una quotidiana provocazione.
Attivo da oltre 40 anni, in mirabile ed invidiabile equilibrio fra genuino minimalismo e influssi che spaziano da una apprezzabile spiritualità alla riscoperta di radici musicali (canto gregoriano e polifonia), Arvo Pärt dalla metà degli anni '70 ha sviluppato una poetica del tutto particolare da lui stesso definita tintinnabulum (in latino campanellino) in cui la dimensione verticale e quella orizzontale si collegano, sostanziata in espressioni capillari in cui l’idea di sviluppo o culmine sono totalmente assenti. 
 
Pärt si collega in modo viscerale a strutture e linguaggi antichi in una dimensione circolare, arcaica e comunque modernissima, del pensiero e dell'arte dove sospensione, rarefazione, ripetizione e scomposizione diventano caratteristici: "Potrei paragonare la mia musica alla luce bianca: essa contiene tutti i colori, solo il prisma può dividerli e farli apparire. Questo prisma potrebbe essere l'anima di chi ascolta”.

Una visione religiosa o, meglio, intimamente spirituale, perciò non confessionale. I lavori di Pärt inducono (e chiedono a chi ascolta) concentrazione e astrazione, in netto contrasto con la compulsiva velocità a cui siamo o saremmo perennemente sollecitati. 


A questo proposito invito all'ascolto, se possibile ripetuto anche quotidianamente, del breve Summa, originariamente composto nel 1977 per coro a cappella sul testo del Credo, rielaborato per orchestra d’archi e trascritto nel 1991 per quartetto d’archi. Voce o strumenti, una sola via verso realtà forse più grandi di noi, in nome di una sana universale umanità, per prendersi del Tempo, per goderne anche solo una manciata di minuti, forse per donare un minimo di senso al nostro (in)evitabile affannarsi e farci affannare.
In fondo siamo in molti a cercare, alla ricerca. Arvo Pärt così ci dice: “Amo molto gli zingari, i girovaghi, i viandanti, perché non sono soddisfatti di quello che hanno e cercano. Amo anche gli alcoolizzati e i malati nell'anima, perché soffrono e si pongono domande. Sono loro idealmente i miei compagni di strada. Anche se io mi esprimo con la musica, soffriamo e cerchiamo le stesse cose".



sabato 4 aprile 2020

Sul Cinema, 2 di 10

Il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica.
(Akira Kurosawa)


giovedì 2 aprile 2020

Dampyr #240 - Possessione!


La serie Dampyr ci porta in Ucraina, passando per la Polonia. Lo fa introducendo un personaggio che riesce, anche solo nello spazio di un singolo albo, a crearsi un suo spazio ed una sua dimensione. Molto ben caratterizzata e resa con maestria la bella e sfuggente Jadwiga, le sue abitudini, la sua genesi e la sua maledizione diventano il punto centrale e il motore di tutto ciò a cui assistiamo, disegnato sulle apprezzabili tavole del numero 240. Lo sceneggiatore Stefano Piani ci consegna un personaggio tormentato, niente affatto piatto o monodimensionale, che, schiavo delle sue pulsioni sessuali che si ripercuotono per l‘intero episodio e su altri personaggi. Il suo dolore insormontabile, la sofferenza che ha vissuto (a questo servono i momenti di flashback) ha attirato creature terribili ed innominabili. Creature che probabilmente avrebbero meritato maggior spazio e altre pagine per spiegarne efficacemente il luogo di origine e lo scopo, che invece rimane (per ora) fin troppo misterioso.



Possessione!”, che vanta una gran bella copertina, ha un buon ritmo, dosa bene gli elementi reali e quelli fantastico/onirici, il livello di azione e quello di indagine, con qualche passaggio concitato che stimola il lettore e la sua curiosità. La serie procede, tra avventure singole e storie di più ampio respiro, e si fa sempre apprezzare, anche se dopo una lunga saga e avvenimenti mozzafiato e quel respiro di epico ed “eterno” a volte il lettore si sente parzialmente insoddisfatto. Comunque la lettura continua e si procede nei festeggiamenti per i 20 anni di Dampyr.


Un terribile morbo, una ragazza dal fascino magico che vive in una villa misteriosa, inesplicabili e bizzarri suicidi. Qual è il segreto di Jadwiga? Perché chi fa l’amore con lei subisce metamorfosi orrende o è vittima di spaventose allucinazioni? A Leopoli, in Ucraina, Harlan Draka si troverà faccia a faccia con l’irresistibile Jadwiga! (da sergiobonelli.it)

martedì 31 marzo 2020

Il Peccato

Il Peccato (Die Suende) 1893 -  Berlino, Nationalgalerie

"Il Peccato" è il titolo di un romanzo di Josephine Hart che lessi molti anni fa. La Hart è l'autrice, tra gli altri, de "Il Danno" da cui fu tratto l'omonimo film con Jeremy Irons e Juliette Binoche. Entrambe letture consigliabili, ma traggo spunto dal concetto, dall'idea di peccato per spendere qualche parola su un'opera che ha il medesimo titolo.
Si tratta dell'intrigante ed al medesimo tempo inquietante dipinto che il tedesco Franz von Stuck presentò nel 1893.
Considerato uno dei massimi esempi del Simbolismo, in questa raffigurazione ammiriamo un'ammaliante donna nuda il cui corpo bianco emerge da un fondo tenebroso. Al pari di quanto sembra fare il seno del soggetto, chi guarda si sente minacciosamente osservato da un terrificante serpente, uno dei principali simboli legati al tema del peccato. Uno spiraglio di luce, sulla destra, offre la firma dell'artista.
Von Stuck fu particolarmente abile nel trattare l'argomento. Vi sono vari riferimenti e rimandi, sia religiosi che profani, a partire dalla personificazione in forma di donna del peccato stesso. Così il serpente che la avvolge è incarnazione del male, in modo che risulti pressoché inevitabile pensare all'episodio della tentazione nella Genesi, quasi come se il pittore avesse ritratto Eva stessa, la prima donna. Il suo sguardo seducente simboleggierebbe così il fascino che il peccato esercita sull'uomo. Il risultato, a conti fatti, non suscita orrore, bensì attrazione, così come il peccato giunge ad affascinare e ad attirare l'uomo.
L'evidente erotismo presente nel dipinto, la rappresentazione in termini così voluttuosi del peccato, causarono qualche problema all'autore, così come reazioni sdegnose da parte degli osservatori dell'epoca.
 
 

lunedì 30 marzo 2020

Citazioni Cinematografiche n.348

La mia mente è umana, il mio corpo è costruito: sono la prima del mio genere, ma non sarò l'ultima. Ci aggrappiamo ai ricordi come se ci definissero, ma è quello che facciamo a definirci. Il mio ghost è sopravvissuto per ricordare a chi verrà dopo di noi che l'umanità è la nostra virtù. Io so chi sono e perché sono qui. 
(Maggiore Mira Killian/Scarlett Johansson in "Ghost in the Shell", di Rupert Sanders - 2017)




domenica 29 marzo 2020

Virus e Idea di Società

Insomma, per decenni ci hanno detto che il Socialismo era il Male. Molte persone ne sono veramente convinte, però ora ne hanno bisogno. Vedi per esempio i vari imprenditori, i capitani d'industria, gli autonomi vari, i professionisti di sti cazzi e così via. Tutta gente che ora invoca gli aiuti statali.
 
Vedete il Socialismo aiuta il 100% delle persone:
- il 95% attraverso benefici diretti, ovvero sanità pubblica, scuola per sè ed i propri figli, trasporti pubblici, manutenzione delle strade e delle città ed altre belle cose, tra cui sostegno al reddito per l'appunto;
- il 5% straricco ne beneficia non morendo assassinato durante una rivoluzione.
Un po' fa pensare, no?
 
 
 
 

sabato 28 marzo 2020

Sul Cinema, 1 di 10

"Il cinema è l'unica forma d'arte che - proprio perché operante all'interno del concetto e dimensione di tempo - è in grado di riprodurre l'effettiva consistenza del tempo - l'essenza della realtà - fissandolo e conservandolo per sempre."
(Andrej Arsen’evic Tarkovskij)





giovedì 26 marzo 2020

Le Storie 89 - La Giungla Nera

Che spettacolo il numero 89 della serie “Le Storie”!
Avventura classica e tensione, unite a quel tanto che mi piace di ironia e capacità di donare un tocco di epico alla trama ed alla sceneggiatura.
La coppia Paolo Morales e Dante Spada con “La Giungla Nera” ci offrono l'occasione per immergerci nell'India coloniale, al seguito di un interessante giovane protagonista, ispettore di polizia incaricato di indagare su una serie di sparizioni e morti di ragazze inglesi che vivono a Calcutta.

Accanto al poliziotto catapultato da Londra in una realtà tanto distante dalle sue abitudini, ci sono riconoscibili personaggi presi a prestito dai romanzi di Salgari, nonché da un famoso sceneggiato televisivo di cui molti avranno memoria. La penna di Morales riesce a rendere tridimensionale la narrazione, con caratteri che divengono universali pur se calati in un particolare contesto, storico e non solo. Il linguaggio, seppur adattato alla realtà di riferimento, risulta moderno, serio e scanzonato quando occorre e capace di donare quel pizzico di leggerezza, come anche di tragico e romantico che fa sì che la lettura ne risulti coinvolgente e stimolante.

I disegni, superbi e curati, suppliscono ai momenti in cui il ritmo sembra rallentare, con tavole dettagliate e che riescono a meravigliare, dato lo stile incredibilmente realistico, quasi fotografico, a cui si aggiunge la scelta di caratterizzare tridimensionalmente le onomatopee.

Insomma un gioiello da recuperare e gustare, anche per chi di solito non segue questa serie Bonelli, capace di stupire con novità e dosi di sperimentazione, ma anche dove il “classico” non è (quasi) mai “vecchio” o “superato”.

I Thugs, la dea Kalì e l'India coloniale... La scomparsa di alcune giovani inglesi, il brutale omicidio di una di esse... È l'inizio di una rocambolesca inchiesta che ha tra i suoi protagonisti due tra i personaggi più amati da sognatori e avventurieri dell'immaginazione: un affascinante pirata e il suo fido compare portoghese… (da sergiobonelli.it)

mercoledì 25 marzo 2020

lunedì 23 marzo 2020

Citazioni Cinematografiche n.347

Helen, ascolta: a volte si viene catapultati nella vita di un altro quando va tirato su di morale e rassicurato e si scopre che, chissà perché, tocca a te questo compito. Non sappiamo la ragione, ma il tuo caso è compito mio. Voglio essere sincero: il fatto che io ti trovi moderatamente attraente rende la cosa più facile da parte mia.  
(James/John Hannah in "Sliding Doors", di Peter Howitt - 1998)



domenica 22 marzo 2020

Samuel Stern #4 - L'Isola dei Perduti

Samuel Stern, la nuova serie edita da Bugs Comics, mi ha preso abbastanza da continuarne l'acquisto e tornare a parlarne su queste pagine.
L'albo numero 4, “L'Isola dei Perduti”, prosegue nella sua opera di presentazione dei caratteri principali, della loro “missione” e lo fa cambiando lo scenario in cui si muovono, introducendo una nuova “variabile” che complica e probabilmente renderà più affascinante il tutto.
Vedremo nei prossimi mesi se quanto inserito in questa uscita arricchirà la trama orizzontale della serie, di certo lo ha fatto per quanto riguarda quella verticale, stimolante e ricca di spunti.

Il rosso Samuel sta prendendo forma e sostanza, albo dopo albo, e con lui anche gli altri personaggi e lo sfondo in cui si muovono, anche se forse qualcosa ancora si potrà vedere e si richiede ad una serie che voglia durare e farsi leggere per un periodo di tempo mediamente lungo. Sono curioso e spero che si caratterizzi ancora di più e meglio, per divenire una serie in cui sia sceneggiatori che lettori possano investire. In caso contrario si rischia di ritrovarsi, nuovamente, con un buon prodotto che però non riesce a fare quel salto di qualità che da troppo tempo gli assidui lettori di fumetti si aspettano. Ovvero, anche se la qualità grafica e narrativa è indubbia, spero di poter presto leggere albi in cui si alzi l'asticella e si giunga perciò a considerare Samuel Stern una testata con una sua forza intrinseca, una originalità ed una unicità che la renda veramente riconoscibile fra le altre. Un po' di fiducia continuo a coltivarla.

Il dato notevole è l'uso di temi, concetti, situazioni che vanno oltre il dato horror o noir per divenire più generali e forieri di approfondimenti e ulteriori riflessioni. In questo un ruolo lo hanno anche i disegni, che stanno accompagnando e valorizzando le intenzioni di creatori e sceneggiatori. Ne “L'Isola dei Perduti”, ad esempio, da notare è la resa del paesaggio, ad opera di Ludovica Ceregatti. Il suo stile moderno e dinamico, che fa incontrare e convivere elementi classici e conosciuti con intenzioni di originalità e voglia di “andare oltre”, risulta essere dolce ma deciso, in più tavole appropriato per un fumetto che intenda distinguersi tra gli scaffali delle edicole. Inoltre la disegnatrice si mostra attenta nella resa dei volti, delle espressioni e nella recitazione delle figure, seguendo la sceneggiatura sia nei momenti di raccordo che in quelli prettamente d'azione e “caldi”. 

 

venerdì 20 marzo 2020

Giallo, Noir & Thriller/75


Titolo: L'Angelo di Monaco
Autore: Fabiano Massimi
Editore: Bompiani - 2020


Qualche anno fa lessi “Storia del Terzo Reich” di William Shirer. Una lettura non proprio semplice, data la corposità e densità dell'opera (due volumi per un totale di circa 1700 pagine, bibliografia esclusa), ma comunque interessante e per certi versi illuminante.
Fra le varie cose che mi colpirono furono la descrizione del clima sociale e politico nella Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, la travagliata esperienza della Repubblica di Weimar ed il racconto degli anni immediatamente precedenti e successivi la nomina di Adolf Hitler a cancelliere. Mi risulta fin troppo evidente e spaventoso allo stesso tempo come quanto descritto nelle pagine a firma dell'autore statunitense richiamino gli ultimi anni in Europa ed in Italia in particolare.

Si potrebbe obiettare che il mio risulta un giudizio politico, parziale e viziato da simpatie personali. Non risponderei direttamente a questa affermazione, ma inviterei invece ad una lettura. Non del libro che ho citato, opera prettamente storica e per quanto ancora affrontabile forse troppo impegnativa (in particolare per chi, diversamente da me, apprezza i toni e lo stile di alcuni politici e giornalisti italiani), ma di un romanzo giallo-noir, genere che, genuinamente popolare, forse incarna e rispecchia meglio di altri le tensioni e le atmosfere di un periodo come quello che viviamo in questi anni.

Mi riferisco a “L'Angelo di Monaco”, edito da Longanesi e scritto da Fabiano Massimi. Quanto narrato nella sua opera si colloca, storicamente, nel 1931, quindi in piena agonia della Repubblica di Weimar, anno in cui si avvertono, il lettore riesce a “sentire”, tutti i presagi della tragedia nazista, risultando un romanzo con componenti investigative e spunti thriller, che convivono in un mirabile equilibrio tra realtà storica e avvincente finzione.

Tutto ha inizio dal ritrovamento del cadavere di una giovane donna, a Monaco nei giorni dell'OktoberFest. Sembra si tratti di un suicidio, o meglio questo è quanto gran parte dei coinvolti tende a pensare e si impegna a far credere alla polizia ed alla popolazione. Potrebbe essere una tragedia di poco conto, come tante altre accadono nella cittadina bavarese provata da una crisi che perdura da anni, ma la vittima ha una caratteristica che la distingue nettamente, ovvero è la nipote di Adolf Hitler, capo e fondatore del Partito Nazionalsocialista, quello che molti vedono come l'unico uomo in grado di risollevare le sorti della Germania e riportarla a passati splendori.

Da qui inizia il lavoro di indagine del commissario Sigfried Sauer e del fidato Mutti, personaggi così ben caratterizzati che risulta suggestivo immaginarli muoversi e parlare nel corso della narrazione. Ma anche gli altri protagonisti del romanzo, compresi i vari gerarchi nazisti (sembra non mancare nessuno), mi sembrano ben descritti, portati al lettore nella loro complessità e senza facili riduzioni. Così il lettore si trova a leggere di uomini e donne capaci di atti di coraggio, come di errori e bassezze, portatori di segreti e fragilità più o meno evidenti e testimoni del loro tempo e della loro umanità. Vicini a come potremmo essere noi, incerti su cosa stiamo vivendo o combattuti fra certezze e valori, desideri e timori.

Il romanzo ha un buon ritmo, mescola sapore e stile europeo e cadenze da noir statunitense (con le cadute tipiche del genere, come anche le virtù), gravitando attorno alla figura centrale della giovane morta in circostanze fin troppo misteriose. Il suo nome, Angela Raubal detta Geli, ci accompagna sempre, in ogni pagina, attraverso i ricordi, le testimonianze e le descrizioni di chi l'ha conosciuta. Da questi vengono fuori molte Geli, diverse tra loro, che mettono in difficoltà Sauer, che si trova a scoprire molto più di quanto si aspettasse, nel tentativo di rendere giustizia a quella che di fatto fu probabilmente una delle prime vittime del nascente Nazismo.

Seppur un romanzo storico con qualche lieve imprecisione, la cronologia degli eventi appassiona e travalica i confini della letteratura di genere, così che il lettore si trova a porsi domande sul proprio presente, specchiandosi nella Germania anni 30, mettendosi di fronte ad interrogativi personali, quasi come se vivesse situazioni analoghe.

Monaco, settembre 1931. Il commissario Sigfried Sauer è chiamato con urgenza in un appartamento signorile di Prinzregentenplatz, dove la ventiduenne Angela Raubal, detta Geli, è stata ritrovata senza vita nella sua stanza chiusa a chiave. Accanto al suo corpo esanime c’è una rivoltella: tutto fa pensare che si tratti di un suicidio. Geli, però, non è una ragazza qualunque, e l’appartamento in cui viveva ed è morta, così come la rivoltella che ha sparato il colpo fatale, non appartengono a un uomo qualunque: il suo tutore legale è «zio Alf», noto al resto della Germania come Adolf Hitler, il politico più chiacchierato del momento, in parte anche proprio per quello strano rapporto con la nipote, fonte di indignazione e scandalo sia tra le fila dei suoi nemici, sia tra i collaboratori più stretti. (da illibraio.it)


mercoledì 18 marzo 2020

lunedì 16 marzo 2020

Citazioni Cinematografiche n.346

Quando meno te lo aspetti la natura ha astuti metodi per scovare il nostro punto debole. Ricordati che sono qui. Adesso magari non vuoi provare niente. Magari non vorrai mai provare niente. E sai, magari non è con me che vorrai parlare di queste cose, però... prova qualcosa, perché l'hai già provata. Senti, avete avuto una splendida amicizia. Forse più di un'amicizia. E io t’invidio. Al mio posto, un padre spererebbe che tutto questo svanisse, pregherebbe che il figlio cadesse in piedi. Ma io non sono quel tipo di padre. Strappiamo via così tanto di noi stessi per guarire in fretta dalle ferite, che finiamo in bancarotta a trent'anni e abbiamo meno da offrire ogni volta che troviamo una persona nuova. Ma forzarsi a non provare niente per non provare qualcosa, che spreco! Ho parlato a sproposito? Allora dico solo un'altra cosa per chiarire meglio. Forse ci sono andato vicino, ma non ho mai avuto una cosa così. Qualcosa mi ha sempre frenato prima. Si è messa di mezzo. Come vivrai saranno affari tuoi,però ricordati: il cuore e il corpo ci vengono dati soltanto una volta. E in men che non si dica, il tuo cuore è consumato, e -quanto al tuo corpo- a un certo punto nessuno più lo guarda, né ancora meno ci si avvicina. Tu, adesso, senti tristezza. Dolore. Non ucciderli, al pari della gioia che hai provato. 
(Mr. Perlman/Michael Stuhlbarg in "Chiamami col tuo nome", di Luca Guadagnino - 2017)