Nell'ormai anche in Italia vastissimo panorama del genere giallo-thriller nordico, il pericolo di essere non del tutto originali, di riproporre e ricalcare un copione già scritto è davvero dietro l’angolo. Jussi Adler-Olsen si distingue per la capacità di proporre storie attuali e, seppur rispettose di alcuni schemi e procedure di scrittura, anche dotate di elementi che si differenziano da tante altre. Non è presente un disegno stabilito nei suoi romanzi, non sono gialli procedurali e non vi sono dinamiche consuete nel senso classico, ma queste vengono riproposte ed arricchite da un notevole studio della società contemporanea e degli uomini e donne che la compongono.
Non fa eccezione “Selfie”, settimo del ciclo dedicato alla Sezione Q.
Un'opera molto interessante e meritevole di grande attenzione.
Il lettore si trova di fronte ad un mosaico complesso e spietato basato su quanto assistiamo e viviamo nel nostro quotidiano, anche se la storia è ambientata nella società danese di questi anni.
L'autore riesce a mettere a nudo il narcisismo, il cinismo e lo smarrimento etico e morale delle nuove generazioni, le difficoltà di chi, adulto, dovrebbe far fronte a situazioni personali e sociali fin troppo difficili e le falle del sistema di assistenza sociale, con una lucidità tagliente e la chiarezza di un testo psico-sociologico, appena un po' debitore delle tesi di Herbert Marcuse.
Mirabile e coinvolgente l'approfondimento psicologico di Rose: il suo disagio e la sua resa ci rivelano ancora di più qualcosa di lei, persino le radici delle sue stranezze e del suo comportamento “inspiegabile”.Viene, di fatto, resa il fulcro emotivo della vicenda, a fare da ritmico contraltare oltre che delle indagini dei colleghi anche delle storie femminili proposte. Adler-Olsen mantiene vivo l'interesse e l'entusiasmo di chi legge con capitoli brevi e un montaggio quasi cinematografico, a conferma della sua, personale e distintiva, maestria nella gestione del genere.
I puristi potrebbero lamentare una certa sovrabbondanza di sottotrame, poiché con tanti fili narrativi si corre il rischio che la risoluzione finale appaia sacrificata, compressa e stretta, rispetto alla raffinata preparazione che occupa tutto il volume. Questo elemento, effettivamente presente e che scoraggerebbe chi ancora non conosce i precedenti episodi della serie, non rovina fortunatamente il gusto della lettura, con una tensione che resta alta ed una spietata critica sociale che non scade in un banale moralismo tipico di certi politici italiani.
Un noir che scava nelle ossessioni moderne e nella solitudine che si nasconde dietro i filtri dei social media, in grado di proporci di riflettere su alcuni mali tipici del nostro tempo.
Sono giovani, belle e spavalde, indossano abiti alla moda e trascorrono ore a truccarsi e a pettinarsi. Sognano le luci dello showbiz e le copertine delle riviste, ma intanto sfruttano gli uomini e la generosità del welfare danese. Vivono di espedienti e non hanno paura di niente. Non si rendono conto, però, che il pericolo è in agguato là dove meno se lo aspettano, incarnato dalla persona che avrebbe il compito di proteggerle e aiutarle a riconciliarsi con la società e con la vita attiva. Una persona dalla mente turbata che ha deciso di affrontare a modo suo quei “parassiti”, con astuzia e discrezione. Tanto che sulle prime Carl Mørck non dedica attenzione alla sequela di misteriosi incidenti, preso com’è dalle diffamanti accuse d’insuccesso che pesano sulla Sezione Q. Ci vorrebbero la mente lucida e lo spirito d’iniziativa di Rose, ma Rose è in malattia, e stavolta i fantasmi che la perseguitano non sembrano intenzionati a lasciarla andare tanto facilmente.(da marsilioeditori.it)




Nessun commento:
Posta un commento